Black Moon
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Emerson, Lake & Palmer
Etichetta: Victory Music
Uscita: 1992
Durata: 48:28
Voto: 2.5/5
Fino alla conferma ufficiale della reunion del leggendario trio progressive rock Emerson, Lake & Palmer (ELP), sembrava che i tre fossero destinati a restare per sempre ai ‘bei tempi andati’, quando il rock era ancora giovane, fresco e non appesantito dalla corruzione delle etichette. Il primo tentativo di rimettere insieme gli ELP dopo la fine degli anni Settanta risale già al 1986, quando il mago delle tastiere Keith Emerson e l’icona di voce/chitarra/basso Greg Lake, al posto del gran maestro della batteria Carl Palmer, allora impegnato altrove, chiamarono a collaborare il leggendario Cozy Powell. Il loro unico album in studio era solido, ma nulla di speciale rispetto all’era d’oro degli ELP nella prima metà dei Settanta. Poi ci provarono Emerson e Palmer, mentre nel progetto chiamato 3 al posto di Lake arrivò Robert Berry. L’unico album in studio di quella breve parentesi, intitolato »To the Power of Three« (1988), era stilisticamente più vicino al rock melodico/AOR che al prog. A differenza di »Emerson, Lake & Powell« (1986), che ancora oggi gode di una certa stima, la maggior parte dei fan degli ELP al giorno d’oggi se l’è ormai praticamente scordato.
Per questo qualcuno aveva già smesso del tutto di sperare che gli ELP si sarebbero mai ripresentati nella formazione classica originale. Eppure, nonostante le premesse poco incoraggianti, nel 1991, quando Palmer lasciò il supergruppo Asia, Emerson, Lake e Palmer si rimisero finalmente insieme e, per la prima volta dal 1978 (dallo scioglimento di fine anni Settanta erano passati esattamente dodici anni), si buttarono sulla registrazione di musica nuova, cercando di non farsi troppo schiacciare dalla loro celebre eredità dei primi anni Settanta.
Il risultato di questo nuovo sodalizio fu l’album »Black Moon«, che, a differenza di quello che sarebbe arrivato due anni dopo, non fu una catastrofe totale, ma non resse neppure il confronto con i ‘tempi d’oro’: fu un lavoro del tutto nella media, e quantomeno accettabile per chi, dopo tutti quegli anni dall’ultima volta che avevano fatto musica nuova insieme, non nutriva aspettative esagerate (e irrealistiche) sulla reunion degli ELP. La voce di Lake nel corso degli anni era diventata parecchio più ridotta, spostata su un registro più basso e cupo, cosa che purtroppo negli anni seguenti sarebbe solo peggiorata, mentre anche Emerson, tra arrangiamenti sinfonici e rarissime improvvisazioni, non si sforza granché e spesso sembra fin troppo ‘docile’ rispetto ai virtuosismi di un tempo. La maggiore elasticità su »Black Moon« la mostra Palmer, che alla batteria si tiene almeno al livello abituale, quello che ci si aspetta da lui.
I singoli brani di »Black Moon« stavano ben al di sotto degli standard ELP che dominavano tra il 1970 e il 1974. A non aiutare, ovviamente, c’è una produzione piuttosto fredda e sterile. La title track, che è anche l’opener ed è una specie di ibrido di compromesso tra symphonic prog e rock melodico, è un’apertura relativamente solida e forse addirittura l’unico momento del disco in cui si sente un contributo paritario di tutti e tre i pezzi da novanta degli ELP. Gli arrangiamenti sinfonici di Keith, a differenza di gran parte dell’album, sono divertenti e vivaci, mentre il ritornello melodico è del tutto nella media. Da qui in avanti le cose non migliorano, anzi peggiorano. Un bel ‘corpo estraneo’ è la giocosa »Paper Blood«, che tra armonica, fraseggi di chitarra blues e cori femminili nel ritornello sta più dalle parti del blues rock e dell’r’n’b che del prog rock sinfonico. Il pezzo non sarebbe neanche male, se non fosse segnato da un ritornello noioso.
La ballata d’amore a impronta acustica »Affairs of the Heart« fu scritta ai tempi della collaborazione di Lake con il tastierista Geoff Downes (Asia, Yes) nel loro progetto mai realizzato Ride the Tiger. Tra le ballate di Lake scritte dopo la fine dell’«età dell’oro» è una delle poche che meritano un plauso. »Romeo And Juliet« è un’interpretazione di Emerson di un’opera classica del compositore russo Sergej Prokof’ev, tutto sommato interessante, che almeno per un attimo risveglia il ricordo dei suoi esperimenti, un tempo innovativi e provocatori, dei primi anni Settanta, con cui aveva infilato il bastone nel ‘vespaio’ dell’élite puritana dei sostenitori della musica classica. La ballata pacifista di Lake »Farewell to Arms« ha un bell’arrangiamento portante e un messaggio centrale azzeccato, ma il canto del chitarrista/bassista non ha l’intensità emotiva che ci si aspetterebbe, quindi è un altro pezzo che dopo l’ascolto si dimentica piuttosto in fretta. »Changing States« è uno strumentale . piuttosto nella media, con le variazioni eclettiche ma poco emozionanti di Emerson nel ruolo di protagonista.
»Burning Bridges« è stata scritta dal compositore cinematografico americano, nonché produttore di »Black Moon«, Mark Mancina, e si sente: più che a un brano degli ELP fa pensare al sottofondo di un qualche film hollywoodiano da cliché, in cui l’eroe sconfigge tutti i cattivi e se ne va con la sua prescelta verso il tramonto. Lo strumentale »Close to Home« è un interludio pianistico di Emerson che, grazie a un galante arrangiamento centrale, avrebbe fatto la sua bella figura anche con un accompagnamento vocale. »Better Days«, uno dei momenti migliori, è un solido ibrido tra symphonic prog e rock melodico dal taglio incisivo, con un ritornello efficace e una delle migliori prove vocali di Greg su »Black Moon«. L’album si chiude con la ballata d’amore di Lake »Footprints in the Snow«, che non lascia un’impressione granché impressionante.
Con »Black Moon«, purtroppo lontanissimo da ciò di cui gli ELP erano stati capaci un tempo, anche se come minimo un lavoro decente e ascoltabile, il leggendario trio annunciava di essere finalmente tornato tra i vivi dopo quasi dodici anni. Di compromessi sull’album ce n’erano già quasi troppi, ma almeno il supergruppo, in quanto trio, collaborava in modo relativamente paritario, a differenza della prassi ‘frammentata’ di fine anni Settanta. Purtroppo, però, il tanto atteso ritorno, subito dopo la tournée di »Black Moon«, tutto sommato di successo, e ancor più all’uscita del successivo album in studio, il catastroficamente brutto »In The Hot Seat« (1994), che ne sigillò definitivamente il destino, si rivelò un fiasco e nel 1998 si concluse senza gloria.
Formazione
Keith Emerson – tastiere, pianoforte
Greg Lake – voce, chitarra, basso, armonica
Carl Palmer – batteria, percussioni
Produzione
Mark Mancina, Ian Morrow e John Van Tongeren
Tracklist
1. Black Moon (6:59)
2. Paper Blood (4:29)
3. Affairs Of The Heart (3:47)
4. Romeo And Juliet {Prokofiev, arranged by Emerson} (3:43)
5. Farewell To Arms (5:10)
6. Changing States (6:03)
7. Burning Bridges {Mark Mancina} (4:45)
8. Close To Home (4:29)
9. Better Days (5:37)
10. Footprints In The Snow (3:52)