Brutal Assault 2013 (secondo giorno) – quando a farsela sotto per gli headliner è pure il cielo

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Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad

Luogo: Vojenska pevnost Josefov, Jaromer, Repubblica Ceca
Data del concerto: 09.08.2013
Numero di spettatori: 15.000

Credimi, non c’è niente di peggio che essere svegliato, già a pezzi, da un tormentone russo da due soldi e da un’orda di russi ubriachi che lo canta a squarciagola. Ancora adesso non mi esce dalla testa quel fastidiosissimo »opa-opa-pa!« E quando pensi di poterti schiarire le idee sotto una doccia fredda, arriva un altro colpo basso. Le docce ceche quest’anno non conoscevano temperature a misura d’uomo: avevi solo due estremi, o un ghiacciolo polare o acqua così bollente che sembrava scaldata apposta nelle pentole a pressione. Come consolazione non ti restano che degli ottimi krapfen alla vaniglia e un posto sotto il palco conquistato fin dalle prime ore.

Dal tormentone russo siamo così passati, nella mattinata di venerdì, al death metal russo dei Katalepsy. Alle orecchie è arrivato sì più gentile, ma un brutal death metal più generico di questo lo troverai a fatica. Eppure, grazie ai tanti fan russi, la band moscovita ha avuto già di buon mattino un’ottima affluenza e un tifo rumorosissimo.

Molto più facile da digerire per le orecchie è stato il death metal tecnico dei veterani tedeschi Obscura, che sul palco del Brutal Assault non sono certo degli sconosciuti. I tedeschi sono ormai una band ben rodata, e si è visto anche dalla risposta del pubblico: già diverse centinaia di teste non hanno lasciato Obscura a bocca asciutta, e la band è salita sul palco sulle note del pezzo devastante dell’attuale album Omnivium, Septuagint, spingendoci fin dalle prime note nel vortice di un death metal tecnico di prima qualità, cresciuto sulle radici di band come Cynic, Death e Atheist. Nonostante un suono un po’ scarso e impastato, i tedeschi hanno dimostrato di essere al momento in vetta al death metal progressivo e, con questa costanza dal vivo e in studio, quella vetta la conquisteranno senza problemi. Con i tanti concerti suonati negli ultimi anni, Obscura è diventata una macchina da palco collaudata e affiatata, in cui non c’è spazio per gli errori. Occhi e orecchie si nutrono soprattutto dei assoli spettacolari che escono dalle dita del geniale Christian Muenzner e dei riff fantastici, mossi e variegati, che si passa con il capo della band Steffen Kummerer (con un nuovo ciuffo hipster disperato). Steffen ha dimostrato, ancor più di prima, di essere un ottimo frontman, capace di scaldare il pubblico e di tenere insieme lo show in modo efficace. Non è stata da meno la sezione ritmica, anzi: Hannes Grossman, con un assolo di batteria innovativo, ha dimostrato di essere uno dei migliori batteristi dell’extreme metal moderno. Il bassista subentrato al posto di Jeroen Paul Thesseling, Linus Klausenitzer (Noneuclid), è tecnicamente preparatissimo, ha fatto il suo lavoro con lode e si è già inserito perfettamente nella formazione, ma a tratti mi è mancato un sacco il suono fenomenale degli slide di Jeroen sul basso fretless. Stavolta gli Obscura hanno sfoderato una scaletta tempestosa fatta di capolavori tratti da Cosmogenesis e Omnivium; a restare impresse sono state soprattutto la devastante Incarnated, un totale »worship« dei Morbid Angel con Ocean Gateways e la conclusiva Centric Flow, che con la sua lunga parte strumentale finale rappresenta sempre un finale epico, e anche stavolta non è stato diverso.

Un’altra prelibatezza di death metal tecnico era in arrivo con i francesi Misanthope, ma purtroppo le promesse sono rimaste vuote. Se su disco i Misanthrope suonano audaci, sperimentali e a tratti persino avanguardisti, dal vivo sono tutta un’altra cosa. Non solo hanno avuto un suono pessimo: l’immagine strumentale, mossa e dinamica, è stata rovinata dalla voce stucchevole del frontman Phillipe, dal suo approccio teatrale insopportabile e dall’immagine complessiva, occhialini da sole compresi. Di sole, ovviamente, non ce n’era. Nonostante i suoi sforzi ostinati, i Misanthrope non hanno convinto con altro che con qualche parte strumentale dannatamente buona, che ricordava i momenti migliori di band come In Flames e Opeth, ma il tutto, anche per colpa delle tastiere fastidiose che proprio non c’entrano niente con il resto, è stato presto dimenticabile.

Per fortuna, sul palco accanto, subito dopo la rivoluzione francese fallita, sono saliti i veterani dell’hardcore Pro-Pain, che hanno sganciato uno dei concerti migliori e più convincenti del festival! Un concerto così senza compromessi, senza »bullshit« e senza zavorra inutile non lo vedevo da un bel pezzo. Il leggendario Gary Meskil sa come si servono certe cose: chiaro, aggressivo, forte e con il dito medio alzato! Che suono sono riusciti a tirare fuori i veterani newyorkesi! Ogni singola nota era perfettamente distinta, così come ogni parola delle prediche incazzate di Gary, e in più i Pro-Pain (probabilmente è una novità, perché in questa forma non li avevo ancora visti) hanno demolito Josefov con il rombo delle chitarre a otto corde che, insieme al basso di Meskil, ruggivano come lo scarico di un jet. Ma non era incredibile solo il suono: era incredibile anche l’energia che eruttava dal palco, con i due chitarristi che volavano da una parte all’altra come epilettici, mentre a Meskil, da gran capo, bastava alzare le braccia perché il pubblico lo seguisse fedelmente e a gran voce. L’esibizione straordinaria della band si è trasmessa subito anche sotto il palco, e di moshing e circle pit non si vedeva né la fine né il principio. Fenomenale! Make War Not Love!

Molto attesi, a seguire, anche gli israeliani Orphaned Land, tornati al Brutal Assault per la prima volta dal 2009 e con il nuovo album All Is One sotto il braccio. Per i miei gusti, ultimamente il gruppo esagera parecchio nel battere sul proprio obiettivo di pacificare le passioni delle tre religioni abramitiche e, purtroppo, si allontana anche parecchio dall’ottimo mix di musica etno/folk del Medio Oriente e death metal, ma non gli si può comunque rimproverare un calo di qualità. Gli Orphaned Land hanno salutato Josefov con The Kiss of Babylon (The Sins), con il frontman Kobi Farhi nella tunica ormai d’obbligo e il chitarrista Yossi Sassi con una novità: è il primo e unico chitarrista al mondo a potersi vantare di una doppia »chitarra«, che unisce una classica chitarra elettrica e lo strumento etnico bouzouki. Anche dal vivo gli Orphaned Land riescono così a presentare con successo, e in modo più fedele, la loro anima folk metal. E proprio quando gli Orphaned Land avevano appena iniziato a scaldarsi, si sono aperte le cateratte del cielo e sul pubblico è arrivato un vero e proprio diluvio. Visto che ero bagnato fradicio (fino alle mutande), sotto la pioggia e ormai congelato, il resoconto che segue sarà purtroppo parecchio ridotto: sono riuscito a vedere le band solo da lontano e per poco tempo.

I veterani americani del death metal Malevolent Creation hanno scaricato, nonostante la pioggia, una vera carneficina death metal, gli shoegazer francesi Alcest hanno incantato con un’atmosfera da favola e mistero, Meshuggah e In Flames hanno tirato fuori il solito set solido-se-non-buono, mentre la giornata di venerdì è stata dominata del tutto dai possenti Carcass che, sorprendentemente, non hanno suonato nemmeno un pezzo dell’imminente disco del »come-back«, Surgical Steel.

Scaletta

KATALEPSY:
1. E.N.D. Evidence of Near Death
2. Psychological Disease
3. Cold Flesh Citadel
4. Gore Conspiracy

OBSCURA:
1. Septuagint
2. Vortex Omnivium
3. Ocean Gateways
4. The Anticosmic Overload
5. Incarnated
6. Centric Flow

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