La fine dell’umanità secondo Origin e Suffocation! (2012)

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Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad

Luogo: Gala Hala, Lubiana
Data del concerto: 08.07.2012
Numero di spettatori: 120

Hai visto il documentario Life After People, che mostra il destino della Terra se tutti gli esseri umani sparissero di colpo? Già nel giro di qualche decennio tutti gli edifici, prodotti delle mani dell’uomo, comincerebbero a sgretolarsi in polvere, i rami si mangerebbero i ponti, ogni testimonianza dell’umanità si trasformerebbe lentamente in cenere e polvere, e a fare di nuovo da padrona del pianeta sarebbe la natura. Più o meno così appariva la Gala Hala domenica 8 luglio, perché ci è piombato dentro come un meteorite il messaggero dell’inevitabile fine: il tour The End of Humanity 2012, con i pazzi del technical death metal Origin e i giganti del death metal Suffocation.

 

Prima della fine, ovviamente, hanno detto la loro anche le immancabili band di supporto, con gli Slaughter of Denial come terzo gruppo ad aprire le danze. A salire per primo sul palco è stato il trio canadese di technical death metal Unbreakable Hatred. Di band technical e progressive metal che arrivano dal Canada siamo più che abituati (Quo Vadis, Neuraxis, Martyr, Cryptopsy e un altro mare di gruppi), quindi nemmeno questi canadesi sono stati una grossa sorpresa. In poco meno di mezz’ora hanno sfoderato una manciata di riff complessi e spezzettati, voce ringhiata e passaggi di batteria piuttosto originali e, ovviamente, ingarbugliati a dovere. Il tutto sarebbe stato pure ascoltabile e da capogiro, se il fonico (probabilmente sordo) non avesse girato la manopola del volume a 11. Restare in sala più di qualche minuto era una vera tortura, e per di più quel volume brutale seppelliva del tutto la batteria.

 

Un filo peggio se la sono cavata i finlandesi Re-Armed, che suonano una specie di mix tra death e thrash metal e hanno presentato il loro primo album uscito da poco, Worldwide Hypnotize. Ma quel mix suonava più che altro goffo, poco convincente e confuso. Proprio come il cantante con il suo inglese sgangherato e il bassista, che sembrava preso da tutt’altra band.

 

Il vero mattatoio death metal è partito finalmente con gli americani Origin, i pazzi tecnici »out-of-this-world«. Anche se ormai sono una presenza fissa sui palchi sloveni, visto che da noi si riescono a vedere ogni pochi mesi, restano una delle poche band che è un piacere incontrare dal vivo ogni singola volta. Gli Origin stanno ancora portando in giro l’ultimo disco, Entity, e anche stavolta ci hanno avvolti in un caos nero e ultraterreno, come il monolite di 2001: Odissea nello spazio. Già alle prime note hanno spinto la sala in un headbanging inarrestabile, e in un attimo anche in mosh pit che sembravano non finire mai. L’intensità del concerto non era proprio quella dell’ultima volta, quando gli Origin avevano suonato insieme ai diavoli tasmaniani Psycroptic, ma il carismatico frontman Jason Keyser ha fatto in modo che la temperatura salisse in modo costante e continuo. Keyser si è di nuovo divertito un mondo a manipolare il pubblico, che lo seguiva a ogni comando e ha scavato mosh e circle pit come se niente fosse; solo con lo stage diving stavolta si è mostrato un po’ più timido. Il mostro minaccioso Origin si è abbattuto sulla Gala Hala con una setlist quasi identica all’ultima volta, e questo è l’unico vero neo del concerto, perché anche stavolta ci siamo beccati brani disumanamente complessi, pieni delle linee di basso fuori di testa di Mike Flores (che, a giudicare da quello che si è visto, di sicuro non viene da questo pianeta), dei riff arpeggiati a velocità disumana di Paul Ryan e della batteria malata di John Longstreth, che da qualche parte dietro i tamburi doveva per forza nascondere un paio di braccia e di gambe in più. La brutalità ha toccato il culmine quando Jason, Mike e Paul hanno ringhiato all’unisono, tutti e tre insieme, e Keyser ha fatto partire al pubblico un circle pit nel silenzio, per poi lanciarsi lui stesso giù dal palco alla fine. L’entità che risponde al nome di Origin ha garantito ancora una volta un concerto di altissimo livello, e le pareti della Gala Hala grondavano sangue e sudore!

 

Se l’ultima volta che i Suffocation, eccellenza del death metal, hanno suonato da noi saltavamo di gioia come una bambina a cui hanno regalato un lecca-lecca di Hello Kitty, stavolta è andata un po’ diversamente. Un retrogusto estremamente amaro l’ha lasciato la recente separazione della band dal fenomenale batterista Mike Smith. Vero è che oggi i batteristi capaci di suonare una musica tecnicamente così impegnativa sono un mare, ma Smith era una vera identità dei Suffocation, e non si limitava a pestare e basta. Ancora più preoccupante era stata stavolta l’assenza del cantante – Frank »The Tank« Mullen, per impegni a casa, ha dovuto saltare per la seconda volta il tour con la sua band. E se c’è una cosa che proprio non riesco a immaginare, sono i Suffocation senza la presenza unica dell’indimenticabile Mullen. Ma i dubbi la band (quasi)  è riuscita a dissolverli già con le prime note del trono insanguinato, Thrones of Blood. Che i Suffocation dal punto di vista strumentale suonino devastanti come un terremoto, brutali come una guerra e minacciosi come i cavalieri dell’apocalisse, non c’era alcun dubbio. Terrance Hobbs ha di nuovo segato come un matto riff spacca-testa, passandoseli come lame con Guy Marchais, mentre la sezione ritmica rimbombava sotto le linee di basso marcate di Derek Boyer e del nuovo batterista Dave Culross (ex-Pyrexia, ex-HatePlow, ex-Malevolent Creation, che con i Suffocation ha registrato l’EP Despise the Sun), che è entrato con successo e sicurezza nelle scarpe di Mike Smith. La domanda più grossa era come se la sarebbe cavata Bill Robinson, cantante dei brutali tecnici americani Decrepit Birth (dove suona anche Boyer). Robinson sul palco non si è messo a piazzare un barile per accenderci un fuoco dentro (Robinson, infatti, per più di dieci anni ha vissuto volontariamente da barbone e per sopravvivere coltivava erba; che altro?), però ha sorpreso con un ringhio belle potente di cui sarebbe stato fiero anche Frank The Tank. L’unico difetto è che l’audio era così scadente che la sua voce non si sentiva quasi per niente, ma ha compensato con un’ottima conduzione della serata, e non si è dimenticato nemmeno di omaggiare il celebre gesto di Mullen, quello di tagliare l’aria con la mano. La ciliegina sulla torta è stata un’ottima setlist, che pescava soprattutto da Effigy of the Forgotten e Pierced From Within, due dischi che sono di gran lunga tra i migliori album death metal di tutti i tempi. Nonostante una formazione bella rivoltata, i Suffocation sono riusciti a dimostrare di essere ancora i re del death metal, ma intanto non vedo l’ora che parta il tour in cui sul palco, accanto ai suoi fratelli, ci sarà di nuovo Frank Mullen.

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