Boris Kovač ci porta il suo circo filosofico dalla Voivodina (2010)

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Luogo: Klub Cankarjev dom, Lubiana
Data del concerto: 15.03.2010
Numero di spettatori: 0

Ai Cankarjevi torki è arrivato un altro momento davvero speciale: abbiamo avuto la visita del celebre polistrumentista della Voivodina (stavolta in versione fiatista) Boris Kovač, che ci ha onorato con la compagnia del suo ensemble La Campanella, altri quattro furfanti musicali che aiutano Boris a infrangere norme e regole della musica. La sua visione l’ha messa in chiaro, e come, anche davanti al pubblico del Cankarjev dom.

Boris Kovač e la sua orchestra La Campanella sono cittadini del mondo, in giro per il pianeta. Anche al nostro “avanzato” paese Boris si è rivolto in inglese, cosa che a quanto pare è ormai una parte fissa del loro show. La musica, così come i vestiti e il modo di stare sul palco, riflette una specie di farsa da circo con una profondità filosofica. I commenti sono spiritosi, ma spesso anche carichi di significato, con un bel po’ di critica sociale e attualità. L’abito sta a metà tra il frac da cerimonia e la divisa da circo. Lo stesso vale per la musica, che mescola momenti di follia circense selvaggia e di ispirazione compositiva profonda. Sanno prendersi gioco anche dei temi più seri, pur sapendo quanto possano far male. Del resto, la risata è la miglior medicina.

La Campanella ci portano a fare un giro in cui, naturalmente, risuonano anche i suoni di casa loro, la Voivodina. Lì c’è il rifugio del multiculturalismo, e in perfetta armonia vivono un sacco di popoli diversi: serbi (tra cui dovrebbero contarsi anche gli abitanti autoctoni, i “Lale”), croati, ungheresi, slovacchi, tedeschi, russi, macedoni, rom e perfino sloveni. Tutte queste culture diverse influenzano il suono di Boris Kovač e della sua orchestra. Proprio come la Voivodina è variegata, anche loro lasciano spazio a una fantasia musicale senza limiti, senza vincoli e senza freni. Accanto a questa rigogliosa tradizione delle pianure pannoniche, Kovač attinge anche a stilemi jazz, latin, tango e rock. Insomma, la musica è decisamente inafferrabile. Tutto è sacro e niente lo è. Rompono ogni convenzione, come ogni buona band a mentalità progressive.

Fin dall’inizio Boris ci ha fatto capire che avrebbe presentato soprattutto il suo ultimo album “World after History”, e così ha fatto. Ma non ha dimenticato nemmeno alcuni evergreen del suo passato, che ancora oggi vengono cantati dal popolo slavo unito. Tra un pezzo e l’altro Boris butta lì ogni tanto qualche osservazione filosofica piena di significato sul brutto stato della società umana, e preannuncia, o meglio spera, un futuro migliore. Il tutto lo avvolge in un umorismo nero e ci convince che, anche nei momenti di massima avidità e miseria del mondo, la cosa migliore è farsi una risata, perché prendersela troppo ti può distruggere in un attimo.

I maestri hanno dato un’anima alla loro fusione, e la musica ti riempie davvero fino all’ultima cellula. Ci sono tanti cambi d’umore e curve imprevedibili, eppure i musicisti restano sempre ritmici e accessibili. Si vede che la musica è rifinita nei minimi dettagli anche dal vivo e di conseguenza di “stecche” non ce ne sono proprio, a parte quelle imprevedibili di cui non sono responsabili loro (per esempio se il contrabbasso congiura contro di te). Boris si è presentato come un ottimo fiatista e intrattenitore da cabaret, mentre i suoi circensi sono spalle più che dignitose. Si è messo particolarmente in luce Orlando Bloom (Vukašin Mišković) alla chitarra, che non si è limitato a sviluppare motivi etnici, ma ogni tanto ci ha mostrato anche ttocchi di jazz rock latino alla Carlos Santana e qualche pattern più hard rock. Sotto il terzo faro da solista c’era l’eccellente fisarmonicista Goran Penić, che ha regalato un po’ di divertimento extra con le sue mini tastiere, mentre la sezione ritmica spingeva la formazione per tutta la serata in acque sempre più selvagge, sapendo anche riportarla indietro con sicurezza.

Boris Kovač rispetta tutte le tradizioni, ma allo stesso tempo le abbatte tutte e ne crea una nuova, che plasma e perfeziona nel suo percorso musicale da oltre trent’anni. Con la sua orchestra ci ha presentato solo una parte della sua visione agrodolce, pervasa di umorismo nero. Ma noi del pubblico ci siamo comunque fatti un’ottima idea del suo talento unico. Se tutti i compositori avessero anche solo un briciolo della sua apertura verso i più diversi indirizzi musicali e della voglia di costruire una propria filosofia musicale da tutti questi pezzi, la musica non ristagnerebbe mai, perché la spinta al progresso e a un carattere personale vincerebbe quasi sempre.

Fotografie: Rok Podgrajšek

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