Brutal Assault 2009 – secondo giorno (2009)
Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Josefov, Repubblica Ceca
Data del concerto: 06.08.2009
Numero di spettatori: 10
Prezzo del biglietto: 47€/54€
Il secondo giorno del festival è stato la vera quadratura del cerchio: dalle undici del mattino fino alle due di notte si è alternato un piccolo mare di gruppi che semplicemente non puoi perderti. Quindi niente giri di parole – “let’s get down to business!”
Uno dei primi set interessanti del secondo giorno (se non contiamo i diavoli tasmaniani Psycroptic e i death metaller tecnici tedeschi Obscura, che mi sono perso per via di un’intervista promessa con i Testament, da cui ovviamente non è uscito nulla… con i cechi ogni tanto bisogna ancora ricorrere alla regola NNNP) è stato quello dei rumeni Negura Bunget, strani e fantastici interpreti del black metal. Quest’anno in primavera attorno alla band si è sollevato un bel polverone: i membri fondatori Hupogrammos e Sol Faur se ne sono andati, mentre il batterista Negru, contro gli accordi presi, ha proseguito il cammino dei Negura Bunget con una nuova formazione. Se accettare o meno la nuova incarnazione del gruppo è una scelta personale, a prescindere dal retroscena, fatto sta che i ragazzi e la ragazza sull’Obscure Stage del Brutal Assault hanno aperto la strada verso sfere catartiche di altri mondi. Già dall’introduzione, durante la quale il cantante Corb suona un corno di due metri evocando un’insolita sensazione di misticismo e l’atmosfera di rituali pagani di epoche lontane. I Negura Bunget superano i confini di genere del black metal: allo scheletro solido del black aggiungono strutture progressive, parti ambient e forti influssi della musica popolare rumena. Il risultato di questo mix unico è una specie di black metal psichedelico che cattura l’ascoltatore nella sua atmosfera straordinaria e lo catapulta in una percezione diversa del mondo che lo circonda. Un mondo che con i Negura Bunget assume colori diversi, eterei e spirituali. Anche se nel buio di una sala questa esperienza sarebbe stata ancora più intima e potente che nel primo pomeriggio, i Negura Bunget hanno dimostrato di cavarsela alla grande anche sui palchi più grandi e di essere al momento una delle band più uniche all’interno del black metal.
Intanto sul Metalshop Stage avevano già lasciato il palco gli svedesi Vomitory, e dopo di loro i loro connazionali, altri giganti del death metal svedese, i Grave. Gli svedesi hanno tracciato la loro carriera già nel 1991 con il classico del death metal europeo Into the Grave e oggi, insieme a Dismember e Vomitory, rappresentano la sacra trinità del vero death metal svedese. Vero perché sparano death metal puro di vecchia scuola, senza zavorra melodica alla Amon Amarth né piagnistei alla In Flames, e puntano su riff possenti, batteria devastante, assoli demoniaci e la voce infernale del capobanda Ole Lindgren. Proprio un bello schiaffo è quello che i Grave hanno rifilato al Brutal Assault: già alle tre del pomeriggio, sotto un sole che spaccava le pietre, con classici come Burn, Soulless, Into the Grave e Christi(ns)anity hanno portato il pubblico a un moshing selvaggio e a un headbanging sfrenato. “Into the darkness, into the grave!”
Dopo i Grave avrebbero dovuto suonare i groove thrasher francesi Dagoba, che però hanno avuto un incidente stradale e non sono venuti al festival, così sul Metalshop Stage sono saliti in anticipo i campioni americani del death metal progressivo/tecnico Atheist. Gli Atheist sono un’altra delle band che dopo il 2006 si sono riformate e sono tornate sui vecchi sentieri di gloria. Il cantante e leader Kelly Shaefer all’inizio sosteneva che la reunion sarebbe stata limitata a pochi concerti e, per fortuna, ha subito ingoiato le sue parole. Gli Atheist suonano dal vivo ormai da quasi tre anni e al momento stanno preparando anche un nuovo disco. Purtroppo il set è stato accorciato e così abbiamo vissuto solo una buona mezz’ora di bombardamento di riff tecnici mescolati a sottili ritmi latini e influssi jazz fusion, con un’ottima sezione ritmica formata dal grande batterista Steve Flynn e da Tony Choy al basso. Choy è stato così il secondo grande nome del basso metal dopo Steve DiGiorgio il giorno prima con i Sadus, e Choy, nato all’Avana, dal vivo si guadagna il nome fino all’ultima nota. Seguire il basso velocissimo di Choy è un vero piacere ed è bello vedere che questo ottimo bassista, che dopo la tragica morte del primo bassista della band Roger Patterson (R.I.P.) ne ha preso il posto negli Atheist, sul palco si diverte da matti. Il chitarrista Chris Baker, che dopo la reunion ha sostituito il chitarrista Rand Burkey, ha suonato in modo fenomenale anche le parti di chitarra più difficili e si è inserito benissimo nell’insieme degli Atheist. Impossibile ignorare Kelly Shaefer, un vero frontman rock ‘n’ roll tra i frontman del death metal, una figura da palco impeccabile, anche se ogni tanto la voce fa un po’ i capricci e i suoi interventi tra una parte strumentale geniale e l’altra spezzano un po’ il flusso della musica. In mezz’ora gli Atheist ci hanno così riportati indietro nella storia con pezzi del fantastico trittico di album che ancora oggi sono tra i lavori più influenti del death metal tecnico. In Air, Mineral, Piece of Time, Unquestionable Presence e On They Slay suonano ancora oggi audaci e devastanti come quindici anni fa. Possiamo solo sperare che l’energia del palco si trasferisca anche in studio e che dagli Atheist ci si possa aspettare un album degno successore dell’eredità di questa grande band. Nel frattempo prendete una cartina, arrotolateci dentro la vostra erba preferita, accendete e lasciatevi andare al meraviglioso mondo degli Atheist. “Breathe!”
Il fantastico cartellone di venerdì è stato senza pietà e correre da un palco all’altro era ormai diventato routine. I raggi del sole del tardo pomeriggio sono stati scatenati verso le sei dai black metaller norvegesi Vreid. Una band che, dopo la morte del mastermind dei Windir, Valfar, è cresciuta sulle ceneri di quei giganti del black/Viking metal ed è sulla buona strada per guadagnarsi un nome altrettanto grande. I Vreid dal 2004 pubblicano dischi di qualità eccellente, a distanza ravvicinata l’uno dall’altro. Di solito pubblicare dischi in fretta non porta frutti belli e gustosi, ma i Vreid con il loro quarto disco Milorg dimostrano di essere una brillante eccezione. I norvegesi hanno trovato un’ottima nicchia di black metal mescolato a ritmi rock ‘n’ roll e a occasionali influssi thrash, abbastanza unica e allo stesso tempo maledettamente contagiosa. Per fortuna i ragazzi sono anche una di quelle band black metal che non si nascondono dietro il corpse paint e le solite litanie su Satana, ma si servono di temi che cantano il folklore norvegese e, con gli ultimi due album, celebrano soprattutto la resistenza norvegese durante la seconda guerra mondiale. Sul palco, guidati dal chitarrista e cantante Sture, sono la definizione perfetta del loro nome – rabbia senza compromessi!
Dopo il soffio gelido del freddo norvegese, il palco accanto si è tinto dei freddi colori novembrini dell’autunno americano. Sull’Obscure Stage sono infatti saliti i death/doomer di Chicago Novembers Doom. Fino al momento del concerto non conoscevo la band, ne avevo solo sentito parlare bene e, smanioso di sorprese, avevo evitato anche l’ascolto su MySpace. Non riesco nemmeno a immaginare quanto fosse emozionante un tempo aspettare sulle spine il giorno d’uscita di un disco importante, per poterlo scartare dal cellophane e lasciarsi sorprendere: l’era di internet ha più o meno rovinato questo piacere. Ma quando i Novembers Doom mi hanno spazzato via con il loro fantastico mix di death e doom metal, per un attimo ho ricordato com’era ai bei vecchi tempi. E doveva essere davvero bellissimo! I Novembers Doom suonano senza compromessi, come se suonassero solo per sé e per il pubblico sotto il palco, come se il tempo si fosse fermato. Riff malinconici e allo stesso tempo crudi, pesanti come un martello da dieci tonnellate, batteria possente e la voce mozzafiato di Paul Kuhr, che passa con disinvoltura da un growl brutale ma comprensibile a pulita, sofferta e malinconica, hanno creato un’atmosfera indimenticabile anche sotto il sole del pomeriggio. E solo quando leggi il retroscena dei testi oscuri, questi lasciano un’impressione ancora più forte. Il paroliere Kuhr da qualche anno scrive infatti i testi a partire dalla sua malattia: Paul soffre di una malattia rara e grave che colpisce la sua colonna vertebrale. La malattia è incurabile ed è solo questione di tempo prima che Paul finisca su una sedia a rotelle. Eppure l’oscurità di pezzi devastanti come Rain, Lazarus Regret e The Pale Haunt Departure è pervasa anche dall’ottimismo. O forse è solo il potere della musica dei Novembers Doom…
Se un anno o due fa qualcuno mi avesse detto che un giorno sarebbe stato possibile vedere Cynic, Atheist e Pestilence nello stesso posto nell’arco di 24 ore, probabilmente mi sarei piegato in due dalle risate incredule. Ma il desiderio segreto sarebbe rimasto, e il Brutal Assault quest’anno ha realizzato il sogno di ogni fan del death metal tecnico. Al Brutal Assault 2009 in meno di un giorno sui palchi del festival si è alternata la sacra trinità del death metal tecnico (se escludiamo i giganti Death, che purtroppo non sarà mai più possibile vedere). E siccome Cynic e Atheist avevano già lasciato il Brutal Assault, restavano solo i giganti olandesi Pestilence. Anche loro dopo anni di assenza sono tornati sulla scena in cerca della vecchia gloria e purtroppo l’hanno già un po’ rovinata con il pessimo disco Resurrection Macabre. Ma l’eredità del leggendario quartetto di album dei Pestilence non la rovinerà nulla e, anche se nella band mancano due membri chiave della prima incarnazione – Martin Van Drunen e Marco Foddis – una band del calibro dei Pestilence è comunque un enorme piacere da vedere sul palco. Il bassista Tony Choy aveva così il suo secondo turno di lavoro al festival e dopo il set degli Atheist si è unito agli altri colleghi dei Pestilence, Patrick Mameli, Patrick Uterwijk e Peter Wildoer. Come a tutti i concerti dopo l’uscita del nuovo album, i ragazzi hanno aperto con Horror Detox e Devouring Frenzy e poi sono tornati ai buoni vecchi classici – Chemo Therapy, Chronic Infection, The Process of Suffocation, Mind Reflections e Land of Tears. E i Pestilence, nonostante la mancanza di membri chiave, sono una macchina ben oliata che falcia tutto quello che trova davanti! Il pubblico è impazzito e Mameli, ancora una volta, non ha saputo resistere agli sproloqui idioti tra un pezzo e l’altro, pieni di parolacce, che stanno lì solo perché Mameli possa sfoggiare il suo ego gonfiato, e a frasi come quella di essere così felice che si metterebbe a piangere, se fosse una bambina. Sì, certo Patrick… A casa di sicuro si commuove davanti ai suoi episodi preferiti dei Teletubbies. Ma quando Patrick sta zitto, il concerto dei Pestilence è puro godimento, soprattutto quando gli occhi divorano i riff e gli assoli brillanti che escono dalle mani del duo Uterwijk/Mameli e le selvagge linee di basso di Choy, ed è bello sentire che Wildoer ha calmato un po’ i suoi blast beat, che nei Pestilence non c’entrano niente. Ma i Pestilence sono e restano: “A timeless world unreal“
Sul palco accanto intanto si stava già preparando la prossima attrazione e un altro evento esclusivo del Brutal Assault 2009. L’Obscure Stage si è avvolto in una nuvola di fumo di joint fumati, e oltre il filo spinato che separa il Messico dagli USA si sono insinuati nientemeno che i Brujeria. La calca sotto il palco era indescrivibile e stavamo pigiati come joint arrotolati nel portasigarette del cantante della band Juan Brujo, che tra l’entusiasmo indescrivibile della folla è entrato sul palco in compagnia dei suoi “drug lord” satanisti. Naturalmente i membri dei Brujeria in pubblico si presentano sempre accuratamente coperti da passamontagna, perché l’FBI è sulle loro tracce, ma i cantanti Juan Brujo e Pinche Peach, il chitarrista Hongo (Shane Embury dei Napalm Death), il bassista El Cynico (Jeff Walker dei Carcass) e il batterista Podrido (Adrian Erlandsson) gli sfuggono con abilità. Dietro i personaggi dei Brujeria si nascondono tutti nomi da all-star e in passato nella band hanno suonato Bill Gould (Faith No More), Dino Cazares (Fear Factory), Nicholas Barker (Dimmu Borgir, Old Man’s Child ecc.), Raymond Herrera (Fear Factory), Jesse Pintado (Terrorizer, Napalm Death) e molti altri. Ma non importa chi suona o ha suonato nella band: lo show dei contrabbandieri satanisti messicani è stato un colpo perfetto dall’inizio alla fine. Inni deathgrind aggressivi, veloci e crudi sono piovuti uno dopo l’altro, dall’iniziale Raza Odiada (Pito Wilson) (Razza odiata (Falus Wilson)), omaggio speciale a un politico repubblicano americano dalle posizioni particolarmente forti contro l’immigrazione e a favore della segregazione razziale, passando per i pezzi devastanti Marcha de odio, Anti-Castro e Brujerizmo, fino all’inno conclusivo Matando Gueros (Uccidere i bianchi). Sotto il palco la massa impazziva sui versi che Juan Brujo e Pinche Peach eseguivano sul palco con la stessa foga, e il pubblico cantava volentieri i versi sull’uccisione dei bianchi, cosa che Juan ci ha gentilmente ricordato con un machete da mezzo metro. In una buona ora i Brujeria hanno offerto uno dei concerti migliori e più senza compromessi del Brutal Assault 2009 e, tra un balletto su Ritmos Satanicos e urla di Seis Seis Seis passando per Chingo de Mecos che ha prodotto Pura de Venta, siamo diventati tutti cabrones. Per chiudere i Brujeria propongono anche una versione di Macarena intitolata Marijuana e, a fine serata con i Brujeria, ti viene voglia di piantarti un machete in testa, solo perché sei di razza bianca. Culeros!
A garantire il proseguimento più sofisticato della serata ci hanno pensato i giganti svedesi Opeth, che ci hanno salutato con il brano demoniaco e devastante dell’album attuale Watershed, Heir Apparent. Dal vivo i maestri svedesi sono chiaramente di una precisione chirurgica e stavolta li ha aiutati anche uno dei migliori impianti audio del festival. I riff distruttivi del duo Akerfeldt/Akesson tagliavano i timpani e allo stesso tempo li accarezzavano con le parti più calme, quasi psichedeliche, la sezione ritmica Axenrot/Mendez è come sempre bombastica e Per Wiberg con le tastiere crea la mistica atmosfera tipica degli Opeth. Ma tutti gli occhi sono ancora una volta puntati sul frontman Mikael Akerfeldt, che entusiasma con lo straordinario alternarsi di growl death metal brutale e voci pulite eccellenti, da sogno. Mikael ovviamente non può uscire dalla sua pelle di stand up comedian e anche stavolta ci siamo beccati i suoi commoventi interventi tra un pezzo e l’altro; dalla presa in giro degli Staind “It’s been a while”, fino al fatto che gli Opeth all’inizio suonavano death metal classico, mentre oggi scrivono un capolavoro dopo l’altro. E gli Opeth ci suonano davvero un capolavoro dopo l’altro – l’infernale The Grand Conjuration, Leper Affinity, Closure e Deliverance. E dopo ogni brillante esibizione degli Opeth è chiaro perché al momento siano una delle più grandi band metal!
Per molti dei presenti, probabilmente, un altro dei vertici del festival è stato il set dei giganti americani del thrash metal Testament. I Testament, dall’uscita dell’ottimo The Gathering nel 1999, ci hanno fatto aspettare ben nove anni un nuovo disco, e l’anno scorso hanno finalmente pubblicato l’attesissimo The Formation of Damnation. E l’attesa è valsa la pena! I leggendari thrasher della bay area quest’estate hanno devastato i festival europei e hanno lasciato un ottimo ricordo anche al Metalcamp. Anche stavolta i ragazzi non hanno tradito e il Brutal Assault ha vissuto un altro dei picchi dei concerti. I Testament ci hanno pestato senza pietà già con il brano di benvenuto The Preacher e se c’è una band di cui si può dire che sia in forma smagliante, sono proprio i Testament. Gli occhi correvano da un membro all’altro, fermandosi un attimo sul geniale duo di chitarre Skolnick/Peterson, che serviva senza errori riff indimenticabili e assoli mozzafiato, poi sulla sezione ritmica composta dal leggendario batterista Paul Bostaph (Forbidden, Slayer, Exodus) e dall’impeccabile bassista Greg Christian, e infine sul grande frontman Chuck Billy, in ottima forma vocale. Che si trattasse di voce thrash old school nello stile del primo disco The Legacy o dei momenti death metal degli album Low e Demonic, Chuck ha cantato senza un errore ogni singola lettera dei classici del thrash metal. E i Testament hanno falciato con un classico dopo l’altro, una vera setlist da best of interrotta solo da pezzi dell’album attuale, per il resto tagliando teste con The New Order, Over the Wall, Into the Pit, Burnt Offerings e Disciples of the Watch, mentre a regalare sorprese ci hanno pensato altri due classici da The Gathering, la fantastica D.N.R. e 3 Days in Darkness. Il pubblico mangiava dalla mano di Chuck, solo quando ha chiesto un wall of death il pubblico ceco (in entrambi i sensi) è rimasto un po’ a guardarlo come un vitello davanti a un portone nuovo, perché per la maggior parte dei cechi l’inglese è arabo. Ma i Testament hanno messo in scena un vero thrash assault al Brutal Assault! Fuck yeah!!!
Prima di dormire è seguito l’obbligatorio “nightcap” di nettare degli dèi ceco e il recupero delle forze per l’ultimo giorno del festival.
Foto: Nina Grad
Scaletta
OBSCURE STAGE Action 10:00-10:25 Forgotten Silence 11:05-11:35 Agathodaimon 12:15-12:45 Negura Bunget 13:30-14:05 Gadget 14:50-15:20 Dagoba 16:05-16:40 Beneath The Massacre 17:30-18:05 Novembers Doom 18:55-19:35 Brujeria 20:30-21:20 Testament 22:35-23:35 Dark Funeral 0:35-1:15 METAL SHOP STAGE Casketgarden 10:30-11:00 Obscura 11:40-12:10 Psycroptic 12:50-13:25 Vomitory 14:10-14:45 Grave 15:25-16:00 Atheist 16:45-17:25 Vreid 18:10-18:50 Pestilence 19:40-20:25 Opeth 21:25-22:30 Ulver 23:40-0:30 Evergreen Terrace 1:20-2:00 NOVEMBERS DOOM: 1. Into Night’s Requiem Infernal 2. In the Absence of Grace 3. Empathy’s Greed 4. Rain 5. I Hurt Those I Adore 6. Lazarus Regret 7. The Pale Haunt Departure TESTAMENT: 1. The Preacher 2. The New Order 3. Over the Wall 4. Practice What You Preach 5. More Than Meets the Eye 6. The Persecuted Won’t Forget 7. Burnt Offerings 8. Into the Pit 9. Disciples of the Watch Encore: 10. D.N.R. (Do Not Resuscitate) 11. 3 Days in Darkness 12. The Formation Of Damnation
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