Technical Ecstasy

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Black Sabbath
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: 1976
Durata: 40:35
Voto: 4.5/5

Nella seconda metà dei Settanta, dopo il capolavoro »Sabotage« (1975), i Black Sabbath si ritrovarono piano piano, ma inesorabilmente, in pieno declino commerciale. I trend musicali di allora cambiavano in fretta e per l’hard rock e il rock progressivo non si preannunciavano tempi gloriosi: il punk aveva già cominciato ad alzare la sua testa sporca, mentre la maggior parte dei ragazzi, soprattutto quelli di ceto medio, preferiva ormai bazzicare le discoteche piuttosto che i concerti heavy metal. Tutti e quattro avevano i loro bei problemi con le sostanze, polvere bianca in testa, ma a fare da capofila era ovviamente Ozzy, che con i suoi sbandamenti alcolici diventava sempre più ingestibile per chi gli stava intorno, anche se in studio e dal vivo, sorprendentemente, riusciva ancora a mantenere quel minimo di lucidità che bastava per tirare fuori con lui in formazione un altro album eccellente. Era anche il periodo in cui decisero di prendere il destino totalmente nelle loro mani, sia nella composizione che nella produzione, così nessuno poteva più venire a fargli la lezioncina su ‘quale direzione sarebbe stata la più razionale in questo momento’.

Un po’ stufi del concept ‘doom & gloom’ che nella prima metà dei Settanta gli aveva regalato fama mondiale come padri dell’heavy metal, con »Technical Ecstasy« decisero di offrire ai fan più fedeli  qualcosa di nuovo, ma di fondamentalmente riconoscibile. Questo significava lasciare la porta ancora spalancata a sperimentazioni sonore interessanti, senza però rinunciare a nessuna delle caratteristiche finezze Black Sabbath: il ‘lamento’ unico di Ozzy, i riff di chitarra brillanti e innovativi di Iommi, le linee di basso melodiche di Geezer e i massicci passaggi di batteria di Ward. Lo strappo con le tematiche occulte e la cupezza, che nei testi lasciano spazio a problemi sociali,  lo racconta già bene la copertina ironico-comica con un robot maschio e uno femmina che fanno sesso su una scala mobile.

Alle leggende di Birmingham, nonostante i molti grattacapi fuori dallo studio e dal palco, le idee compositive brillanti non mancavano di certo, come dimostra già l’opener »Back Street Kids«, una vera cavalcata a rotta di collo, dove Ozzy regna con i suoi inconfondibili sbrocchi vocali da fanatico impazzito in piena crisi d’astinenza, mentre a fargli compagnia ci sono il ritmo al galoppo del duo Butler-Ward e i riff chitarristici spinosi di Iommi. Il suono massiccio deve qualcosa anche alle tastiere del musicista ospite Gerald Woodruffe. Il messaggio centrale del testo è che tutti e quattro i membri originali dei Black Sabbath, nonostante tutti gli agi materiali e l’abbondanza portati dal successo commerciale, nell’anima restano ancora semplici ragazzi delle strade grigie della Birmingham operaia. La cupa dichiarazione d’amore »You Won’t Change Me« è un altro risultato assolutamente unico della loro carriera: un riff pesante di Iommi, la linea di basso temperamentale di Geezer e un Ozzy completamente ‘a pezzi’ creano un’atmosfera apocalittica di prima qualità, in netto contrasto con il ritornello melodico, ma pur sempre fatalista. Un soffio di futurismo oscuro arriva anche dalle trame di tastiera schizofreniche di Woodruffe.

La sorpresa più bella dell’intero disco è però la splendida ballata »It’s Alright«, dall’anima nostalgica e sognante, uno degli esperimenti più insoliti dei Black Sabbath anni Settanta, dove le redini del cantante principale passano al batterista Bill Ward. Pare che prima della registrazione fosse parecchio timido, ma alla fine Ozzy riuscì a convincerlo a salire davanti al microfono, e il risultato è davvero affascinante, tanto da sorprendere lo stesso Ward. La sua voce è completamente diversa da quella del compagno di band, intrisa com’è di ogni tipo di paranoia e paura esistenziale: ha un calore fuori dal comune che calza a pennello con il ritornello da risveglio e la melodia piacevole. Viene inevitabilmente da pensare che sia un vero peccato che Ward non abbia cantato più pezzi nella loro storia, perché dal punto di vista tecnico supera il ‘claustrofobico’ Ozzy su tutta la linea, ma il leggendario batterista suonava semplicemente troppo poco ‘cattivo’ per le normali esigenze dei Sabbath. »Gypsy« è un’autentica classica da Sabbath con un’introduzione ritmica rotolante, dove entusiasmano soprattutto le ottime armonie vocali, i passaggi di batteria e gli intermezzi di pianoforte. L’atmosfera torna decisamente cupa, con un riff di chitarra da cospiratori, mentre il testo è l’unico del disco con tracce di occultismo: racconta di una misteriosa indovina rom al presunto ‘servizio del diavolo’, che più che altro è l’ennesima metafora di una storia d’amore naufragata.

»All Moving Parts (Stand Still)«, il cui testo dipinge la corruzione dei politici di ogni colore che grida vendetta al cielo, è una delle creazioni più insolite e divertenti dell’intera carriera delle leggende di Birmingham. Gli insoliti passaggi ritmici si alternano alla grande con le armonie vocali e i passaggi di chitarra taglienti, ma il pezzo mantiene comunque melodia e una sua logica. Il testo del brioso rocker pesante »Rock’n’Roll Doctor«, in cui si sentono chiaramente le radici blues della band, è ispirato a una persona reale, il defunto dottor Max, famigerato ex dentista di Elvis Presley, che riforniva regolarmente il gruppo di sostanze. »She’s Gone« è una ballata d’amore straziante, con un Ozzy inconsolabile, una melodia di chitarra commovente, un sottofondo ritmico sottile e un meraviglioso arrangiamento orchestrale curato da Mike Lewis.

La classica fatalista »Dirty Women« è il brano più lungo, più complesso e anche più famoso del disco, nonché l’unico che fu eseguito dal vivo quando la formazione originale si riunì nel 1998.  La voce di Ozzy qui è nella sua versione più cattiva possibile, mentre la struttura centrale è tenuta insieme da finezze ritmiche dinamiche e dai passaggi melodici di Iommi, ancora una volta da leccarsi i baffi. Soprattutto fa venire i brividi il passaggio finale da un motivo decisamente martellante con voce impazzita a una sezione sottile e ipnotica con armonie vocali ripetute, un assolo di chitarra gastronomico e un crescendo di passaggi di batteria selvaggi fino alla chiusura del pezzo. Il testo, come dice già il titolo, parla degli appetiti edonistici del cupo quartetto, Ozzy in testa, che non vedeva l’ora di concedersi ogni eccesso legato a questa o quella ‘amica della notte’.

»Technical Ecstasy« magari non sarà il classico album ‘doom & gloom’ dei Black Sabbath secondo i parametri della maggior parte dei fan. Eppure è uno dei loro lavori più profondi dal punto di vista sonoro, quello in cui la coesione creativa tra i quattro membri originali ha bruciato un’ultima volta con le fiamme splendenti di un’avventura musicale senza freni, regalando risultati davvero interessanti per i palati fini del rock.  Nonostante i tanti problemi, avevano ancora abbastanza energia da studio, solidarietà reciproca e idee innovative per creare il miglior album non convenzionale dei Black Sabbath. Che »Technical Ecstasy« sia apprezzato dai buongustai musicali di un certo tipo  lo conferma anche una curiosità: uno dei livelli del popolare videogioco ‘Rise Of the Triads’ del 1995 portava il titolo di questo album, mentre »Dirty Women« resta tuttora un pezzo fisso del repertorio live della formazione originale.

Formazione

Ozzy Osbourne – voce
Tony Iommi – chitarra
Geezer Butler – basso
Bill Ward – batteria, voce principale su “It’s Alright”

MUSICISTA OSPITE:
Gerald Woodruffe – tastiere

Produzione

Black Sabbath

Tracklist

1. Back Street Kids
2. You Won’t Change Me
3. It’s All Right
4. Gyspy
5. All Moving Parts (Stand Still)
6. Rock ‘n’ Roll Doctor
7. She’s Gone
8. Dirty Women

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