Brutal Assault 2012 – il primo giorno!

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Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad

Luogo: Vojenska pevnost Josefov, Jaromer, Repubblica Ceca
Data del concerto: 09.08.2012
Presenze: 20.000

Attraverso un’infinità di paesini cechi (se da noi è una rarità che ogni villaggio non sia deturpato da una chiesetta, in Repubblica Ceca praticamente ogni paesino è consacrato a una birreria, se non addirittura a un birrificio) ci siamo messi in marcia, per la quarta volta di fila, verso il più grande festival metal ceco, il Brutal Assault, che quest’anno è arrivato alla sua diciassettesima edizione. Ogni anno gli organizzatori si danno da fare per migliorare il festival, correggere gli errori delle edizioni passate, eliminare le magagne e introdurre un sacco di novità. Una di queste è stata quest’anno il warm-up del mercoledì, che in realtà c’era già l’anno scorso, ma che stavolta per la prima volta ha presentato band affermate, accanto ai gruppi locali e polacchi. Già mercoledì hanno quindi suonato Engel, Anaal Nathrakh e Alcest, ma ammetto di aver guardato in fondo a qualche bicchiere di liquida birra ceca  un po’ troppo a fondo e di aver dedicato la serata di mercoledì a bighellonare per le strade di Josefov, dove durante il festival piazzano i loro banchetti numerosi venditori che spillano birra, cuociono gulasch e girano maiali sulla griglia.

 

Il primo ingresso nell’area del festival è arrivato giovedì a inizio pomeriggio e nel cortile della vecchia fortezza militare prussiana di Josefov, nonostante l’ora presto, già pullulava di gente. Anche quest’anno non sono mancati i numerosi stand della birra (gli organizzatori purtroppo hanno preso una decisione assurda e hanno interrotto la collaborazione con i fornitori di Gambrinus, Kozel e Pilsner Urqell, optando per una scelta esclusiva di varie birre del birrificio Budvar, che però erano molto peggiori e più annacquate di quelle degli anni scorsi), l’offerta di cibo vario che non si ferma al solo kebab, agli hamburger e alla pizza, e quest’anno ha trovato il suo posto anche la tenda Jack Daniels. Altri dettagli sul festival vero e proprio arriveranno nei prossimi reportage; di seguito il mio sguardo sui concerti del primo giorno ufficiale del festival, che dalle undici del mattino alle due di notte ha offerto ben venti act sui due palchi principali e altri sette sul terzo, che quest’anno ha aperto i battenti per la prima volta in un padiglione accanto al metal market.

 

Dopo il quartetto ceco-polacco che nella prima mattinata di giovedì non ha offerto nulla di musicalmente così emozionante da meritare attenzione, la prima band degna di essere vista è stata la formazione speed/thrash americana Toxic Holocaust. Ci hanno regalato un bel ceffone di thrash metal sparato in faccia, che qua e là viene condito con elementi di black metal. Toxic Holocaust sono guidati dall’unico membro stabile, l’energico Joel Grind, che per i concerti si raccoglie intorno dei sottoposti ingaggiati, che poi dopo ogni tour probabilmente sacrifica a Satana, il quale in cambio dota il suo thrash del black metal più nero che ci sia. Gli americani hanno confezionato una bella introduzione al Brutal Assault di quest’anno, e il pubblico ceco ha dimostrato ancora una volta di essere probabilmente uno dei più fedeli. Già alle due del pomeriggio ad accogliere i Toxic Holocaust c’era un’area quasi piena, e il pubblico già caldo e acceso è partito subito con circle e mosh pit e crowd surfing a nastro. E così è stato praticamente con tutti quelli che hanno suonato!

 

In acque completamente diverse ci ha portati Masha con la sua orda pagana russa, gli Arkona. Sono vecchie conoscenze dei nostri palchi, ma al Brutal Assault hanno fatto un concerto ancora più epico, soprattutto grazie ai numerosi russi presenti al festival. Gli Arkona sono oggi una delle poche formazioni folk metal popolari che fanno il proprio lavoro sul serio e non sembrano una patetica (auto)parodia (alla Korpiklaani, Trollfest e simili orrori musicali), ma un omaggio sincero e rispettoso alla cultura slava. Anche se non sono un fan degli Arkona, devo ammettere che hanno fatto un concerto eccellente, soprattutto grazie a una raffica di inni veloci, aggressivi e dal suono epico, arricchiti dalla potente voce di Masha. Slava!

 

I colli li hanno spezzati in modo più aggressivo e brutale i leggendari gore grinder svedesi General Surgery, che hanno impugnato i bisturi già nel 1988 e quindi fanno parte della prima ondata del genere che ha mandato in rovina la musica. In linea con temi e testi, i macellai svedesi sono saliti sul palco in tute bianche da medico, inzuppate di ettolitri di sangue, e alla folla sempre più numerosa hanno regalato un vocabolario di termini chirurgici oscuri e disgustosi. I ragazzi sul palco non si sono concessi eccessi come quelli dei loro cugini di genere dell’anno scorso, gli spagnoli Haemorrhage (durante il concerto il frontman Lugubrious ha sgranocchiato un stinco umano e dei cervelli), ma hanno garantito un’overdose di temi gore, di batterie dal suono di cupa-cupa un po’ sgonfio, di vocalizzi gorgoglianti e di riff che tagliano la pelle e spezzano le ossa. Bleah.

 

Dopo le cacate e i conati con i General Surgery, siamo scivolati nelle acque più serie e lente del Mississippi con i pionieri dello sludge metal e veterani della scena NOLA (New Orleans, Louisiana), i Crowbar. La band guidata dal leggendario barbuto Kirk Windstein è salita sul palco praticamente direttamente dall’aeroporto e così, purtroppo, il suo concerto è stato ridotto a mezz’ora scarsa. I Crowbar non sono quindi riusciti a mostrare tutto ciò che sanno fare: proprio mentre ci stavano sporcando col fango del delta del Mississippi, dopo appena quattro pezzi un alligatore ci ha azzannati e ha messo fine a quello che sarebbe stato uno dei concerti migliori del festival di quest’anno. I Crowbar hanno dimostrato di invecchiare come un buon »moonshine« del Sud e hanno aperto con la bomba sonica The Cemetary Angels, dall’ottimo album del ritorno Sever the Wicked Hand. Il carismatico Windstein e compagni ci hanno inchiodati a terra con una voce sofferente, ruggente ed emotiva, mentre a livello strumentale i Crowbar ci hanno spazzati via in una nuvola verde con il loro suono che rotola lento, le chitarre accordate bassissime e pesanti e un basso fortemente distorto (la sostanza in questione la cercava con tutte le forze dopo il concerto il bassista Pat Bruders, che dopo »qualche« birra ceca faticava ormai a reggersi in piedi, eheh). Dopo All I Had (I Give) e High Rate Extinction, i Crowbar hanno chiuso con un finale troppo frettoloso facendo scontrare anche i pianeti e, con riff lenti e dal suono fangoso, ci hanno spinti definitivamente nelle foci fangose dei fiumi del Sud americano. Brutale, heavy, sporco, catartico!

 

Lo stesso palco, dopo i Crowbar, è toccato a una band molto affine per genere, i leggendari CoC, Corrosion of Conformity. Dopo una pausa di quasi cinque anni la band è tornata in vita con l’uscita dell’ottimo album Corrosion of Conformity, che contiene tutti gli elementi senza i quali non si possono immaginare i CoC. I ragazzi al Brutal Assault si sono esibiti in trio, perché il bassista Pepper Keenan a quanto pare ha lasciato definitivamente il gruppo per dedicarsi interamente ai Down. Poco male: i CoC anche in trio hanno creato un baccano infernale e hanno tirato fuori uno dei concerti migliori del festival di quest’anno. L’energia sgorgava dal palco a fiumi, Mike Dean (basso, voce), Woody Weatherman (chitarra) e Reed Mullin (batteria) vivono più che evidentemente per la musica e si abbandonano completamente al flusso del concerto, tanto che il tutto sembra una jam session sincera e scatenata. I CoC hanno iniziato la carriera come band crossover che univa elementi di hardcore e thrash metal, ma nel corso del tempo hanno mescolato alla loro musica elementi di punk, sludge metal, heavy metal e southern rock/metal, e anche dal vivo ci hanno servito un mix alla griglia – in un momento ci spezzavamo il collo su un crossover velocissimo e aggressivo alla D.R.I., pochi istanti dopo ci perdevamo nel Sud americano, sventolando la bandiera confederata e scolandoci Crown Royale su un rock dal suono marcatamente sudista, qua e là ispirato anche dalle pesanti chitarre sludge. Il capobanda Dean durante tutto il concerto ha parlato una volta sola, quando ha dedicato un pezzo a Randy (Blythe, il cantante dei Lamb of God, che ha affrontato la detenzione per omicidio preterintenzionale, dopo che l’anno scorso a Praga un fan ceco è morto in seguito a una caduta dal palco). Se per altre band questo si potrebbe contare come un grosso minus, durante la danza selvaggia con i CoC non ho sentito la mancanza di una sola parola, perché stavolta a parlare erano davvero la sincerità e la presenza carismatica di tutti e tre i membri; Dean pestava sulle corde del basso come Geezer Butler, Woody, sorridente per tutto il tempo, ha servito un bel po’ di assoli fluidi, e Mullin si è fuso completamente con il suo modo sfrenato e animalesco di picchiare sulle pelli.

 

Una grande particolarità del Brutal Assault, oltre alla birra, agli stand di cibo lunghi chilometri e al numero di band che si avvicina piano piano a una cifra tonda come cento, è anche l’eccezionale varietà di generi: chi suona rappresenta praticamente tutti i generi più estremi del metal. Quest’anno abbiamo potuto ascoltare di tutto, dal thrash (mancava, a dire il vero, qualche rappresentante di peso), al black (che, oltre alla gelida Norvegia degli Immortal, era rappresentato per intero solo da Kampfar e Dimmu Borgir), al doom, hardcore, death metal, industrial, avantgarde, al djent moderno e (stra)popolare con le sue numerose varianti, al metal/deathcore (quest’anno per i miei gusti personali ce n’era troppo, ma almeno è rimasto il tempo per riposare e per una birra, due, tre, di più), fino a tutti i bastardi figli partoriti dal grind. Dopo l’assalto spietato dell’anno scorso, anche quest’anno sono tornati a Josefov i grinder »all-star« Lock Up, raccolti da ogni angolo del mondo – dal Cile alla Svezia. Il quartetto è oggi formato dal cantante svedese Tomas Lindberg (At the Gates e un mare di altri), dal chitarrista cileno Anton Reisenegger (mastermind dell’ottima band death/thrash cilena Criminal), dal bassista Shane Embury (Napalm Death, Brujeria) e dal batterista con le curve Nick Barker (non elencherò dove ha suonato, perché consumerei i tasti della tastiera, elencherò piuttosto dove non ha suonato; Nightwish, Amon Amarth, Alestorm, Šank Rock). Dalla superband anche stavolta abbiamo avuto esattamente quello che ci aspettavamo: uno sputo di grind tempestoso che non fa prigionieri, e a livello di testi una critica sputata in faccia ai sistemi sociali e politici di ogni tipo. I Lock Up hanno deluso soprattutto per il fatto di aver offerto praticamente la stessa selezione di pezzi dell’anno scorso, ma è stato comunque bello sentire un nuovo omaggio alla leggenda scomparsa Jesse Pintado (fondatore di Lock Up e Terrorizer, membro di lunga data dei Napalm Death e padre del termine grindcore, morto nell’agosto 2006 per insufficienza epatica) con i classici dei Terrorizer Storm of Stress e Fear of Napalm.

 

Gli Swallow the Sun, più tardi nel tardo pomeriggio, con il loro death/doom metal malinconico alla finlandese non sono riusciti in qualche modo a creare la giusta atmosfera: un concerto parecchio svogliato è annegiato subito nell’oblio birra, e non è andata meglio col concerto dei campioni brasiliani del death metal, che sono risultati noiosi e generici, nonostante un’esibizione sicura, energica e, come sempre alla brasiliana, sincera. Cosa che invece non vale per i primi headliner del festival, i pionieri dell’industrial Ministry. La band è stata riportata in vita dal pensionamento (nel 2008) dalla sua icona e mastermind, l’unico Al Jourgensen, patriarca dell’industrial metal. Che i Ministry fossero una delle band più attese del festival lo ha dimostrato il mare di gente sotto il palco: una massa del genere non la ricordo, eppure era la mia quarta visita di fila al Brutal Assault. I Ministry sono risorti dalla tomba con Ghouldiggers, il »fuck-off« di Jourgensen alla depravazione dell’industria musicale (»You know I was once told by an ex manager: Son you’re worth more dead than alive. ‘Cause when you’re dead we can sell you off in pieces!«) e con un suono eccellente ci hanno portati in gita in un’acciaieria, dove a ritmo di marcia militare battevano martelli da dieci tonnellate, dove il fuoco lo accendevano le scintille della saldatura e dove il profondo rimbombo dei tamburi era interrotto solo dal suono acuto del metallo tagliato. Ammetto che prima del concerto la band la conoscevo solo di nome, ma le parti strumentali ipnotiche e ripetitive, intrecciate a riff e assoli quasi »Slayer-like«, la possente cortina sonora che suona come la messa in musica di una miniera di ferro e dell’acciaieria di Raven insieme, le numerose citazioni cinematografiche (e gli onnipresenti Bush-ismi) che si fondono in modo brillante con la base musicale, e la figura unica del leader, sono stati senza dubbio uno dei picchi del festival. Jourgensen, salito sul palco con cilindro, giacca e gli immancabili occhiali da sole alla Lennon, nel suo infuriare vocale sembra un araldo della rivoluzione, un messia dei nostri tempi, il Gesù del movimento del 99%. Non sono mancate né le critiche feroci agli USA dell’era Bush padre e Bush figlio (per Al il Dubbya, a cui nella discografia dei Ministry è dedicata addirittura una trilogia di album, è una spina nel fianco particolarmente grossa) con LiesLiesLies, N.W.O. (protesta contro la Guerra del Golfo e la politica di Bush padre), né i canti eterni The Last Sucker, Psalm 69, Just One Fix, e in chiusura la critica alla corruzione politica Thieves (con le citazioni del personaggio del »Sergente istruttore Hartman«, che nel Full Metal Jacket di Kubrick è stato interpretato in modo indimenticabile da R. Lee Ermey: »Get up! Get on your feet!« »You will not kill!« »I can’t hear you«)! Come se ci fosse passato sopra un autoarticolato da dieci tonnellate e i martelli pneumatici ci avessero accordato i timpani.

 

Come secondi headliner della serata, sul palco accanto hanno preso posto i blackster sinfonici norvegesi Dimmu Borgir, che all’inizio ho guardato con interesse, ma il mio interesse è calato già dopo tre pezzi. Quel retrogusto sinfonico noioso, prevedibile e artificiosamente magniloquente non è proprio riuscito a entrarmi nelle orecchie, anche se ai Dimmu Borgir va riconosciuta un’altissima professionalità, il dominio del palco e la teatralità. Il pomp pomposo ed epico sarebbe andato giù più facilmente senza il ringhio rompiscatole di Ščegi, ancora più fastidioso nei pezzi nuovi; a farsi notare di più è stato Galder (Old Man’s Child) con i suoi fenomenali giri di chitarra, che costruiscono un’atmosfera migliore di tutta l’inutile paccottiglia quasi sinfonica. E ha pure i baffi alla krieg!

 

La mia serata di giovedì si è conclusa con i veterani svizzeri Samael, che a mezzanotte sono riusciti a trasportare lo stato di coscienza tra le stelle. I Samael con uno spettacolo ad alta energia, temi ultraterreni e soprattutto la presenza carismatica di Vorph, che ha tenuto di nuovo il pubblico in pugno senza alcuna difficoltà dal primo all’ultimo secondo. I Samael volano ancora alto sulle ali del loro album di discreto successo Lux Mundi, uscito l’anno scorso, ma hanno messo in piedi un set che abbracciava praticamente tutto il periodo di attività del gruppo. My Saviour, Rain, Slavocracy, Soul Invictus e Baphomet’s Throne sono stati i picchi di un set che i Samael hanno chiuso in modo un po’ imprevedibile con The Truth is Marching On dal nuovo album, ma la mossa si è rivelata efficace, perché il pezzo è un omaggio piuttosto grande ed evidente alle radici black metal della band, nonostante oggi queste si fondano con successo e abbondantemente con una buona dose di elementi elettronici. Nonostante il mio grande desiderio di vedere anche i Nile e gli Arcturus, le ginocchia e gli occhi non erano d’accordo con me e mi hanno trascinato al meritato riposo in tenda, a recuperare le forze per il giorno dopo.  

Scaletta

ARKONA:
1. Az’ (Intro)
2. Arkaim
3. Ot serdca k nebu
4. Goi, Rode, Goi!
5. Slav’sja, Rus’!
6. Zakliatie
7. Stenka na Stenku
8. Yarilo

CROWBAR:
1. The Cemetary Angels
2. All I Had (I Gave)
3. High Rate Extinction
4. Planets Collide

MINISTRY:
1. Ghouldiggers
2. No W
3. Rio Grande Blood
4. LiesLiesLies
5. 99 Percenters
6. Watch Yourself
7. Life is Good
8. Waiting
9. Relapse
10. The Last Sucker
11. Psalm 69
12. N.W.O.
13. Just One Fix
14. Thieves

DIMMU BORGIR:
1. Spellbound (By the Devil)
2. In Death’s Embrace
3. Dimmu Borgir
4. Gateways
5. Ritualist
6. Vredesbyrd
7. The Serpentine Offering
8. Puritania
9. Progenies of the Great Apocalypse
10. Mourning Palace

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