Born Villain
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Marilyn Manson
Etichetta: Cooking Vinyl
Uscita: 2012
Durata: 63:25
Voto: 4.3/5
Cosa sarebbe il mondo senza Marilyn Manson? Vale anche il contrario: cosa sarebbe Marilyn Manson senza il mondo? Sarebbe un deserto, ma proprio un deserto. Chissà cosa si è inventato con il nuovo, ottavo album in studio questo artista geniale, che ha puntato il suo sarcasmo infinitamente brillante su una terapia d’urto con cui scuote l’umanità, ci provoca emozioni volutamente negative e ci mette davanti lo specchio. È la sua missione. E la porta a termine dannatamente bene.
Il tipo che per tutta la carriera musicale sfrutta le mille facce dell’anticristo, del vero anti-eroe, di tutto ciò da cui scappiamo, in cui cerchiamo di nasconderci e per cui di solito ci convinciamo, con un moralismo da due soldi, che «io di certo non sono così, vero?», stavolta si è messo la maschera del «cattivo nato» – detto così suona banale e quasi irrilevante, almeno se lo traduci dall’inglese. Ma qui in mezzo c’è quella parola magica: «però». Con Born Villain Manson si rimette ancora una volta nei panni di quello che va per la sua strada, non si piega e quel che fa lo fa a modo suo, con trasporto e sicurezza, perché Manson sa che se tentennasse lungo il cammino «l’apparato del Grande Fratello» lo farebbe a pezzi. Ovviamente sto piantando «fiorellini». Di veri ribelli non ce ne sono, altrimenti il mondo sarebbe più bello di com’è. Più giusto, insomma. Beh, nella finzione tutto è possibile. Che questa sia la finzione di Manson, ancora una volta piazzata con astuzia attraverso il prisma dell’arte musicale, non importa nemmeno. L’artista funziona semplicemente di nuovo in modo scioccantemente convincente. Sempre, sempre di nuovo.
Nei testi Manson si rivolge ancora a se stesso e allo stesso tempo inchioda alla croce la stupidità, la depravazione e la doppiezza umane (Children of Kain), che sono sempre state la sua grande leccornia e specialità. Niente di nuovo, quindi, ma comunque profondo, intelligente, nei versi di nuovo diretto, avvolto nella metafora ma senza nascondersi. Si sente però che Manson continua a maturare sul piano artistico. Sul fronte vocale, per esempio, stavolta si è divertito a ripetere un verso scelto, che detta in tante varianti diverse nel modo di posare le parole. Insomma, anche se il verso è sempre lo stesso, quando lo porta attraverso un motivo scelto (una frase di chitarra, un loop sonoro programmato, ecc…) tra urla distorte, l’ossessione di eccessi strillati, o semplicemente giocando con recitati sussurrati, quel verso ogni volta fa un effetto diverso.
Il ritorno di Twiggy Ramirez nel 2009 sull’album «The High End Of Low» è stato più che benvenuto per la portata creativa e la credibilità di Marilyn Manson. Il triangolo del nucleo creativo Manson-Ramirez-Vrenna è evidentemente più che azzeccato, addirittura essenziale, e speriamo che in futuro nuovi addii alla formazione non lo spezzino . «Born Villain» è infatti di nuovo più punk e rigido, sinistramente rombante, anzi, dopo «Holy Wood» forse è proprio l’album che avrebbe dovuto seguirlo, e allora i critici non se la sarebbero di certo presa con il successore «The Golden Age Of Grotesque». Vrenna è un maestro nell’aggiungere loop programmati, un uomo che lavora dietro le quinte e porta la fetta più grossa di ciò che intendiamo con «industrial» nell’espressione artistica di Marilyn Manson. Anche stavolta ha fatto il suo lavoro con grande merito, ma è solo il legame con la bizzarra follia da riff di Twiggy Ramirez, e ovviamente con l’unicità dell’interpretazione vocale di Manson in persona, quel minimo, chiamiamolo il denominatore comune di base, a giustificare la portata artistica di Marilyn Manson.
Il fatto è che con «Born Villa» Manson resta un intrattenitore, ma i tempi sono cambiati e l’ottavo album, oggi che esce, non fa più un effetto così scioccante, intrigante, provocatorio, blasfemo. Siamo nel 2012 e la violenza ci insegue a ogni passo. Quanta ce n’è adesso non ce n’è mai stata nei cosiddetti tempi di «pace». I giovani si fanno la pelle dura, anzi la violenza sta diventando uno dei travestimenti caratteriali dei ragazzi, qualcosa di del tutto scontato, quotidiano, come mettersi le mutande.
Il minimalismo regna sovrano anche sul nuovo album di Marilyn Manson. Trucchetti brevi e semplici, anzi banali, sono di nuovo il cuore degli arrangiamenti. La voce, quasi satura di distorsione, cioè iperprodotta, suona di nuovo tagliente, irrita con la sua deformazione voluta, altezzosa, disperata e accusatoria senza cedimenti. Ci sono quelle narrazioni, con un respiro profondo e cupo, che suonano perfino erotogene – un trucco collaudato con cui Manson approfondisce anche il lato gotico della sua predica musicale. Questo lo combina però di tanto in tanto con eruzioni di urla massicce (Disengaged, Hey Cruel World, Overneath The Path Of Misery, Murderers Are Getting Prettier Every Day). Questo è il suo terreno di gioco e da qui non si arretra. Lo domina in pieno e ci cammina sopra a testa alta, col sangue che gli bolle, ed ecco perché resta scioccantemente magnetico nella sua «realtà».In tutto questo c’è un sacco di spazio per melodie piazzate al punto giusto, che bilanciano alla grande la bizzarria espressiva dell’album. I ritornelli di The Flowers Of Evil, Slo-Mo-tion, The Gardener, Pistol Whipped o No Reflection dimostrano che Marilyn Manson ha un fiuto da purosangue per piazzare la dose giusta di melodia, che accarezza le orecchie e flirta alla grande con il teatro alternativo e beffardo del pavoneggiarsi vampiresco, che altrimenti annegherebbe in un eccesso di cupezza costruita a tavolino e di senso apocalittico di sprofondamento senza speranza in un abisso senza fondo. La straordinaria acutezza dei talenti musicali di Marilyn Manson la dimostra anche l’ottima cover di un successo anni Settanta della cantante Carly Simon, You’re So Vain. Questo pezzo è speciale anche per un’altra cosa. Chitarre e perfino batteria le suona in persona il celebre pirata dei Caraibi, Johnny Depp. La versione è riuscitissima, Johnny ha fatto il suo lavoro con totale padronanza.
Twiggy Ramirez ha portato alcuni riff eccezionali, in particolare spicca la deforme Lay Down Your Goddamn Arms alla Sabbath. Ramirez capitalizza appieno un raffinato senso per l’innesto di trucchi da riff bizzarri, che nelle tonalità sono come previsto avari, ma nel posizionamento sono sempre così saggiamente dosati e temporizzati da raggiungere sempre il loro ottimo espressivo (a conferma, l’uso della sua chitarra in Pistol Whipped). Una miscela eccentrica di metal, industrial e lato gotico, ricoperta da una lucentezza glam/sleaze teatralmente vampiresca, non funzionava così bene da tempo come di nuovo su «Born Villain». Il culmine della portata artistica del terrorismo sonoro moderno alla Marilyn Manson l’ha però colto senza dubbio la bestialissima Murderers Are Getting Prettier Every Day, dove i loop ritmici dialogano alla grande con la furia selvaggia della batteria di Chris Vrenna. L’arrangiamento delle strutture ritmiche aggiunge un peso importante alla visione apocalittica del pezzo ed è in pratica la conclusione dell’album prima della conclusione. Da qui in poi infatti l’album si calma del tutto fino all’uscita. «Born Villain» del resto sta per lo più su semplici schemi ritmici su cui non è difficile muoversi a passo di danza. In uno spazio così, anche lo spazio è riempito in modo magistrale da linee di basso sferraglianti, che suonano organiche e creano un contrasto pittoresco nel quadro sonoro stesso. The Flowers Of Evil suona già proprio sfacciatamente gotica, post-punk, shoegaze, con un’ottima combinazione di schema ritmico accelerato e riff incalzanti, rafforzati dalla melodia del ritornello nel canto di Manson.
Eppure non c’è nulla da obiettare a Manson quanto al suo finissimo senso per la manipolazione sonora. Nonostante gli ultimi due pezzi calmino l’album, cioè la title track e quella finale che la segue, Breaking The Same Old Ground, è proprio questa sofisticazione, basata sull’intreccio di loop programmati interdipendenti nella creazione dell’atmosfera, a portare un sostegno contrastante a Manson, che attraverso questa morbida «ragnatela» si incide con il suo vampirismo vocale. A tratti la voce disperata, un attimo dopo si ribalta in tutt’altra esperienza, quando suona lubrificata di erotismo. Così si comporta la voce in Pistol Whipped. Quel pezzo dovrebbe con gli anni diventare uno dei favoriti dal vivo, perché è l’incarnazione letterale delle perversioni sessuali che creano i sogni più deliranti, ma bagnati, dell’immaginazione umana, e la band si gioca una vincente mano di poker d’assi, creando una crescita graduale dell’atmosfera che raggiunge il culmine nel ritornello dissoluto.
«Born Villain» è un album in cui si è risvegliato di nuovo il lato deviante del nichilismo di Manson. Di certo l’album non si può mettere accanto ai primi anni di attività musicale della band, perché Marilyn Manson maturano con gli anni sia nell’espressione sia nei capolavori di produzione sonora, ma in sostanza ha ripreso artisticamente il tipo di manipolazione sonora dei precedenti «Eat Me, Drink Me» e «The High End Of Low», il che si riflette in un’evoluzione matura dello stesso arrangiamento di loop programmati e sottoritmi, in cui i Marilyn Manson hanno nel tempo affinato a dovere la loro maestria, e a tutto questo sul nuovo album si è aggiunto il vero spirito ribelle, arrabbiato e furioso.
La bella addormentata si è finalmente risvegliata, il cerchio si è chiuso. Il nuovo album è, come una sorta di nuovo inizio, un ottimo punto di partenza per un futuro approfondimento della portata artistico-espressiva dell’atteggiamento musicale autoctono di questo artista. È un vero incrocio tra terrore sonoro massiccio e rabbia da ribellione rock, quello che i fan del suo atteggiamento aspettavano da un pezzo, da un lato, mentre dall’altro approfondisce il volto sofisticato di un astuto intreccio di loop programmati, effetti e ritmi. Un album molto buono e artisticamente maturo.
Formazione
Marilyn Manson – voce, chitarra, tastiere
Twiggy Ramirez – chitarra, basso, tastiere, cori
Fred Sablan – basso
Chris Vrenna – tastiere, sintetizzatori, programmazione, batteria, percussioni
MUSICISTA OSPITE
Johnny Depp – chitarra, batteria su “You’re So Vain”
Produzione
Marilyn Manson & Chris Vrenna
Tracklist
01. Hey Cruel World…
02. No Reflection
03. Pistol Whipped
04. Overneath The Path Of Misery
05. Slo Mo Tion
06. The Gardener
07. The Flowers Of Evil
08. Children Of Cain
09. Disengaged
10. Lay Down Your Goddamn Arms
11. Murders Are Getting Prettier Every Day
12. Born Villain
13. Breaking The Same Old Ground
14. You’re So Vain (bonus track)