Van Der Graaf Generator trasformano in estasi live gli Interference Patterns (2009)
luogo: Trieste / Piazza Unita d’Italia / Italia
data: domenica, 02.08.2009
Non capita proprio spesso che dalle nostre parti si faccia vedere una band di calibro mondiale che sia anche una leggenda del rock progressivo, come invece è successo questo agosto, quando i pionieri del prog britannico Van Der Graaf Generator hanno onorato della loro visita i nostri vicini occidentali. I concerti delle band leggendarie del rock progressivo che nel corso di un anno si avvicinano al confine sloveno si contano di solito sulle dita di due mani, e a fatica, quindi alla notizia che nell’ambito di un festival musicale estivo, in pieno centro a Trieste, sarebbe arrivato il celebre trio prog, ha esultato chiunque adori le varie forme di musica sperimentale con un forte accento sulla creazione di atmosfere imponenti e variegate. Ma a saltare davvero in aria dalla gioia, alla bella notizia, siamo stati soprattutto quei pochi che, proprio per questi leggendari veterani britannici, un anno fa avevano affrontato il viaggio fino alla città portoghese di Gouvea.
I Van Der Graaf Generator, che quest’anno hanno festeggiato ben quarantadue anni di attività, da tre anni vanno avanti in formazione a tre: il cantante di culto, compositore, poeta, scrittore e, all’occorrenza, pianista e chitarrista elettrico Peter Hammill (altrettanto stimato per la sua eccitante e vastissima carriera solista), l’organista e (a modo suo) bassista Hugh Banton e il batterista e percussionista Guy Evans. Alla reunion del 2005 e all’uscita dell’album “Present” è seguito un lungo tour britannico, concluso con l’addio del sassofonista e flautista di lunga data David Jackson. Da allora i VDGG funzionano come trio dei membri originali. Nonostante lo scetticismo dei fan più fedeli, che faticavano a immaginarsi il suono della band senza gli inserti di sax, sono riusciti a conquistarne (di nuovo) il cuore con l’ottimo album “Trisector” (2008), mentre i tour dei VDGG sono diventati brevi e di solito comprendono solo poche date.
Anche per questo il loro arrivo in Piazza Unita, la piazza principale di Trieste, è stato un evento ancora più grandioso, per non dire una vera festa per tutti i buongustai del rock progressivo, che oggi sentiamo parecchio la mancanza di concerti dei padri fondatori del nostro amato genere. Non è un segreto che un tempo i VDGG avessero il massimo della popolarità proprio in Italia, e quella sera lo si è visto anche dall’affluenza invidiabile di chi si è riversato in piazza per ascoltare i suoni infernal-paradisiaci di Hammill e dei suoi due compagni di avventura. L’approccio dei VDGG sul palco è senza alcun fronzolo, senza luci roboanti né altri orpelli che potrebbero in qualche modo distrarre il pubblico dalla musica. Hammill, schivo e apparentemente riservato, fin dal primo secondo ha confermato in pieno il suo ruolo di incredibile camaleonte vocale e ambientale, dirigendo con attenzione e carismatica autorità lo svolgimento del concerto, senza mai cercare di mettere in ombra i suoi due compagni.
La sua apparente riservatezza è svanita come una bolla di sapone nel momento in cui, arrivato sul palco, ha appoggiato un bicchiere d’acqua sull’amplificatore, si è seduto al piano elettrico e, attaccando le prime battute di “Interference Patterns”, ha sfoderato le sue corde vocali senza paura. Ne è uscita la sua voce frenetica e tonante, dalla tonalità praticamente in continuo mutamento, che ha fatto tremare le gambe alle anime più delicate sparse tra il pubblico. Lo hanno seguito fedelmente Evans, eterno jazzista, con potenti rullate sui piatti, e Banton, il più impegnato dei tre: oltre all’organo doveva occuparsi anche delle parti di basso con la pedaliera e, dove serviva, sostituiva buona parte delle parti di sassofono. Già dalla scelta d’apertura, questo collettivo incredibilmente affiatato ha dimostrato che i pezzi più recenti, quelli degli ultimi due dischi, gli riescono bene almeno quanto il materiale storico. Il cuore dei fan di lunga data si è scaldato davvero per la prima volta con la fenomenale esecuzione di “Scorched Earth”, classico di “Godbluff” (1975), quando la bestia a tre teste sul palco ha cominciato di colpo a macinare tutto ciò che aveva davanti, lasciandosi dietro terra bruciata. A un certo punto il mix di effetti luminosi e fumo artificiale ha dato davvero l’effetto visivo di lingue di fuoco attorno a tutti i membri della band. Questi, come al solito, erano disposti a triangolo, cosa che coincideva con la simbologia di “Trisector”: a sinistra Hammill col suo piano elettrico, a destra Banton all’organo, mentre sopra di loro vegliava Evans con il suo imponente set di batteria.
Durante “Lemmings”, classico di “Pawn Hearts” (1971), Hammill si è scatenato anche alla chitarra elettrica, che usa ancora più come strumento per creare suoni da brivido, e quindi per costruire con più cura un’atmosfera vivace, che come strumento solista. Hammill, tra l’altro, ha coerentemente rafforzato l’immagine del vero gentiluomo inglese, rivolgendosi al pubblico in un italiano impeccabile, imparato in anni di collaborazione con le formazioni prog italiane, tra cui Premiata Forneria Marconi e Le Orme. I maestri delle imprevedibili acrobazie sperimentali hanno badato per tutto il tempo a mantenere un buon equilibrio tra vecchio e nuovo, e così con la malinconica “All That Before” sono tornati subito all’album attuale, “Trisector”. Con l’esecuzione di “La Rossa”, classico di “Still Life” (1976), hanno rievocato gli anni gloriosi in cui, a inizio anni Settanta, nel bel mezzo di un tour italiano, si ritrovarono in mezzo a manifestazioni anarchiche contro il regime di allora, da cui uscirono a stento con la testa ancora sul collo. Ancora una volta è stato un vero spasso vedere come Hammill, con le sue manine magrissime, riesca a strappare dalle corde colpi tonanti o a sparare singoli accordi con cui spinge l’atmosfera di almeno dieci gradi verso il punto di ebollizione ambientale. Stavolta sul manico della chitarra non portava lo speciale aggeggio elettronico di cui un tempo si serviva per accordare le corde, e anche sotto questo aspetto è sembrato molto più sicuro di sé rispetto a un anno fa a Gouvea.
L’esecuzione dell’epica “Meurglys III”, standard di “World Record” (1976), ovviamente accorciata rispetto ai suoi oltre venti minuti originali, è stata con ogni probabilità la sorpresa più grande della serata. L’inserto spiritoso, con il crescendo ritmico di una lunga sezione reggae, ha sicuramente spiazzato per bene chi, magari, prima del concerto non conosceva a fondo l’opera dei VDGG, visto che rappresenta una delle loro più grandi avventure sperimentali. Le cupe visioni di un futuro post-apocalittico sono tornate a vivere con il leggendario epos “The Sleepwalkers”, dove le orecchie attente dei fan di lunga data hanno notato che avevano saltato quell’arrangiamento barocco al sassofono che nell’originale arriva dopo il primo passaggio, uno dei pochi momenti in cui non sono riusciti a coprire come si deve le parti di sax di Jackson.
Tutti gli album, a parte i primi tre e “The Quiet Zone/The Pleasure Dome” (1977), l’unico disco uscito sotto il nome abbreviato di Van Der Graaf, sono stati rappresentati quella sera da almeno un brano. A “Present” hanno pensato con un’ottima versione di “Nutter Alert”, in cui Hammill ha messo in campo tutte le sue corde vocali per creare con grande immedesimazione un clima di paranoia totale e terrore. “Over the Hill”, il lungo pezzo epico dell’album attuale, l’hanno sfruttata a fondo per infilarci improvvisazioni extra con cui hanno agitato ancora di più le acque imprevedibili di questa eccellente composizione. A chiudere la parte regolare, nonché apice della serata, è stata la mozzafiato esecuzione dell’immortale classico di “Pawn Hearts” “Man Erg”, che ha fatto venire i brividi lungo la schiena, come per scommessa. La voce di Peter qui era sotto una prova durissima, perché è uno dei brani vocalmente più difficili della loro carriera, ma il ritornello epico l’ha cantato quasi allo stesso livello di decenni fa, cosa riconosciuta anche da quei pochi presenti che i VDGG li avevano già visti dal vivo nei primi anni di carriera. Con questa delizia è finita la parte regolare del concerto. L’applauso fragoroso non si era ancora spento quando sono tornati sul palco e, con un’ottima esecuzione di “Still Life”, title track dell’omonimo album, hanno fatto sapere che il leggendario collettivo è ancora vivissimo anche oggi e non mostra il minimo segno di cedimento.
I VDGG ci hanno reso felici, diciamo pure come previsto, con un concerto fantastico, durante il quale la vera impresa era riuscire a restare seduti fermi, in mezzo a un mare di sedie, in preda all’entusiasmo. Con tutto questo cataclisma di nirvana prog, che ha portato più di uno dritto sulla cima del Parnaso emotivo, non è stata davvero roba da poco. Ci aggiungiamo un impianto audio eccellente e una cornice splendida, praticamente ideale, a due passi dalla riva del mare, in cui l’atmosfera del concerto letteralmente scintillava di vibrazioni positive. Hammill ha dimostrato più che bene di essere anche dal vivo un cantante ancora incredibile e assolutamente unico, che però senza i due compagni strumentali, ciascuno a modo suo brillante in egual misura, non potrebbe comunque creare quella vera magia dei VDGG. È semplicemente incredibile come un trio di musicisti che si portano già sulle spalle sei decenni riesca a creare un suono e un’atmosfera che la maggior parte dei sedicenti successori può solo invidiare. Data la loro venerabile età, ogni concerto può essere l’ultimo, perciò tutti i giovani e le giovani che hanno partecipato a questa magica serata potranno un giorno raccontare ai nipoti di aver visto i grandi VDGG, simboli di tempi lontani in cui la totale libertà di espressione musicale, senza l’ingerenza di corporation fameliche, era ancora un ideale luminoso.
autore: Peter Podbrežnik
foto: Robi Lipej
Scaletta:
1. Interference Patterns
2. Scorched Earth
3. Lemmings
4. All That Before
5. La Rossa
6. Meurglys III
7. The Sleepwalkers
8. Nutter Alert
9. Over the Hill
10. Man Erg
—bis—
11. Still Life



















