Black Sabbath: 13

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Etichetta: Vertigo Records / Universal Music Group
Data di uscita: 01.07.2013
Produzione: Rick Rubin
Durata dell’album: 53.18 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 9.0 / 10


I leggendari patriarchi del metal pesante Black Sabbath, in una formazione (quasi) classica, sono risorti dalla tomba con un nuovo album in studio, intitolato »13« in perfetto stile con la loro cupa fama, anche se sembrava che sarebbero rimasti per sempre sepolti in una fossa prematura, dove li avevano quasi spediti i mille capricci del loro famigerato (storico) cantante Ozzy Osbourne, che nell’ultimo decennio si è dedicato più che altro a una carriera solista sempre più malconcia e a un reality show offensivo per le cellule cerebrali sulla famiglia metal più disfunzionale di sempre. Certo, la colpa del ritardo non è stata solo di Ozzy: anche gli altri membri della band, nell’ultimo decennio, hanno dovuto fare i conti con una marea di problemi, il che non sorprende affatto, visto che parliamo di un gruppo su cui ancora oggi i più sono convinti che gravi una specie di maledizione quasi sinistra.

I pionieri del metal pesante hanno cominciato a buttare giù i primi abbozzi di »13« – che, tra parentesi, è il loro primo album in studio con Ozzy dai tempi di »Never Say Die!« (1978), il primo con il bassista Geezer Butler in formazione dopo »Cross Purposes« (1994) e, insieme, la prima fatica in studio dei Black Sabbath dopo »Forbidden« (1995) – già poco dopo l’album dal vivo »Reunion« (1998), registrato nella formazione originale con il batterista Bill Ward. Quest’ultimo, da tempo noto per la sua imprevedibilità, ha deciso di recente, per via di assurdi pasticci burocratici legati alla firma del contratto, di non partecipare alla reunion della formazione classica, e così al suo posto, come batterista ospite, è arrivato l’americano Brad Wilk (Rage Against the Machine, Audioslave), cosa che, com’era prevedibile, ha fatto storcere il naso a più di un vecchio fan, che sognava un ritorno in studio della formazione classica al completo.

Gli altri tre patriarchi del metal pesante, con alla testa il dio della chitarra Tony Iommi, l’unico ad aver suonato in tutte le incarnazioni del gruppo, negli ultimi anni hanno limato con pazienza il nuovo materiale in studio, mentre della produzione si è occupato il celebre produttore Rick Rubin (Metallica, AC/DC, The Mars Volta e un sacco di altri). Rubin ha fatto in modo che il suono distorto della chitarra di Iommi fosse messo bene in risalto in produzione, e in questo senso è abbastanza vicino alle pratiche dei ‘mitici’ anni Settanta, perché »13« è un ritorno stilistico agli standard dei Black Sabbath classici dell’era Ozzy, con l’unico ‘difetto’, ovviamente, che alla batteria manca Ward. Wilk ha comunque svolto dignitosamente il suo compito su »13«, eppure a molti mancherà la leggenda della batteria di cui sopra, con il suo stile inconfondibile. Proprio questa lacuna è il motivo principale per cui »13« non sta all’apice assoluto della loro creatività, ma resta comunque un album molto bello, che si può mettere tra i migliori lavori dei Sabbath e che è sicuramente il meglio che abbiano combinato con Ozzy dai tempi di »Technical Ecstasy« (1976). Già questo basta e avanza per definire »13« una delle più grosse sorprese in studio del 2013 e uno degli album di ‘ritorno’ più emozionanti di quest’anno, insieme a »The Next Day« di David Bowie. La produzione di Rubin sarà forse un filo troppo ‘lucidata’ per il suono classico dei Sabbath anni Settanta, ma questo farà penare solo i più intransigenti puristi del suono.

Il vecchio volpone Butler, con una piccola mano di Ozzy, ha fatto sì che i testi di »13« risultino parecchio tipici, ‘alla Sabbath’: più o meno tinti di post-apocalittico, nello spirito del nostro tempo (lo zeitgeist), mentre all’occultismo, con l’avanzare degli anni, ha preferito rinunciare, visto che ormai tutti e tre i membri, dopo tutti questi decenni, saranno belli stufi dei tanti, infondati collegamenti con le più disparate società sataniste. Su »13« solo due testi sono un po’ ‘blasfemi’: »God Is Dead?«, che comunque è pieno di punti interrogativi come eco dei celebri sproloqui filosofici di Nietzsche, e »Damaged Soul«, dove si cita il principe delle tenebre, mentre la maggior parte degli altri testi, come per esempio »Dear Father«, una critica all’ipocrisia della Chiesa, è piena di stoccate sociali taglienti contro le religioni organizzate, il terrore della scienza e gli altri portatori di morte.

Già l’opener »End of the Beginning«, secondo singolo dell’album, che è un vero e proprio salto nella macchina del tempo, contiene tutti quegli ingredienti sonori con cui i Black Sabbath si fecero un nome all’inizio degli anni Settanta: il riff di Iommi, potente e martellante, i giri ritmici lenti e rotolanti che contribuiscono a creare un’atmosfera marcatamente cupa e l’approccio vocale di Ozzy, tra lo scherzoso e il raccapricciante. Proprio quest’ultimo è forse la sorpresa più piacevole di tutto l’album, perché dello zombie atrofizzato nei movimenti, che nell’ultimo decennio è stato solo il burattino della moglie-strega e che negli ultimi solo album ha sfornato, in modo aziendale e benedetto da MTV, prodotti impersonali, di plastica e fatti in serie, non c’è nemmeno l’ombra. Ozzy suona di nuovo come quel ragazzo un po’ ingenuo e confuso dell’inizio degli anni Settanta, finito per caso in un mondo cupo e post-apocalittico da cui non trova la via d’uscita.

»God Is Dead?«, uscito anche come primo singolo dell’album, è intriso di un’atmosfera cupa, post-apocalittica e quasi morbosa, quella che domina per gran parte del disco. Il clima viene annunciato dal riff brutale e inconfondibile di Iommi, che dura dall’inizio alla fine del brano e avvolge il tutto in un nero totale. La voce di Ozzy, come si deve, suona paranoicamente malvagia, soprattutto nel ritornello »God Is Dead«. Dopo un motivo centrale piuttosto ripetitivo ma potente a livello d’atmosfera, si passa a una sezione dal taglio sarcastico, dove si sente anche un po’ di improvvisazione di chitarra e basso.

Anche »Loner«, dove per la prima volta nel disco, in mezzo al fraseggio chitarristico infernale e alla rabbia di Ozzy, si sentono anche momenti un po’ più sottili, potrebbe finire senza problemi su uno dei loro primi sette album in studio. Nel testo, tanto per gradire, non manca nemmeno la classica frase di Ozzy »All right now«, mentre il maestro Iommi, quando capita, conquista anche con un assolo breve ma succoso. Lo psichedelico e, nei testi, totalmente post-apocalittico »Zeitgeist«, con la sua atmosfera sognante e ‘spaziale’ alla »Space Oddity«, evergreen di Bowie, e i delicati accordi di chitarra acustica, per un attimo ricorda »Planet Caravan«, classico di »Paranoid«, cosa che farà felici tutti i romanticoni. »Age of Reason«, dove il signor Iommi torna a brillare con frasi di chitarra incandescenti e al tempo stesso spiritose, conquista in tutta la sua brutale maestosità e, per i delicati arrangiamenti di chitarra che spuntano a sorpresa sullo sfondo, ricorda un po’ qualche pezzo di »Sabotage«. Particolarmente interessante il cambio di tempo improvviso nella parte centrale, dove con i suoi massicci passaggi di batteria si fa onore anche Wilk.

»Live Forever«, dominata da ritmi lenti e rotolanti, per le somiglianze sonore ricorda un po’ l’indimenticabile standard di »Master of Reality«, »Children of the Grave«. Il fatalismo di Ozzy, avvolto nel nero e carico dell’eterna domanda sulla vita dopo la morte, si adatta alla perfezione all’atmosfera lugubre e drammatica. »Damaged Soul« è uno degli esperimenti più divertenti di »13«: per le tante improvvisazioni blues di chitarra e armonica ricorda i loro esordi, ovvero qualche opera dimenticata dal debutto omonimo dei Black Sabbath. Il testo non potrebbe essere più alla Sabbath, con il protagonista diviso tra dio e diavolo. Nonostante, come la maggior parte dei pezzi del disco, duri quasi otto minuti, non suona noioso o tirato per le lunghe nemmeno per un attimo. Il brano che chiude la versione regolare, standard dell’album, »Dear Father«, è un duro regolamento di conti con l’ipocrisia pedofila della Chiesa cattolica e, tra riff arruffati e linee di basso melodiche, contiene una serie di arrangiamenti sottili, mentre la voce di Ozzy da tantissimo tempo non suonava così struggente e sincera nel ruolo della ‘vittima’. Il pezzo si chiude esattamente là dove tutto era iniziato nel 1970 – con un temporale e il rintocco di una campana di chiesa che annuncia l’introduzione al Sabba nero – così il cerchio si chiude. Non si poteva scegliere una chiusura migliore per la parte regolare dell’album.

La versione speciale di »13« con il disco extra è una vera delizia, perché tutte e tre le bonus track sono, per qualità, del tutto all’altezza del materiale regolare. »Methademic« ha un’introduzione acustica sottile, poi si trasforma in fretta in uno dei pezzi più duri e, allo stesso tempo, sorprendentemente veloci dei Black Sabbath con Ozzy. Negli anni Settanta i Black Sabbath raramente suonavano così ‘accelerati’, il che è particolarmente interessante, mentre il testo sfiora un tema che Ozzy conosce benissimo: l’abuso di sostanze di ogni sorta. Non meno interessante risulta il furioso e cupo »Peace Of Mind«, che a metà si vanta di una svolta melodica sorprendente, mentre »Pariah« è l’incarnazione di tutti i migliori ingredienti sonori dei Sabbath e senza dubbio meriterebbe un posto tra i pezzi migliori della versione regolare dell’album.

I Black Sabbath su »13« suonano come se si fossero appena alzati dalla tomba, avessero inventato una macchina del tempo e fossero tornati negli anni Settanta, quando il loro ultimo luogo di riposo era ancora fresco di scavo. Tutti quelli che avevano già cancellato i ‘nonni del metal’ dovranno ammettere che non suonavano così bene da un sacco di tempo: per dei signori che, per età, potrebbero starsene a giocare a scacchi in mezzo al parco di una casa di riposo e che nella loro carriera musicale hanno già raggiunto tutto il raggiungibile, è un risultato davvero grandioso. Dopo più di tre decenni hanno messo insieme un album che per molti versi rappresenta il ritorno del classico suono ‘doom & gloom’, ma che allo stesso tempo è completamente diverso da tutti gli album con Ozzy degli anni Settanta. Inoltre, una delle poche band a cui si può attribuire l’invenzione di un nuovo genere musicale ha dato una bella lezione a tanti autoproclamati eredi, band moderne che dal punto di vista musicale hanno poco a che fare con il metal pesante vero e sentito, quello che si faceva in tempi decisamente più romantici. Anche nel caso in cui fosse il loro ultimo album in studio, cosa purtroppo abbastanza probabile visto che Tony Iommi è seriamente malato da un po’, hanno detto addio nel modo migliore possibile – nello stile delle vere leggende del rock – chiudendo così il cerchio rimasto aperto.

autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. End of the Beginning
2. God Is Dead?
3. Loner
4. Zeitgeist
5. Age of Reason
6. Live Forever
7. Damaged Soul
8. Dear Father

Formazione:
Ozzy Osbourne – voce
Tony Iommi – chitarra
Geezer Butler – basso

Musicista ospite:
Brad Wilk – batteria, percussioni

Black Sabbath – End Of The Beginning (video ufficiale)
Black Sabbath – Loner (video ufficiale)
Black Sabath – God Is Dead? (video ufficiale)
Black Sabbath – “13” (copertina)
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