Metalcamp 2007
Autore: Rok Klemše
Data del concerto: 29.07.2007
Numero di visitatori: 16
Prezzo del biglietto: 8.000/giorno
Faticavo a credere che un anno potesse volare via così in fretta. Mi sembra di essere appena tornato dal Metalcamp 2006 e di stare ancora curando la depressione post-festival, e invece è già qui il Metalcamp 2007! Sì, il 16 luglio sono cominciate le prime vere vacanze metal, siamo tornati sul luogo del delitto, nella splendida idillio della confluenza tra Tolminka e Soča, senza dubbio la location festivaliera più bella del mondo! Il più grande festival in territorio sloveno si è costruito in appena quattro anni di vita un nome di tutto rispetto, tanto che quest’anno nel campeggio sventolavano un’infinità di bandiere diverse – da Germania, Italia, Austria, Gran Bretagna (c’era da inciampare negli Scozzesi), Irlanda, Australia… e alla fine sventolavano orgogliosi anche i colori sloveni. Ma al Metalcamp la nazionalità non conta, no, migliaia di metallari erano uniti solo dalla voglia di buona musica e di far bisboccia fino a perdere i sensi. E più ancora dell’anno scorso, stavolta si è avverato lo slogan del festival – Hell Over Paradise – nella natura paradisiaca di Tolmino ci si cuoceva proprio come all’inferno; fino a quaranta gradi assurdi. Ma andiamo con ordine.
Quando il treno, dopo quasi tre ore di viaggio, è finalmente arrivato sbuffando a Most na Soči, ha avuto inizio tutto! Al T’min ci siamo subito concessi una rinfrescante bevanda al luppolo (i thrasher tedeschi Tankard la chiamerebbero “nectar of the gods”) e la cittadina, per lo più sonnolenta il resto dell’anno, già traboccava di metal a ogni angolo. Sì, Tolmin durante il Metalcamp si risveglia davvero. I metallari occupano i bar e il Mercator, i camerieri per fortuna si impietosiscono delle nostre orecchie amanti dei suoni pesanti e ovunque gira solo metal. Quest’anno la parte ufficiale dei concerti è partita martedì 17 luglio, ma martedì, almeno per me, non offriva ancora niente di particolarmente eccitante. Ci siamo conquistati un posto nel campeggio ormai belle pieno e la tenda è stata su in un attimo… oh sì, montare una tenda a quaranta gradi è un’impresa suicida, quindi ci siamo fiondati al Beach Stage, dove i camerieri già sudavano come matti. Anche quest’anno ci siamo ritrovati col sistema della prima birra a 3€ più 1€ per il bicchiere di plastica, con cui ti danno una spilla o un accendino; per ogni acquisto successivo porti il bicchiere, anche fatto a pezzi, e la birra la paghi 3€. Per i nostri standard prezzi piuttosto salati, ma rispetto a festival simili all’estero (lasciamo stare la Repubblica Ceca) la bevuta costa comunque un euro o due in meno. Il numero di band in cartellone al Camp di quest’anno era davvero enorme e per una squadra poco numerosa vederle tutte è semplicemente impossibile. Seguono le impressioni sui concerti che siamo riusciti a vedere.
Martedì 17 luglio
Martedì, sul palco più piccolo, il Talent Forum, che aveva preso il posto del Metal Stage più grande, i Deadsoul Tribe hanno un po’ ammorbato la serata con la loro musica lenta e noiosa. Il cattivo sapore è stato più che bene rimosso dall’headliner della prima giornata, i Sepultura. Anche se per molti senza i due fratelli Cavalera questi non sono più i Sepultura (eh, a volte tentenno pure io, lo sono o non lo sono), i ragazzi con il colosso nero Derrick Green hanno dimostrato che forse persino i Soulfly di Max non gli arrivano alla caviglia. È vero, i tempi d’oro dei Sepultura sono finiti da un pezzo, ma sul palco sono ancora una bomba. Green col suo solo fisico di due metri si guadagna il titolo di vero frontman, e quando poi stabilisce il contatto con il pubblico e ruggisce i più grandi successi della band, ogni dubbio crolla! I brasiliani hanno sciorinato in un’ora e un quarto un set con mazzate come Territory, Dead Embryonic Cells, Troops of Doom, Roots Bloody Roots, hanno dimostrato che anche il nuovo disco Dante XXI dal vivo suona bene e col primo verso di Orgasmatron si sono ricordati che al Metalcamp suonano anche i Motörhead. I Sepultura potevano dirsi più che soddisfatti dell’esibizione, e noi eravamo scaldati alla grande per altri quattro giorni d’inferno!
Mercoledì 18 luglio
Il mercoledì è stato, almeno per me, una vera leccornia concertistica. È partito in modo piuttosto moscio con un death metal melodico tedesco davvero mediocre, i Deadlock. Tutto ciò che separa i Deadlock dalla massa di band simili è la simpatica cantante Sabine, dalla voce buona, ma per questo genere troppo dolciastra. Per colpa dei Vreid, però, la delusione l’ho dimenticata in un attimo. I black metaller norvegesi hanno regalato uno dei migliori concerti del Camp di quest’anno! Il geniale quartetto black metal di Sogndal ha avuto a disposizione purtroppo solo un’ora, ma in quel tempo ha sciorinato in modo impeccabile un repertorio che comprendeva tutti e tre i dischi usciti, dai pezzi Raped By Light, Pitch Black fino ai capolavori del nuovo album – Jarnbyrd, Under Isen e I Krig – e sotto la guida del chitarrista e cantante Sture hanno reso omaggio anche alla cult band Windir (purtroppo sciolta dopo la tragica morte del frontman Valfar) di cui facevano parte anche i Vreid (meno il chitarrista Ese). Vreid significa furia, e furioso è stato esattamente anche il loro concerto. Indimenticabile! Se non il migliore, i folk metaller tedeschi Die Apokalyptischen Reiter hanno però messo in piedi il concerto più divertente del Metalcamp 2007. L’energico frontman Fuchs ha creato un contatto autentico con il pubblico, ha cantato un intero pezzo con una bambina del pubblico sulle spalle e alla fine ha scherzato con un “You’re quite heavy”, ci ha innaffiati d’acqua, ha lanciato tra la gente enormi palloni blu e per finire ha organizzato pure una gara di “battleship”, in cui si è di nuovo fatto prestare due fan che poi, su navi da guerra (materassini gonfiabili), hanno fatto “crowdsurfing” dal palco fino al mixer. Reitermania! Ma la follia folk non era ancora finita, perché sul palco c’erano già i campioni del folk metal, i finlandesi Korpiklaani. Il clan del bosco ha servito un’ora e un quarto di pura follia folk a base di troll e birra. Lo spettacolo del pubblico che saltellava tra gli inni Beer Beer, Happy Little Boozer, Wooden Pints, Let’s Drink e Korpiklaani era impagabile. La stessa follia che succedeva sotto il palco succedeva anche sopra. I ragazzi saltavano di qua e di là, e Jonne incitava senza sosta un pubblico già bollente. Se vi siete persi i Korpiklaani al Metalcamp, non lasciateveli scappare a ottobre a Lubiana! Hail Korpiklaani! Più bella che con la regina dell’heavy metal non potevo immaginare la chiusura della serata di mercoledì. Dorothee Pesch può vantare un’età in cui tante signore gemerebbero già per mille acciacchi, mentre Doro sul palco sembra ancora una ventenne. Non per niente è la regina dell’heavy metal! Doro ha cantato per un’ora e mezza senza una sbavatura, sembrando così fresca che è difficile credere che sia nata nel lontano 1964. A deludere è stato solo il (troppo) lungo, noioso e poco inventivo assolo di batteria, che però è affogato nell’oblio tra i classici Warrior Soul, Hellbound, il classico dei Warlock Burning the Witches, l’ottima All We Are e una cover pazzesca di un altro classico, Breaking the Law di nientemeno che i Judas Priest. Non restava che concedersi al Beach Stage, a chiusura di una giornata fantastica, ancora una birra o uno dei tanti cocktail in lista.
Giovedì 19 luglio
Giovedì, per quanto riguarda i concerti, per me è stato tempo di riposo. In mattinata il Beach Stage era il punto perfetto per rinfrescarsi, ed era anche ora di dare un’occhiata all’offerta gastronomica. Griglia, kebab, pasulj… una scelta bella varia a prezzi modici. Quest’anno per la prima volta c’era un ottimo servizio anche per i vegetariani, così nessuno è rimasto a pancia vuota. Un bel tocco in più era anche la bancarella con l’idromele. Per gli ossessionati dallo shopping la strada verso il Beach Stage, passando davanti al metal market, era un’apocalisse per il portafoglio. Ottima offerta di dischi, magliette, teschi… tutto quello che il cuore di un metallaro può desiderare. Poco dopo le sette è arrivato finalmente il concerto che aspettavo con ansia. L’incazzoso Peter con i suoi Hypocrisy è un vecchio conoscente dei palchi sloveni, stavolta però è venuto da noi per la prima volta con i suoi Pain. L’ultimo disco dei Pain, Psalms of Extinction, è ancora freschissimo, e il bell’album è stato presentato alla grande anche dal vivo. Industrial/electronic metal par excellence, si potrebbe dire dei Pain, che grazie al talento di Peter nello scrivere pezzi eccellenti piacciono anche ai fan degli Hypocrisy. Peter e la sua banda (stavolta c’era anche il bassista degli In Flames, Peter Iwers) hanno così incendiato per un’ora e mezza con pezzi come Same Old Song, End of the Line, Supersonic Bitch, Just Hate Me, Shut Your Mouth, It’s Only Them, On And On, Dancing With the Dead e hanno presentato il nuovo disco con la fulminante Zombie Slam, Walking On Glass e Nailed to the Ground. Scelta di pezzi eccellente, esibizione energica, luci, show e l’unico e solo Peter Tägtgren – summa summarum – uno dei migliori concerti del Camp 07! A chiudere la serata di giovedì è colata anche qualche goccia di bava da parte di tutti i thrasher doc. Al Metalcamp sono tornati i patriarchi del thrash metal teutonico, un terzo della sacra trinità del thrash tedesco, i Kreator. Il concerto dell’anno scorso al Metalcamp 2006 mi è rimasto impresso come uno dei migliori, stavolta invece i Kreator mi hanno deluso parecchio. Non si sentiva quella vera energia che l’anno scorso scorreva a fiumi tra i Kreator, e nemmeno l’impianto audio era come doveva essere. La voce del mastermind dei Kreator, Mille Petrozza, si distingueva bene solo all’inizio, e pure lo stesso Mille ha smesso ben presto di impegnarsi. Vabbè, la prossima volta andrà meglio, i Kreator ormai sono una presenza fissa sui nostri palchi. È stato bello però sentire che qualcuno si è ricordato della presa in giro degli Edguy con “ole, ole” dell’anno scorso al Metalcamp… Mille non sembrava proprio entusiasta, he he.
Venerdì 20 luglio
Il penultimo giorno del festival è iniziato già verso le cinque del pomeriggio con un’altra iniezione d’urto di folk metal energico, ovvero metal celtico-pagano. Sul palco sono saliti gli svizzeri Eluveitie, che hanno alle spalle solo un disco (Spirit, 2006), ma la loro base di fan cresce in fretta. Una follia come quella durante l’ora di set degli Svizzeri probabilmente quest’anno non c’è stata a nessun concerto. Anche i Dew-Scented tornano volentieri da noi, e visto che il quartetto tedesco assassino dà ogni volta tutto quello che ha, io li accoglierò sempre a braccia aperte. Death/thrash metal così buono non se ne trova molto in giro! L’energico e sempre divertente frontman Leif ci ha portati, sotto il caldo più feroce, fino a temperature infernali con un set che andava dagli esordi con Immortelle fino all’ultimo disco Incinerate. Oh sì, hanno spaccato! Era bello finalmente sentire al Metalcamp anche un po’ di metal progressivo, e l’onore è toccato ai pionieri inglesi del genere, i Threshold. I Threshold si sono esibiti al Metalcamp con il loro vecchio cantante Damian Wilson, dato che Andrew “Mac” McDermott aveva deciso di avere bisogno di un po’ di riposo (nel frattempo è diventato ufficiale che Mac ha lasciato la band definitivamente). I ragazzi si sono quindi concentrati un po’ di più sul materiale più vecchio, che cantava ancora Damian, mentre per quello più recente lui si è aiutato con un bigliettino, che teneva un po’ goffamente davanti a sé sotto forma di foglio A4. Era proprio comico vedere la bella Slipstream con quella scena. Eppure Damian ha cantato in modo incredibilmente buono. Speriamo che in futuro al Metalcamp ci tocchi ancora qualcosa di progressivo. Poi è toccato a una delle band che aspettavo di più, i vichinghi finlandesi Ensiferum. Avevo avuto un po’ paura per il loro destino quando li ha lasciati l’ottimo Jari Mäenpää, ma i ragazzi col nuovo disco Victory Songs hanno dimostrato di respirare senza problemi anche senza di lui. Petri Lindroos si è rivelato un’eccellente sostituzione per Jari e ha mostrato alla folla di migliaia di teste che gran frontman è. Il set degli Ensiferum è partito con l’intro dal nuovo disco, Ad Victoriam, poi i Finlandesi hanno incendiato senza compromessi e a tutta forza con una scaletta folle di sole mazzate, già all’inizio mi hanno completamente distrutto con la pazzesca Trecherous Gods. Hanno continuato con un giro sul trenino della morte a base di adrenalina fino alla fine dell’ora e mezza di concerto, durante la quale hanno passato in rassegna tutti e tre gli album con pezzi come Hero in a Dream, l’epica Iron, la bellissima Lai Lai Hei, Tale of Revenge, e hanno presentato il nuovo disco Victory Songs con l’epica title track, One More Magic Potion e il saltellante pezzo folk Ahti. Dopo il concerto degli Ensiferum, tutto quello che riesci a dire è: ne voglio ancora! Dopo gli Ensiferum è successo l’ormai proverbiale aneddoto con il moccioso serbo dei Cradle of Filth, Dani Filth. Non solo è un ragazzino viziato, ha cantato in modo disgustosamente pessimo, ha chiuso il concerto quattro pezzi prima della fine e per giunta ha lanciato tra il pubblico un ventilatore e dei microfoni. Pare che Dani abbia semplicemente guardato troppo a fondo nel bicchiere, mentre il comunicato ufficiale parlava di un brutto momento. Comunque sia andata, Dani dovrebbe vergognarsi da morire di aver lasciato nei guai parecchi ragazzi che erano venuti a vedere solo la sua band. Io spero sinceramente che i CoF da noi non li rivedremo più! Ma, almeno per me, tutto quello che era successo nel festival fino a quel momento era sbiadito, perché mi aspettava il momento più atteso del Metalcamp. Sì, bastardi, i leggendari Motörhead! Un nome così grande il Metalcamp non l’aveva mai ospitato e il nome Motorhead ha giustificato la calca sotto il palco e l’attesa spasmodica per il trio di culto. Una band che non ha bisogno di intro megalomani, solo dell’indimenticabile “Good evening. We are Motörhead. We play Rock ‘n Roll!” di Lemmy, e il pubblico è esploso. L’ora tarda non si sentiva per niente, il pubblico mangiava dalla mano di Lemmy, anche se per i suoi discorsi ci sarebbero voluti più volte i sottotitoli sugli schermi ai lati. Vabbè, almeno Phil Campbell si capiva. Sui Motörhead comunque non c’è bisogno di sprecare parole, con loro è sempre puro rock ‘n roll! Forse potrei solo criticare un po’ la scaletta. Dove sono i pezzi da Bastards, Overnight Sensation, Another Perfect Day o 1916!? Ma non facciamo i puristi, le leggende non le vedi mica tutti i giorni e anche la scelta dei pezzi era comunque ottima – Snaggletooth, Metropolis, Over the Top, Sword of Glory, Rosalie, Going to Brazil, Sacrifice… Orgasmatronico, hehe. La parte regolare i ragazzi l’hanno chiusa con Iron Fist e con l’assolo di batteria di Mikkey Dee, che mi ha lasciato completamente senza parole. Mikkey è incredibile! Poi si sono spente le luci e sul palco si vedeva solo la brace di una sigaretta. Sì, Lemmy alla sua vecchia maniera è sbucato sul palco come un barbone con la cicca in bocca, si sono uniti a lui Phil e Mikkey con le chitarre acustiche e hanno sparato una vera sorpresa blues sotto forma del pezzo Whorehouse Blues. Poi gli immancabili classici Ace of Spades e Overkill per finire e i Motörhead ci hanno salutati dicendo che quello era stato il miglior pubblico di questo tour! Non restava che custodire nella memoria quel concerto incredibile con un bicchierino, due, tre… di whisky e cola “Lemmy style”.
Sabato 21 luglio
In un batter d’occhio è arrivato l’ultimo giorno, che per me è cominciato alle sei del pomeriggio con i leggendari tedeschi Becchini. I Grave Digger sono saliti sul palco con il rumoroso sostegno dei fan fedeli sulle note dell’intro The Brave dal disco Tunes of War, da cui hanno pescato anche Scotland United. I ragazzi erano di ottimo umore, soprattutto il sempre allegro chitarrista Manni Schmidt, che è il sogno realizzato di ogni fotografo. Scatenato anche il frontman Chris Boltendahl, che grazie a un pubblico davvero eccezionale non riusciva a smettere di ridere. Ma il tempo purtroppo non abbondava e i ragazzi hanno messo insieme di corsa un set “best-of” di soli successi – Excalibur, Rebellion (The Clans are Marching), Morgane Le Fay, Knights of the Cross, la fulminante opener del nuovo disco Liberty or Death, ironicamente The Dark of the Sun a quaranta gradi, e ci hanno salutati troppo in fretta con l’eterno classico Heavy Metal Breakdown. Grave Digger, mi inchino! Qui va ricordato anche che i benevoli addetti alla sicurezza ci hanno inondati con ettolitri d’acqua, evitando così qualche colpo di calore o due. Sì, alla squadra di addetti slovena-austriaca quest’anno vanno solo complimenti, così dovrebbero comportarsi tutti i buttafuori ai concerti! Alle nove sono tornati a divertirsi tutti i thrasher, perché sul palco è salito il secondo terzo della sacra trinità tedesca (mancavano solo i Destruction), i leggendari Sodom. Il trio di culto ha fatto polpette con i classici Remember the Fallen, Agent Orange, Outbreak of Evil, Bombenhagel, The Saw is the Law e Blood on Your Lips, e il tutto l’hanno condito con una cover di Ace of Spades. E non è finita qui, perché ce lo potremo rivedere sul DVD Lords of Depravity Pt. 2! Per me il culmine del sabato è stato il ritorno dei Blind Guardian sul suolo sloveno. Quanto siano fedeli i fan dei Guardian si capisce già all’inizio, quando sovrastano il fragore delle armi e l’avvertimento di Sauron a Morgoth nell’eterna intro War of Wrath, che sfocia nella classica, fulminante Into the Storm. Sì, è proprio questa la definizione migliore del concerto dei guardiani ciechi. Verso la tempesta! Il concerto al Metalcamp è stato forse ancora meglio di quello al Mediapark dello scorso ottobre. Hansi e i suoi bardi erano di ottimo umore, e a Hansi serviva alla grande anche la voce incredibile. In una tempesta di 90 minuti abbiamo sentito così perle davvero eterne del metal come The Script For My Requiem, Nigthfall, Born in a Mourning Hall, Welcome to Dying, Valhalla, poi il tris dal nuovo disco Fly, This Will Never End e Otherland. La vera sorpresa è stata l’ottima The Quest for Tanelorn dal disco Somewhere Far Beyond (se solo avessero suonato anche la title track…), e già era arrivata la fine della parte regolare con la sempre indescrivibile, magica esperienza di una folla di migliaia di teste che canta The Bard’s Song – In the Forest! Senza compromessi i Guardian sono tornati con la fantastica Imagination From the Other Side, con un’altra sorpresa sotto forma della fenomenale Lord of the Rings e ci hanno salutati con l’eterna chiusura Mirror, Mirror. Chiudo con la parolina che Hansi usa mentre canta la Bard’s Song. “Beautiful!!!”
Visto che non sono proprio un fan del black metal, per me il Metalcamp è finito così, mentre i black metaller hanno vissuto il sogno che si avverava con la band di culto Immortal. Eh, che dire per concludere? Il quarto Metalcamp è stato forse il migliore di tutti. L’organizzazione migliora di anno in anno, grandi lodi vanno agli addetti alla sicurezza, ai dixi puliti più volte al giorno, tanto da essere perfino più puliti dei cessi pubblici di Tolmin, e alle squadre che raccoglievano la spazzatura senza sosta. Una critica seria davvero non si trova, quindi non resta che dire, per finire – Ci vediamo al Metalcamp 2008!!!
Testo: Rok Klemše
Foto: Jerneja Jerak
Setlist
METAL STAGE: ABORTED AMON AMARTH ANIMOSITY ARS MORIENDI BLIND GUARDIAN CONVERGE DEW-SCENTED DIE APOKALYPTISCHEN REITER DISILLUSION DISMEMBER DORO ELUVEITIE ENSIFERUM EVENTIDE FULL BLOWN CHAOS GRAVE DIGGER GRAVEWORM HATEBREED IMMORTAL KORPIKLAANI MOTÖRHEAD NOCTIFERIA PROSPECT SADIST SARDONIC SEPULTURA SODOM THE EXPLOITED THE VISION BLEAK THRESHOLD UNLEASHED
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