Brutal Assault 2012 – la seconda giornata!
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Vojenska pevnost Josefov, Jaromer, Repubblica Ceca
Data del concerto: 10.08.2012
Presenze: 22.000
Visto che il giovedì era partito così bene con i thrasher Toxic Holocaust, ho deciso di aprire a suon di thrash anche il venerdì. E se c’è una band thrash di nuova generazione che sa come deve suonare il thrash nel XXI secolo, quella sono i californiani Warbringer. I ragazzi ci hanno salutati con l’opener dell’ultimo disco Worlds Torn Asunder, Living Weapon, e sotto il palco la guerra è scoppiata nello stesso istante. Ma non una guerra di posizione, né strategica o tattica: una vera guerra totale, con l’unico scopo di distruggere e falciare tutto quello che si ha davanti. I Warbringer hanno mitragliato raffiche e sganciato bombe dal palco dal primo all’ultimo pezzo, mentre gli elicotteri, in puro stile inizio di Apocalypse Now!, hanno coperto Josefov di napalm. E loro, come se delle vittime non gliene fregasse niente, con i chitarristi John Laux e Adam Carroll che hanno solo cambiato caricatore e si sono buttati in un nuovo assalto di pezzi presi da tutti e tre gli album. L’inferno si è spalancato, e a guidare le sue legioni c’era il rabbioso John Kevill. Che frontman! Carismatico in modo incredibile, con un’ottima presenza scenica, buoni interventi tra un pezzo e l’altro, pura energia thrash che di sicuro Paul Baloff gli ha messo in culla e, cosa più importante, una voce thrash perfettamente malata, velenosa e aggressiva – sul palco Kevill sembra la versione metal del sergente Hartman del cult di Kubrick Full Metal Jacket! Veri schiacciasassi thrash come Total War e l’attacco a tappeto finale di Combat Shock dimostrano che i Warbringer sono senza dubbio una delle migliori (se non la migliore) nuove band thrash metal spuntate come funghi negli ultimi anni, ma questi portatori di guerra, nello scarico dei loro carri armati e nell’onda d’urto, si lasciano alle spalle tutti i concorrenti.
Dopo un’esibizione così buona, l’interesse per la band successiva è calato, c’era bisogno di prendere fiato, anche se sul palco accanto i melodic death metaller finlandesi Norther si preparavano al loro concerto d’addio. Un buon mese fa i ragazzi hanno annunciato che si ritirano, e per l’ultimo show hanno scelto proprio il Brutal Assault. Allo spettacolo, eseguito in modo corretto, non c’è niente da rimproverare, ma la decisione dei Norther di appendere gli strumenti al chiodo è proprio azzeccata, perché nel melodic death metal non hanno certo inventato l’acqua calda, figuriamoci l’acqua.
Le cose sono tornate a farsi belle (o meglio brutte, hehe) con i veterani del death metal di New York Incantation. Proprio prima dei concerti estivi nei festival hanno avuto una disgrazia: il batterista Kyle Severn si è rotto una gamba, così hanno cancellato l’esibizione al Metalcamp, mentre al Brutal Assault, per fortuna, è andata meglio. Dietro i tamburi si è seduto il turnista Sam Inzerra (tanto gli Incantation in più di vent’anni di attività hanno cambiato quasi quaranta membri!), mentre l’eminenza grigia della band resta Belzebù in persona, John McEntee. McEntee e compagni ci hanno regalato una buona ora di death metal blasfemo, sostenuto da un buon suono, da una voce brutale e infernale e da una buona scelta di pezzi (Anoint the Chosen, Devoured Death, Absolved in Blood!). La voce tuona come cento diavoli, Inzerra ha convinto con una buona batteria e blast-beat limati alla perfezione, e anche i riff lenti e doom hanno fatto un figurone, rendendo il tutto ancora più bestiale e diabolicamente malvagio. Nonostante un’esecuzione molto solida, però, si vedeva che la band era piuttosto riservata, e da uno dei padrini del death metal come McEntee mi aspettavo, a ragione, qualcosa di più dei soliti «fuck, come on you fucking mother fuckers».
Con gli Insomnium siamo di nuovo scivolati in acque più dolci: i ragazzi ci hanno portati, tra laghetti e boschetti finlandesi, in una cupa malinconia diventata così tipica delle band finlandesi. Gli Insomnium presentano ancora l’ultimo disco One For Sorrow, che anche stavolta ha occupato ben il 90 per cento del set, ma così i ragazzi dimenticano le uscite più vecchie (che per molti versi superano la nuova). Un buon suono, che quest’anno, rispetto agli impianti delle edizioni precedenti del festival, per fortuna è stato più la regola che l’eccezione (non so se ai fonici abbiano comprato i tappi per le orecchie, nascosto la Becherovka o spiegato che i pulsanti sul mixer non sono solo decorativi, qualsiasi cosa abbiano fatto, stavolta finalmente ha funzionato!), ha portato in primo piano gli elementi degli Insomnium, cioè un melodic death metal dall’impostazione più aggressiva, pieno di parti più lente e malinconiche che sono diventate così caratteristiche proprio della scena metal finlandese. Da tutte le parti hanno cominciato a volare passaggi melodici, suonati spalla a spalla da entrambe le chitarre, tanti abbellimenti armonici e variegate, movimentate escursioni soliste. I due chitarristi hanno mostrato una qualità stupefacente: i riff sparati sono stati suonati a tutta potenza e, nonostante il loro gran numero, non si sono ripetuti. Gli Insomnium, nonostante la base aggressiva, sono sempre accompagnati da una certa tragica malinconia e da una nera mestizia, e questa atmosfera la raggiungono con grande efficacia solo con le linee di chitarra, senza bisogno di tastiere da cliché per costruirla: solo ogni tanto dalle basi sono arrivate parti di tastiera, che hanno potenziato l’esperienza con successo. Gli Insomnium hanno fatto il loro lavoro, come sempre, con qualità e sicurezza, solo che la loro malinconia non si addice granché all’atmosfera del festival e al loro posto starebbe molto meglio del vero death o thrash metal.
A ricordarci la vocazione primaria del festival, quella per il metal estremo e brutale, ci hanno pensato giustamente i black metaller norvegesi Kampfar (non perdeteli neanche a novembre a Lubiana!), che hanno portato in Repubblica Ceca il freddo dei fiordi norvegesi. Nella fitta atmosfera da incubo i Kampfar ci hanno avvolti con un black metal atmosferico, mid-tempo, che per creare l’ambiente non ha bisogno di inutili tastierine con i campanellini. Nei Kampfar una spessa coltre di nebbia, intensa, la evocano solo chitarre variegate e movimentate, capaci di offrire anche qualcosa di più del solito sciame di api black metal, una batteria dinamica che non si regge solo su blast-beat continui e le voci bestiali e feroci di Askeja e Dolk. Secondo me i vincitori black metal del festival di quest’anno, che hanno stretto il Brutal Assault in un possente strato di ghiaccio dei ghiacciai norvegesi, di orgoglio nazionale che sprizza dai pezzi e di un’energia perfetta, sfrenata, in brani come Ravenheart, Mare e Vettekult. Follow the Ravenheart!
Siccome le varie derivazioni del core non mi vanno proprio a genio, o meglio le evito come Glen Benton evita le croci dritte, mi sono saltato il concerto dei Darkest Hour. Per fortuna il Brutal Assault offre un sacco di attività, se un centinaio di band ti stanca al punto da doverti concedere un po’ di riposo. La band puoi seguirla tranquillamente dalla tribuna naturale, dove quest’anno hanno fatto una mossa intelligente e hanno piazzato un bancone. Se sei fan dell’oscuro grind (ceco) puoi svuotarti ben bene il portafoglio al metal market, oppure al metal cinema puoi guardarti un’ottima selezione di film horror (con sottotitoli/doppiaggio in ceco, haha), oppure puoi passare ore e ore a pensare a cosa mangiare (al Brutal Assault, oltre ai soliti kebab, pizze e hamburger, puoi addentare anche cibo messicano, cinese e arabo, e poi specialità ceche e polacche, salsicce, cibo vegano e vegetariano e così via). Se ancora non basta, quest’anno il Brutal Assault ha pensato perfino a un campo da paintball. Tutto qua.
Qualche birra più tardi, davanti al palco Jaegermaister, ho assistito alla prima esibizione di quest’anno al Brutal Assault del leggendario Greg Mackintosh (Paradise Lost), salito sul palco con la sua neonata band Vallenfyre e autore di un sonoro schiaffone di death metal old school, integrato qua e là da doom e persino da elementi di crust. Delizioso! Lo scorso ottobre i Vallenfyre hanno pubblicato il loro debutto, A Fragile King, nato in un’atmosfera cupa dopo la morte del padre di Greg. A Fragile King suona così come la messa in musica delle cinque fasi del lutto – negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. I Vallenfyre da una parte sono un death metal old school brutale, con chitarre dal suono di bulldozer che ti passano sopra la testa, e un riffing a tratti quasi primitivo da crust, dall’altra passaggi doom profondi, minacciosi, lenti e pesanti. Sopra a tutto l’abbaiare brutale di Mackintosh che, nei testi personali e confessionali, con raffinatezza prende spesso di mira la Chiesa: «because it’s so easy.» Nonostante Mackintosh sia soprattutto un chitarrista, come frontman se la cava sorprendentemente bene, soprattutto quando si tratta di presentare il programma, mentre tutto il resto lo dice comunque la musica d’impatto, che una volta ti stacca la testa a velocità sfrenata e un’altra ti schiaccia sotto terra con riff pesanti una tonnellata.
I Vallenfyre erano però solo l’ouverture del ritorno dei Maledetti, la cult band tedesca di death metal Morgoth, che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta ha arato il terreno vergine del death metal europeo. I tedeschi, che con l’esordio Cursed (1991) hanno posto le fondamenta dell’euro death metal, dopo lo scioglimento del 1998 erano finiti nel dimenticatoio, mentre due anni fa, tornando tra i vivi, sono stati uno dei reunion più interessanti ed eccitanti. I Morgoth facevano maledettamente sul serio e per cominciare hanno contato i cadaveri con il classico di Cursed Body Count. Un suono fantastico che tagliava le cortecce cerebrali, chitarre che suonavano come cani rabbiosi sguinzagliati dalle catene e come Melkor mozzavano teste senza pietà con un riffing assassino, una batteria da terremoto e la voce cruda, brutale e incredibilmente ben conservata di Marc Grewe, e per giunta una band di umore eccellente: sono i fattori che hanno portato i Morgoth in cima al Brutal Assault di quest’anno. In occasione del ventennale dell’album Cursed i tedeschi si sono dedicati per lo più agli schiacciasassi di questo classico del death metal, infilando indimenticabili Unreal Imagination, Sold Baptism e Suffer Life, mentre ancora più a fondo negli abissi di Utumno (la fortezza di Melkor, poi Morgoth, il Signore Oscuro, principale cattivo della Terra di Mezzo di Tolkien, da cui i tedeschi hanno preso il nome) ci hanno spinti senza un briciolo di pietà con gli inni dell’EP The Eternal Fall, White Gallery e Pits of Utumno. Per tutto il tempo i Morgoth hanno mantenuto solo la massima qualità di esecuzione del materiale, mostrando una forma fenomenale (come dimostra l’ottimo DVD Cursed to Live uscito di recente). Peccato che il tempo non abbia permesso alla band di riportarci anche al disco (ingiustamente) trascurato Odium, magari anche all’ultimo lavoro in studio Feel Sorry For the Fanatic, anche se lì giocavano già con elementi industrial. Il carismatico Grewe ha tenuto facilmente il pubblico in pugno con un ruggito leonino che suona come un empio incrocio tra John Tardy (Obituary) e Chuck Schuldiner (Death), mentre le linee di chitarra variegate e movimentate del duo Sebastian Swart/Harry Busse ci hanno sfigurati fino a renderci irriconoscibili, come un’orda di orchi. Come previsto, ma in modo bombastico, i Morgoth hanno chiuso il set con l’hit Isolated, che prima ci ha calpestati con un intro doom pesante e lento, poi ci ha annientati e perduti definitivamente con una tempesta da uragano di death metal d’impatto. Il momento clou del Brutal Assault di quest’anno, e ve lo dico col cuore in mano – se vi importa qualcosa del death metal, beccate i Morgoth appena sarà possibile!
Il tardo pomeriggio era perfetto per riposarsi e spegnere la sete in città, dove durante il festival quasi da ogni davanzale ti offrono la birra, ed era molto più piacevole che nell’area del festival (e costava, convertita in euro, dai ridicoli 70 ai 90 centesimi), mentre la sera ho dato un’altra possibilità agli svedesi Amon Amarth di convincermi. Di nuovo gli è andata male e spero davvero che in futuro mi venga risparmiato e di riuscire a evitarli con un ampio giro. Un «death metal» più generico e noioso di quello che offrono gli Ama Njama non lo troverete. Tre quarti dei riff del duo di chitarristi poco originale Johan Soderberg/Olavi Mikkonen suonano già stramasticati e sentiti in praticamente tutte le band di melodic death metal svedese, mentre la tematica dei vichinghi e della mitologia norrena è logora e violentata fino all’incoscienza. È stato più emozionante guardare come in una bancarella lì vicino giravano nel wok gli spaghetti di riso cinesi.
Evidentemente una delle band più attese del festival di quest’anno erano i giganti del thrash/groove metal moderno, gli americani Machine Head. Prima del loro show lo spiazzo era stipato fino all’ultimo angolo, e Josefov è esploso in un’enorme bomba di corpi umani, arti e tutto quello che ci sta attorno. Quando i Machine Head guidati da Robb Flynn hanno sparato il colpo di pistola di partenza e si sono lanciati nell’epica da otto minuti I Am Hell (Sonata in C#), anche sotto il palco si è aperto l’inferno di moshing ininterrotto, circle pit, crowd surfing continuo e, a metà concerto, di un gigantesco wall of death, che Flynn ha ottenuto con un semplice cenno del mignolo. Il pubblico impazziva mentre la band, che al momento è nella miglior forma della sua vita, infilava i classici Old e Imperium, e per il singolo del nuovo disco Unto the Locust, Locust. Per tutto il tempo toglieva il fiato il fantastico super duo di chitarre formato da Flynn e Phil Demmel (ex duo chitarristico dei leggendari Vio-Lence!), soprattutto quando si sono messi spalla a spalla e per gioco hanno sparato assoli armonici ultraveloci, per lo più suonati in spettacolari doppie voci. Purtroppo il ricco flusso di energia lo interrompeva in modo incomprensibile la band stessa, che dopo praticamente ogni pezzo spegneva le luci del palco, spezzando in modo brusco e inatteso l’ottimo andamento del concerto. A metà set ha fatto la sua figura, a lettere cubitali, il fenomenale Aesthetics of Hate, dedicato al compianto Dimebag e soprattutto un gigantesco fuck-off a quel giornalista americano che aveva scritto che Dimebag la sua morte se l’era cercata da solo, per via della musica aggressiva che suonava (Only in America). Prima della raggelante semi-ballad Darkness Within Flynn si è di nuovo esercitato a lungo con la sua boccaccia, ha raccontato la storia delle riprese di un videoclip a Praga e ci ha infilato dentro sciocchezze «alla Manowar» sulla fratellanza metal, sull’unione eccetera. Stavolta Flynn ha parlato quasi più di quanto abbia cantato e senza i suoi interventi, sempre più pesanti, i Machine Head avrebbero potuto infilare almeno un altro pezzo o due! Si sono però riscattati un po’ quando hanno attinto al tesoro dell’album Burn My Eyes e dopo tanti anni hanno rispolverato il classico Block. Va assolutamente citata anche la sezione ritmica schiacciasassi che, sotto la bacchetta della batteria dinamica e interessante di Dave McClain e il rimbombo del basso di Adam Duce, rombava come un’intera divisione di cannoni dell’esercito prussiano, che nel Seicento era acquartierata a Josefov. I Machine Head hanno chiuso in modo magistrale con Halo e un rombante Davidian. Machine fuckin’ Head?Fuck yeah!
Prima di andare a dormire, per un ottimo finale di un ottimo venerdì ci stava bene ancora una porzione di doom metal di prima qualità, servita da grandi maestri dai padri britannici del doom e del gothic metal Paradise Lost. Gli inglesi non suonavano così bene da un bel po’, e al concerto ottimo si sono aggiunti anche un buon suono e un fantastico gioco di luci. I Paradise Lost al momento volano alto sulle ali dell’album uscito da poco Tragic Idol, che hanno rappresentato con i pezzi Fear of Impending Hell, Honesty in Death e Tragic Idol (Nick Holmes l’ha cantata sorprendentemente bene, in modo un po’ più morbido). A brillare di più è stato proprio Holmes, la cui prestazione vocale, com’è noto, è quasi sempre un grosso punto interrogativo. La gloria della vecchia scuola ormai non la rispecchia più, ma stavolta è riuscito a cantare proprio tutti i pezzi con una voce pulita, chiara e malinconica, e senza steccare. In più ha sfoderato qualche intervento affascinante, rafforzato in pieno stile suo con l’umorismo da gentleman britannico. Purtroppo i Paradise Lost non hanno preparato grosse sorprese, perché la scaletta comprendeva pezzi che si trascinano ormai da un bel po’, però i brani nuovi sono entrati sorprendentemente bene nelle orecchie e nelle bocche del pubblico. I Paradise Lost hanno salutato in modo classico con l’hit Say Just Words, che, nonostante dopo ci fossero ancora i tecnici canadesi Gorguts e i grindcorer Pig Destroyer, ha rappresentato il momento giusto per una chiusura perfetta della seconda giornata del festival.
Scaletta
WARBRINGER:
1. Living Weapon
2. Severed Reality
3. Wake Up… Destroy
4. Shoot to Kill
5. Shattered Like Glass
6. Total War
7. Living in a Whirlwind
8. Combat Shock
MORGOTH:
1. Body Count
2. Unreal Imagination
3. Suffer Life
4. Sold Baptism
5. White Gallery
6. Burnt Identity
7. Pits of Utumno
8. Isolated
AMON AMARTH:
1. War of the Gods
2. Runes to My Memory
3. Destroyer of the Universe
4. Death In Fire
5. Cry of the Black Birds
6. The Fate of Norns
7. The Pursuit of Vikings
8. For Victory or Death
9. Victorious March
10. Twilight of the Thunder God
11. Guardians of Asgard
MACHINE HEAD:
1. I Am Hell (Sonata in C#)
2. Old
3. Imperium
4. Locust
5. Aesthetics of Hate
6. Darkness Within
7. Real Eyes, Realize, Real Lies (taped intro)/Block
8. Halo
9. Davidian
PARADISE LOST:
1. Widow
2. Honesty in Death
3. Erased
4. Forever Failure
5. Tragic Idol
6. One Second
7. As I Die
8. Fear of Empending Hell
9. The Enemy
10. Faith Divides Us – Death Unites Us
11. Say Just Words
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