Black Sabbath: Technical Ecstasy
Etichetta: Vertigo Records
Data di uscita: 25.09.1976
Produzione: Black Sabbath
Durata dell’album: 40.35 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 9.0 / 10
Nella seconda metà dei Settanta, dopo il magistrale «Sabotage» (1975), i Black Sabbath si sono ritrovati piano piano, ma inesorabilmente, in pieno declino commerciale. I trend musicali cambiavano in fretta e per l’hard rock e il progressive non si preannunciavano certo tempi d’oro: il punk aveva già cominciato ad alzare la sua sporca testa, mentre la maggior parte dei giovani di allora, soprattutto quelli di ceto medio, preferiva buttarsi sulle piste delle discoteche piuttosto che ai concerti metal. Tutti e quattro avevano i loro problemi con le sostanze, polverina bianca in testa, ma a fare da capofila era ovviamente Ozzy, che con le sue sbandate alcoliche diventava sempre più ingestibile per chi gli stava intorno, anche se in studio e dal vivo, sorprendentemente, riusciva ancora a mantenere il giusto grado di lucidità per sfornare con lui in formazione un altro grande disco. Allo stesso tempo era anche il periodo in cui decisero di prendere il destino completamente nelle loro mani, sia nella composizione che nella produzione, così nessuno poteva venire a fargli la lezione su ‘quale direzione sarebbe la più razionale in questo momento’.
Un po’ stufi del concept ‘doom & gloom’ che nella prima metà dei Settanta gli aveva regalato fama mondiale come padri del metal pesante, con «Technical Ecstasy» hanno deciso di offrire ai fan più fedeli qualcosa di nuovo, ma comunque riconoscibile. Questo significava lasciare la porta spalancata a sperimentazioni sonore interessanti, senza però rinunciare a tutte le finezze tipiche dei Black Sabbath: il ‘lamento’ unico di Ozzy, i riff brillanti e innovativi di Iommi, le linee di basso melodiche di Geezer e i massicci passaggi di batteria di Ward. Lo strappo con le tematiche occulte e la cupezza, che nei testi hanno lasciato spazio ai problemi sociali, è già evidente dalla copertina ironico-comica con un robot maschio e uno femmina che fanno sesso su una scala mobile.
Alle leggende di Birmingham, nonostante i numerosi grattacapi fuori da studio e palchi, le idee compositive brillanti non mancavano di certo, come dimostra già l’opener devastante «Back Street Kids», un vero assalto all’arma bianca dove Ozzy regna con le sue sbroccate vocali da fanatico impazzito in piena crisi d’astinenza, accompagnato dal ritmo al galoppo dell’asse Butler-Ward e dalle frasi di chitarra spinose di Iommi. Al suono massiccio contribuiscono anche le tastiere dell’ospite Gerald Woodruffe. Il messaggio centrale del testo è che tutti e quattro i membri originali dei Black Sabbath, nonostante tutti gli agi e l’abbondanza materiale portati dal successo commerciale, nell’anima restano ragazzi semplici delle grigie strade operaie di Birmingham. La cupa dichiarazione d’amore «You Won’t Change Me» è un altro traguardo assolutamente unico della loro carriera: il riff pesante di Iommi, la linea di basso incontenibile di Geezer e un Ozzy completamente ‘a pezzi’ creano un’atmosfera apocalittica di prim’ordine, in netto contrasto con il ritornello melodico, ma comunque fatalista. Un soffio di futurismo cupo arriva anche dalle trame di tastiera dal suono schizofrenico di Woodruffe.
La sorpresa più bella dell’intero album è però la splendida ballata «It’s Alright», nostalgica e piena di slancio, uno degli esperimenti più insoliti dei Black Sabbath anni ’70, dove le redini del cantato passano al batterista Bill Ward. Pare che prima della registrazione fosse parecchio timido, ma alla fine Ozzy è riuscito a convincerlo a mettersi davanti al microfono, ottenendo un risultato davvero affascinante che ha sorpreso lo stesso Ward. La sua voce è completamente diversa da quella del compagno cantante, tutto bagnato di lamenti e paure esistenziali: ha un calore fuori dal comune che si sposa alla perfezione con il ritornello che ti risveglia e con la melodia piacevole. Viene inevitabilmente da pensare che sia un vero peccato che Ward non abbia cantato più pezzi nella loro storia, perché dal punto di vista tecnico supera il ‘claustrofobico’ Ozzy su tutta la linea, ma il leggendario batterista suonava semplicemente troppo poco ‘cattivo’ per le normali esigenze dei Sabbath. «Gypsy» è un classico Sabbath genuino, con un’introduzione ritmica rotolante dove entusiasmano soprattutto le ottime armonie vocali, i passaggi di batteria e gli intervalli di pianoforte. L’atmosfera torna decisamente cupa con un riff di chitarra cospiratorio, mentre il testo, l’unico dell’album con tracce di occultismo, parla di una misteriosa indovina rom al presunto ‘servizio del diavolo’, che con ogni probabilità è l’ennesima metafora di una relazione amorosa andata a rotoli.
«All Moving Parts (Stand Still)», il cui testo descrive la corruzione dei politici di ogni colore, che grida vendetta al cielo, è una delle creazioni più insolite e divertenti dell’intera carriera delle leggende di Birmingham. I cambi di ritmo inusuali si alternano alla grande con le armonie vocali e i passaggi di chitarra affilati, ma il pezzo mantiene comunque melodia e una sua logica. Il testo di «Rock’n’Roll Doctor», un hard rock dal tempo saltellante in cui si sentono chiaramente le radici blues, è ispirato a una persona reale, il defunto dottor Max, famigerato ex dentista di Elvis Presley, che riforniva regolarmente la band di sostanze. «She’s Gone» è una ballata d’amore struggente con un Ozzy inconsolabile, una melodia di chitarra commovente, un sottofondo ritmico sottile e, in più, un meraviglioso arrangiamento orchestrale firmato da Mike Lewis.
Il classico fatalista «Dirty Women» è il brano più lungo, più complesso ma anche più famoso del disco, e l’unico che è stato suonato dal vivo quando la formazione originale si è riunita nel 1998. La voce di Ozzy qui è nella sua versione più cattiva possibile, mentre la struttura centrale è tenuta insieme da finezze ritmiche dinamiche e dai passaggi melodici di Iommi, ancora una volta da leccarsi i baffi. Ma soprattutto è una goduria il passaggio finale da un motivo marcatamente martellante con voce indemoniata a una sezione sottile e ipnotica con armonie vocali ripetute, un assolo di chitarra da gourmet e un crescendo di passaggi di batteria scatenati fino alla chiusura del pezzo. Il testo, come dice già il titolo, parla degli appetiti edonisti del cupo quartetto guidato da Ozzy, che non vedeva l’ora di concedersi ogni eccesso legato a questa o quella ‘amica della notte’.
«Technical Ecstasy» magari non sarà il classico album ‘doom & gloom’ dei Black Sabbath per la maggior parte dei fan. Ciò nonostante è uno dei loro lavori sonoricamente più profondi, dove la coesione creativa tra i quattro membri originali ha bruciato per l’ultima volta con le fiamme maestose di un’avventura musicale senza freni, regalando qualche risultato davvero interessante per i palati fini. Pur alle prese con un sacco di problemi, avevano ancora abbastanza energia da studio, solidarietà reciproca e idee innovative per creare il miglior album non convenzionale dei Black Sabbath. A dimostrare che «Technical Ecstasy» è un album per gourmet musicali davvero particolari c’è anche una curiosità: uno dei livelli del popolare videogioco ‘Rise Of the Triads’ del 1995 portava il titolo di questo disco, mentre «Dirty Women» è ancora oggi un punto fisso nella scaletta live della formazione originale.
di: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Back Street Kids
2. You Won’t Change Me
3. It’s All Right
4. Gyspy
5. All Moving Parts (Stand Still)
6. Rock ‘n’ Roll Doctor
7. She’s Gone
8. Dirty Women
Formazione:
Ozzy Osbourne – voce
Tony Iommi – chitarra
Geezer Butler – basso
Bill Ward – batteria, voce principale in “It’s Alright”
Musicista ospite:
Gerald Woodruffe – tastiere
