Brain Salad Surgery

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Emerson, Lake & Palmer
Etichetta: Sanctuary Records
Uscita: 1973
Durata: 45:04
Voto: 5/5

L’operazione al cervello a insalata è l’ultimo trionfo, ma proprio per questo il più dolce, del trio più chiacchierato della storia del rock. Ancora oggi le opinioni sono divise su se “Brain Salad Surgery” sia l’alfa e l’omega della loro carriera artistica (c’è chi preferisce “Tarkus” o addirittura “Trilogy”), ma senza dubbio è tra le loro cose migliori e fa parte a pieno titolo dell’élite dei migliori album rock di tutti i tempi, anche se ancora troppo spesso resta incompreso e senza il rispetto che si meriterebbe. Con questo disco l’età d’oro del progressive rock sinfonico ha toccato il suo apice.

L’album contiene una sfilza di classici sempreverdi degli ELP (praticamente ogni pezzo), e allo stesso tempo si può definire un progetto quasi-concettuale, visto che il suo fulcro è la suite di quasi mezz’ora “Karn Evil 9”, la creazione più ambiziosa della loro storia. Prima di entrare nei dettagli di questo capolavoro del progressive rock, vale la pena spendere due parole sul contesto che ha portato alla sua nascita e ne ha plasmato l’identità.

In quel periodo gli ELP erano al culmine della popolarità e godevano dello status di rockstar tra le più chiacchierate (gli unici in tutta la storia del progressive rock a sfruttare a fondo quello status, riempiendo le rubriche di gossip con eccessi di ogni tipo, sul palco e dietro le quinte). Dopo la fine del tour di “Trilogy” hanno prima fondato la loro etichetta, la Manticore (che prende il nome dalla creatura mitologica, uno dei personaggi principali dell’album e della suite “Tarkus”), poi si sono chiusi in studio, dove le idee musicali volavano una dietro l’altra. Tanto slancio creativo come durante la lavorazione di “Brain Salad Surgery” gli ELP non l’hanno mai più mostrato in tutta la loro storia.

Una grossa novità sul fronte dei testi, fino a quel momento dominio esclusivo di Lake e, ogni tanto, di Emerson, è stata l’arrivo di Peter Sinfield come collaboratore esterno. Sinfield era un vecchio compagno di merende di Lake dai tempi dei King Crimson originali, dove era il quinto membro del gruppo e si era già guadagnato la fama di uno dei più originali “consumatori” di penna poetica del rock. Sul disco Sinfield ha avuto un ruolo piccolo ma importante: ha messo la sua firma poetica sulla prima parte della suite “Karn Evil 9” e ha scritto tutto il testo della burlesca “Benny The Bouncer”. Lake gli ha restituito il favore partecipando al suo album solista, uscito lo stesso anno per la Manticore, l’etichetta degli ELP.   

Come in tutti i precedenti album degli ELP, che si distinguevano tra le altre cose per l’innovazione strumentale, anche qui un ruolo centrale l’ha giocato la tecnologia elettronica, avanzatissima per l’epoca, che di solito era dominio esclusivo di Emerson. Il mago delle tastiere ha ampliato il suo arsenale di allora, fatto fino a quel momento solo di organo hammond, pianoforte e sintetizzatore monofonico mini moog, con il gigantesco e versatile moog modulare, all’epoca una rivoluzione per l’uso polifonico delle tastiere elettroniche, e ogni tanto si è divertito anche con la fisarmonica. Grazie all’inventore dottor Robert Moog, che in quell’anno aveva portato sul mercato la nuova tecnologia, Keith poteva ora vivere i suoi orgasmi musicali anche con i sintetizzatori polifonici, che gli facilitavano parecchio il lavoro in studio e di composizione. L’altra grande novità erano le batterie elettroniche di Palmer. Il maestro dei tamburi poteva ora menare sui pad elettronici e allo stesso tempo suonare percussioni come i timpani e le campane tubolari. Oggi la maggior parte di queste tecniche è stata sostituita dalla moderna tecnologia di registrazione MIDI, ma alcuni frammenti musicali incisi con quelle innovazioni, anche dopo tutto questo tempo, su questo album suonano tutto fuorché arcaici.

Ovviamente è il contenuto musicale ad avere più peso, ed è per questo che l’album ha fama di incarnare la perfezione nel progressive rock sinfonico. L’apertura, in grande stile e bombastica, è affidata a “Jerusalem”, l’adattamento di Emerson di un celebre inno religioso britannico che nelle versioni originali di solito viene eseguito come musica da camera. Gli ELP ne hanno fatto un inno rock bombastico ed epico, dove Emerson alle tastiere mantiene il suono maestoso degli organi da chiesa mentre Lake brilla con una prova vocale eccellente. La sua interpretazione sentitissima del testo originale, opera del leggendario artista poliedrico britannico William Blake, porta l’atmosfera dell’album al massimo della grandiosità. Curiosità: la BBC ha rifiutato di trasmetterla in radio dopo l’uscita come singolo, a dimostrazione di quanto poco i liberali anni ’60 avessero scalfito istituzioni così conservatrici e fossilizzate come la BBC.

Ma Emerson non sarebbe Emerson se non si fosse buttato su almeno una sua interpretazione di qualche composizione classica. Stavolta, per le sue folli bravate classicheggianti, ha scelto il brano intitolato “Toccata”, scritto originariamente dal compositore argentino Alberto Ginastera. Appartiene al regno della musica classica moderna. Al contrario dei problemi avuti da Emerson nei primi anni con gli ELP, soprattutto sul fronte dei diritti d’autore ma anche per la disapprovazione dei colleghi del mondo classico, Ginastera si è dimostrato un compositore ragionevole e aperto, che ascoltò volentieri a casa sua l’interpretazione di Keith e la appoggiò. Keith ci ha costruito sopra un vero e proprio campo di battaglia per i suoi esperimenti con i sintetizzatori moog polifonici, mentre Palmer gli tiene compagnia in modo convincente con i suoi assalti sulle batterie elettroniche. Fin dal primo secondo domina un’atmosfera inquietante, creata dalle improvvisazioni impazzite di Emerson alle tastiere, dalle marce selvagge di Palmer alla batteria e da percussioni di ogni tipo. Ne esce uno dei loro pezzi più avanguardistici.

Al forte contrasto stilistico e al cambio d’atmosfera pensa “Still You Turn Me On”, un’altra di quelle belle ballate folk acustiche e romantiche di Lake, che sembrano fatte apposta per gli innamorati di ogni risma. Se Lake, soprattutto per colpa del suo vecchio “amico” dei King Crimson, Robert Fripp, non è mai diventato chissà che maestro della chitarra elettrica o del basso, qui dimostra ancora una volta di essere stato spesso più che convincente nei panni del chitarrista acustico. La sua combinazione di accordi pastorali sulla chitarra acustica crea una melodia bellissima, che di tanto in tanto viene interrotta da spiritosi e affilati passaggi wah-wah sulla fisarmonica di Emerson (la prima volta che si cimenta in una cosa del genere). Il canto è tra i migliori della carriera di Lake, il che peraltro vale per tutto l’album. Ma chi ascolta con attenzione il testo scoprirà che in realtà è tutto fuorché romantico, come sembra a prima vista, e che contiene un sacco di allusioni sessuali dal sapore sarcastico.

Segue un altro pezzo più breve, la burlesca “Benny The Bouncer”, ennesimo brano scanzonato e scherzoso nella tradizione dei loro precedenti pezzi da monelli come “Jeremy Bender”, “Are You Ready Eddy” e “The Sheriff”. Questo assalto da teppisti riesce a ricreare l’atmosfera divertente delle sale da ballo degli anni ’50, dove regnano violenza e cinismo. I passaggi selvaggi di Emerson al pianoforte e il canto stravolto di Lake creano dal vivo l’atmosfera di una rissa da saloon. A incarnare il tutto al meglio è il testo grottesco, che finisce con qualcuno che pianta un’ascia in testa al buttafuori.

Tutti questi pezzi, però, erano solo il riscaldamento per il gran finale e il cuore di “Brain Salad Surgery”, senza il quale non si potrebbe parlare di capolavoro sempreverde. Parlo della già citata super epopea di quasi 30 minuti “Karn Evil 9”, la creazione più ambiziosa della loro carriera, con cui hanno dimostrato di essere ancora il simbolo dell’innovazione e i re delle suite epiche e maestose (in carriera ne hanno fatte solo due (oltre a “Karn Evil 9”, quella che gode di più rispetto tra i fan degli ELP è “Tarkus”), ma entrambe restano considerate i loro risultati più grandi).

Ciò che a “Karn Evil 9”, oltre alla straordinaria natura compositiva e all’esecuzione, regala un’aura insieme misteriosa e maestosa è il suo concept apocalittico di fantascienza, legato in modo drammatico alla copertina di Giger. La storia prende ispirazione soprattutto da classici come “Il mondo nuovo” di Huxley e “1984” di Orwell.

In un futuro, ogni forma di criminalità è stata cancellata per sempre dal mondo, e con lei anche tutta la decadenza mondana, creando una società “pulita”. A controllarla ci sono i computer, che sorvegliano ogni movimento della vita umana. Sono vietate tutte le forme di svago e tutto ciò che potrebbe portare le persone a un pensiero individuale e a uno spirito ribelle, e la musica è proibita in modo particolarmente severo. Il tutto allo scopo di trasformare le persone in esseri il più possibile impersonali e robotici, affini ai computer. Eppure, nelle profondità della terra esiste un mondo sotterraneo dove vive ancora libero qualche essere umano, che nel frattempo trama una rivoluzione e una rivolta contro il dominio dei computer. Ti suona familiare? Certo, qualcosa di molto simile l’hai potuto vedere molto più tardi nella trilogia cinematografica di Matrix o in film come Equilibrium.

“Karn Evil 9”, il cui strano nome nasce da un conio di Emerson con cui voleva descrivere la sua atmosfera carnevalesca, è diviso in più sezioni, come da tradizione di tutte le grandi suite epiche. In questo caso tre: la prima sezione (insieme alla sua introduzione) è il riscaldamento iniziale con la voce di Lake in primo piano, la seconda è la svolta maestosa con le lunghe improvvisazioni strumentali di Emerson (soprattutto al pianoforte), e la terza è soprattutto l’orgasmo finale di Emerson sui sintetizzatori moog polifonici, che creano un’atmosfera completamente cibernetica. La sezione più famosa e amata è senza dubbio quella d’apertura, con le celebri parole di Lake “Welcome back my friends to the show that never ends” (che poi sarebbero diventate anche il titolo del loro primo album dal vivo). Oltre alle bravate di Emerson sulla sua ricca varietà di tastiere, tra hammond e sintetizzatori moog, e agli assalti di Palmer sulle batterie elettroniche, in primo piano c’è una melodia maestosa che trova il climax in un ritornello centrale drammatico. Col tempo prende forma un motivo carnevalesco, e un’atmosfera che poi domina l’intera suite.

Nella seconda sezione regnano gli assoli mozzafiato di Emerson, soprattutto al pianoforte, e i particolarissimi passaggi di batteria di Palmer. Non mancano nemmeno improvvisazioni spiritose di ogni genere da parte di uno dei più grandi tastieristi di sempre. La parte migliore della suite, però, è il suo epico finale, dove ci troviamo di fronte a una conclusione davvero convincente, con un dialogo drammatico/scontro epico tra uomo e computer. Lake porta a casa questo dialogo cantato con eccellenza e crea un’atmosfera straordinaria, mentre due forze opposte si contendono il dominio, quella organica e quella elettronico-cibernetica. Quest’ultima incarna il male ed è anche per questo distorta di proposito dall’effetto vocoder di Emerson, che dà un suono elettronico. Entrambe decidono il futuro dell’umanità: torneremo alla natura e all’umanità, oppure diventeremo schiavi delle macchine e dell’intelligenza artificiale? A questo proposito bisogna ricordare che all’uscita dell’album i personal computer non esistevano ancora, e che tutto questo, al contrario di oggi, quando i computer dominano quasi del tutto la nostra quotidianità, sembrava pura fantascienza.

Almeno altrettanta fama quanto il contenuto musicale se l’è guadagnata una delle copertine più strane della storia della musica, opera dell’artista surrealista svizzero H.R. Giger. Quest’ultimo si sarebbe guadagnato in seguito fama immortale soprattutto come autore della creatura fantascientifica xenomorfo, nei film omonimi più nota come “l’alieno”. La copertina mostra un volto di donna (si vede solo la bocca) imprigionato in una gabbia virtuale-cibernetica a forma di teschio. L’idea originale di Giger ha causato non poche polemiche, perché in principio aveva disegnato un pene davanti al viso. A causa delle reazioni accese e delle pressioni, ha poi ritoccato l’immagine in modo che in quel punto ci sia una specie di luce, ma il contorno del pene, a guardare bene, è rimasto comunque visibile. Sul retro, che si ricollega alla copertina, vediamo invece un volto di donna liberato dal muro artificiale. Si nota che i suoi capelli somigliano in modo strano alla struttura della pelle del celebre mostro della fantascienza. Il concept della copertina è stato scelto per via del titolo originale dell’album, che doveva essere “Whip Some Skull On Ya”, un’espressione che indica il sesso orale. Beh, anche “Brain Salad Surgery” è una di queste espressioni, anche se un po’ meno ovvia. Oggi le due opere risultano ancora disperse, perché qualcuno le ha rubate durante una mostra dei lavori di Giger a Praga. Anche secondo la rivista Rolling Stone, che per tradizione da sempre disprezza tutto ciò che non sa di gusto delle corporation discografiche, di MTV e di simili schifezze, è stata scelta come una delle migliori copertine musicali di tutti i tempi.

I tre re magi del progressive rock hanno firmato con “Brain Salad Surgery” un classico senza tempo del genere e il loro ultimo capolavoro in studio, con cui, insieme al doppio album dal vivo uscito l’anno seguente, hanno sigillato il periodo di maggior successo artistico e commerciale. “Brain Salad Srugery” è l’album che, insieme a “Tarkus”, resta il candidato principale quando si vota per il loro disco migliore, ed è anche il loro più bel monumento al progressive rock sinfonico, che allora in Gran Bretagna e in Italia aveva raggiunto il picco della popolarità. Purtroppo, dopo il tour di “Brain Salad Surgery” e l’ottimo album dal vivo che ne è stato il prodotto finale, gli ELP si sono presi una lunga pausa. Come si è visto poi, da allora non si sono più ripresi davvero e i loro tempi d’oro erano ormai irrimediabilmente finiti. “Brain Salad Surgery” è il gioiello della corona del grande trio al culmine delle sue forze artistiche, e deve stare in ogni collezione di chiunque ami davvero il rock. 

Formazione

Keith Emerson – organo hammond, pianoforte, fisarmonica, sintetizzatore moog, moog modulare polifonico, voce del computer in Karn Evil 9: 3rd Impression
Greg Lake – voce, chitarra acustica, chitarra elettrica, basso
Carl Palmer – batteria, percussioni, batteria elettronica

Produzione

Greg Lake

Tracklist

1. Jerusalem
2. Toccata
3. Still…You Turn Me On
4. Benny the Bouncer
5. Karn Evil 9
Karn Evil 9: 1st Impression, Pt. 1
Karn Evil 9: 1st Impression, Pt. 2
Karn Evil 9: 2nd Impression
Karn Evil 9: 3rd Impression

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