Black Rose

0 9

Artista: Thin Lizzy
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: 1979

Black Rose è già il nono album in fila dei Thin Lizzy, nonché l’ultimo rifugio per tutti gli amanti dei classici, romantici canti di Lynott sulle pene del quotidiano. Con una differenza! Dopo l’addio di Robertson il sound dei Lizzy si appoggia sempre più spesso a ritmi più duri e incisivi, che a prima vista hanno poco a che fare con la loro immagine “vecchia”. Qui spicca soprattutto un nome: Gary Moore, a cui vanno attribuiti i meriti di tutti quegli elementi chitarristici traboccanti da ogni parte e tecnicamente rifinitissimi, che danno ai Thin Lizzy una dose extra di energia. Occhio però: sperimentare con schemi musicali più duri funziona alla perfezione solo se li si capisce fino in fondo. Così, quasi senza volerlo, finiscono sotto la lente Downey e Gorham. Vecchi gatti, abituati agli sfrontati e caratterialmente più forti giri di Robertson, spesso stanno troppo lontani dalle soluzioni musicali di Moore, pur ottimamente pensate. In altre parole, senza Robertson i Thin Lizzy restano privi di quella vera “nasty” attitude, il che mette i ragazzi di Lynott in una situazione molto scomoda. Li rende una specie di prigionieri tra la vecchia e la nuova immagine dei Thin Lizzy. La presenza di Moore diventa gradita soprattutto quando nasce una sorta di competizione tra lui e Gorham. Il loro rapporto resta comunque amichevole, ma per Scott rappresenta una sfida di un genere particolare. Un rapporto che difficilmente definiremmo da sogno, e che offre un assaggio, diciamo, di una versione più moderna dell’approccio hard rock, molto vicina alla scena heavy metal che in quegli anni cresceva a vista d’occhio.

Tutta un’altra storia è Phil Lynott. Il guerriero romantico anche stavolta combatte le sue battaglie contro creature possenti. E vince! Nella sua lunga lista di torti raddrizzati finisce anche una specie di ode rock alla sua seconda grande passione, l’Irlanda. Non mancano nemmeno i motivi carichi di amore genitoriale, e tantomeno le tipiche linee di basso di Phil che, come al solito, fin dall’apertura di Do Anything You Want To Do ci tengono saldamente per la gola. I Thin Lizzy “di Moore” hanno del potenziale, su questo non ci sono dubbi. Il pezzo d’apertura, con la classica seduzione a due chitarre in terza tipica dei Lizzy, si avvicina più di tutti ai vecchi, cari duelli chitarristici. Un’introduzione eccellente che riempie l’atmosfera di un’energia speciale. Segue Toughest Street In Town, dello stesso colore, dove Moore per la prima volta esce dal comodo rifugio degli accordi di base e ci bombarda subito con una raffica di passaggi sfrenati. Tutto bello e fantastico, ma non sono semplicemente i Thin Lizzy. Stavolta, per la prima volta, si sente forte la mancanza di finezza, o meglio di quel carattere più marcato che ai tempi ci faceva gelare il sangue. Certo, Moore non è Robertson: chi vi piace di più, giudicate voi.

Umorismo, passione e fantasia sfrenata segnano il funk di Lynott S & M che, testo divertente a parte, molto simile a Dancing In The Monlight, cade presto nel dimenticatoio. Nemmeno il fantasioso assolo di chitarra di Gorham riesce a salvarla da questo destino. In compenso Waiting For An Alibi è decisamente migliore, uno degli ultimi grandi successi dei Thin Lizzy che, grazie alla sua melodiosità, diventa presto la beniamina di ogni fan dei Lizzy. Il pezzo ci mostra Moore come un allievo modello, che lascia gentilmente a Scott un sacco di spazio di manovra. Anzi, il suo intrecciarsi in terza con le idee melodiche di Scott risveglia sensazioni piene di nostalgia, a riprova della dedizione del chitarrista e della sua piena consapevolezza del proprio ruolo all’interno del gruppo.

Sarah è la dedica di Lynott a sua figlia. L’amore e il calore, che almeno in questa forma rappresentano un nuovo modo di esprimersi per Phil, raccontano allo stesso tempo l’indole instabile del cantante, che alla fine gli è costata anche la vita. Da una parte il padre amorevole, dall’altra il rocker scatenato che non riesce proprio a resistere alla folle vita da star. Il brano, accompagnato dall’acustica di Gorham, funziona come una discreta creazione pop, che probabilmente avrebbe trovato più spazio in uno dei due album solisti di Lynott. Un’immagine nitida della personalità fortemente scissa di Philip arriva con Got To Give It Up, che segue come fosse fatta apposta l’elogio a Sarah e cancella senza pietà ogni traccia di amore innocente. Probabilmente una delle migliori creazioni dei Thin Lizzy. Versi come “tell my mother, tell my father, that their fine young son didn’t get far” e “he tried but his spirit broke” parlano da soli. Il lato oscuro di Phil Lynott, che su Bad Reputation lottava ancora con i dolori del parto, dopo tutti questi anni viene finalmente a galla. Meglio comunque chiudere in un clima più amichevole. With Love con la sua ingenuità ricorda il periodo di Fighting, mentre con Roisin Dubh la chiusura dell’album è dominata da un’altra grande passione, stavolta quella per la terra irlandese, la storia e la tradizione popolare della sua gente, da cui Lynott attinge ispirazione creativa fin dall’inizio. Questo epico minestrone di sette minuti di melodie e canti tradizionali celtici, con la prova brillante di entrambi i chitarristi, vi strapperà sicuramente una lacrimuccia o due. Un finale indimenticabile per un album un po’ disorientato, che alla fine si merita il sottotitolo A Rock Legend.

Formazione

Phil Lynott: voce/chitarra
Gary Moore: chitarra
Scott Gorham: chitarra
Brian Downey: batteria

Produzione

Tony Visconti

Tracklist

1.Do Anything You Want To
2.Toughest Street In Town
3.S & M
4.Waiting For An Alibi
5.Sarah
6.Got To Give It Up
7.Get Out Of Here
8.With Love
9.Roisin Dubh (Black Rose) A Rock Legend

Durata dell’album 44.17

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