California Guitar Trio – la musica è imparare e fare esperienza (2008)

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Data dell’intervista: 14.05.2008

Prima di una delle sole tre date primaverili dei California Guitar Trio in Europa, in vista di un tour nordamericano più ampio, mi si è presentata l’occasione di intervistare a Milano il trio di chitarre acustiche California Guitar trio. Al Teatro Leonardo Da Vinci, dove la band aveva in programma il concerto (reportage di RockLine QUI) mi sono ritrovato prestissimo, mezz’ora prima dell’orario concordato, verso le 18.00. Il gentile organizzatore mi ha comunque portato dritto in sala, anzi in platea. I California Guitar Trio avevano appena finito il soundcheck. In platea se ne andava a spasso Paul Richards, che si è ricordato delle mie richieste via e-mail e mi ha accolto con entusiasmo. Qualche metro più in là, su una delle sedie della platea, ancora completamente vuota, era seduto l’altro membro della band, Hideyo Moriya, immerso nel lavoro sul suo portatile e per niente interessato alla chiacchierata tra Paul e RockLine. Poco dopo si è unito alla discussione anche il terzo membro, il belga Bert Lams…

RockLine: Visto che il tour di questo periodo è concentrato sugli USA, è interessante che abbiate infilato anche tre date in Europa. Com’è andata?
Paul: Negli USA suoniamo un sacco, ogni anno facciamo tra i 100 e i 200 concerti. Da anni desideravamo suonare più spesso anche in Europa. Così siamo entrati in contatto con un promoter qui in Italia. All’inizio si parlava solo di Milano e Roma, poi ci siamo accordati per un’altra data a Parigi. Per noi è fondamentale sfruttare ogni occasione che si presenta in Europa. In questo modo allarghiamo anche il nostro pubblico, perché con queste esibizioni portiamo la nostra musica più vicino alla gente. Magari un giorno riusciremo a suonare così anche in Slovenia.

RockLine: Avete fuori il nuovo album “Echoes”. È tutta un’altra storia rispetto al predecessore “White Water” del 2005. Raccontaci qualcosa. Com’è nato, dove avete preso le idee, cosa avete sperimentato di nuovo dal punto di vista musicale?
Paul: Il CD “Echoes” è in realtà una compilation di brani scritti da altri autori. Abbiamo dato all’album il nome del pezzo Echoes dei Pink Floyd, che è nel disco e che stasera suoneremo anche dal vivo. Volevamo proporre una selezione di brani che di solito nelle compilation normali non compaiono insieme. Così abbiamo scelto una combinazione il più “insolita” possibile per il CD. Tra gli artisti troverai band come i Pink Floyd, poi gli inglesi Penguin Caffe Orchestra, poi c’è un brano degli svizzeri Krokodil, band di rock progressivo, e c’è anche un pezzo di Ludwig Van Beethoven… insomma, qualche trucchetto un po’ strano messo insieme per tirare fuori una compilation fuori dall’ordinario. Tutti e tre avevamo in testa la voglia di arrangiare brani che ci stanno a cuore e di trasformarli in qualcosa di completamente diverso. Il mio preferito dell’album è Echoes dei Pink Floyd. Quel pezzo mi sta particolarmente a cuore. Mi ricordo la prima volta che l’ho sentito, negli anni Settanta, quando mio fratello portò a casa il disco “The Meddle”. Allora, da bambino, ovviamente non lo capivo ancora, ma la musica mi aveva toccato. Per me è stata una sfida speciale riarrangiarlo alla maniera dei California Guitar Trio.

A questo punto si è aggiunto alla chiacchierata anche Bert Lams…

RockLine: Per il nuovo album “Echoes” avete invitato anche degli ospiti speciali? Com’è stato lavorare con loro?
Bert: Certo. Un bel po’. Davide Rossi, che ha suonato la violectra ed è membro dei Goldfrapp, Pamelia Kurstin da Vienna, che ha suonato il theremin, uno strumento particolare da “non toccare” che genera onde radio, poi naturalmente c’è di nuovo il nostro amico Tony Levin, e Tom Griesgraber, che ha suonato il basso e il Chapman stick, mentre per i brani And I Know e Freebird ha messo la sua voce Bonnie “Prince” Billy.

RockLine: Ci sono differenze evidenti se guardate indietro alla vostra carriera negli anni Novanta e le confrontate con lo status attuale dei California Guitar Trio?
Bert: La svolta per noi è stato il tour con i King Crimson nel 1996. Prima avevamo suonato qualche volta in Italia, in locali più piccoli, ma l’ospitata nel tour dei King Crimson ci ha aperto la strada per esibirci in posti più grandi, davanti a un pubblico più ampio, nei teatri… E da quel punto di vista siamo cresciuti di anno in anno. Ci ha aiutato molto anche il fatto che con noi suonasse come ospite speciale Tony Levin.

RockLine: Vi aspettavate che i California Guitar Trio diventassero una band così amata e apprezzata?
Bert: È successo e basta. Abbiamo iniziato a suonare in trio esclusivamente per la musica. Col tempo, dalle reazioni sempre più rumorose del pubblico, abbiamo capito che alla gente la nostra musica piace tanto. Nessuno di noi ha mai pensato o pianificato apposta un qualche exploit commerciale, se era questo che avevi in mente. Anche adesso che suoniamo davanti a più gente, la musica fa su di me lo stesso effetto di più di 10 anni fa. La musica è la prima cosa per cui salgo sul palco. Tutta questa popolarità è arrivata senza che noi ci aspettassimo proprio niente.

RockLine: Com’è che nasce la vostra musica? Com’è il processo in studio? Chi di voi porta le idee principali? Come crescono e si sviluppano i vostri pezzi? Come componete la vostra musica?
Paul: Ultimamente componiamo i nostri pezzi direttamente nelle camere d’albergo durante i tour. Certo, il nostro album “Echoes” è appena uscito, ma intanto stiamo già scrivendo brani nuovi, il nostro materiale originale. Abbiamo sei pezzi nuovi già scritti. Succede soprattutto durante i tour negli USA: un brano è nato a Kansas City, il successivo a Portland, in Oregon, il terzo nel New Jersey… Tra un tour e l’altro ognuno lavora per conto suo. Cioè, ognuno di noi si segna le sue idee e poi ci troviamo una tre giorni prima dell’inizio del tour e ciascuno presenta le sue nuove idee e i suoi spunti. A volte è un lavoro piuttosto duro, è una sfida.
Bert: Sì, certe volte la cosa può tirare per le lunghe, per quanto riguarda gli arrangiamenti…

RockLine: Serve il momento giusto, l’ispirazione giusta, no?
Paul: Oh, è fantastico quando capita, è il massimo, ma non succede tutti i giorni. Quando arriva il momento d’ispirazione, metti insieme il pezzo in fretta, altrimenti un brano può prendere forma anche in tempi piuttosto lunghi, da tanti piccoli pezzettini che si uniscono solo quando arriva di nuovo un’ispirazione, un’idea… Puoi aspettarla un mese, o due.

RockLine: Com’è essere studente della scuola di Robert Fripp?
Bert: Un’esperienza davvero positiva sotto ogni punto di vista. I primi corsi per me sono stati particolarmente emozionanti. Si tenevano negli USA, dove fino ad allora non ero mai stato, perché vengo dal Belgio. Dovermi trasferire negli USA è stato un vero shock culturale. Prima avevo studiato musica classica. I corsi si svolgevano in una grande tenuta, con un grande stagno… anzi, una grande piscina, una grande casa in campagna, una specie di villa. Lì vivevamo in una sorta di comunità. Cucinavamo tutti, pulivamo tutti,… I corsi erano molto intensi e ispirati, i partecipanti suonavano in continuazione, giorno e notte. Le classi erano impostate più come gruppi in cui i membri collaborano tra loro. Quindi non ci si concentrava tanto sull’individualità. È stata per me un’esperienza speciale e un onore speciale. Un onore speciale che Robert Fripp condivida la sua esperienza anche con altre persone. I corsi erano molto pratici. Uno dei corsi era dedicato a imparare a esibirsi dal vivo. Qui non c’era teoria. In quel corso siamo saliti su un autobus per sei settimane, girando in lungo e in largo e suonando ai concerti.
Paul: In pratica, in questo caso, voleva dire che Robert pretendeva che gli mostrassimo nella pratica ciò che ci aveva insegnato. Per esempio incaricava un paio di allievi di scrivere un pezzo e di tornare, ognuno con il suo, a presentarlo.
Bert: E gli ordinava pure di suonare ciascuno il proprio pezzo a cena.
Paul: Robert Fripp è un personaggio speciale. Spesso affronta le cose in un modo piuttosto insolito. È bravissimo a presentare e trasmettere agli altri le proprie esperienze. Durante i pasti facevamo un sacco di discussioni su come condividere queste esperienze. Sul conoscere le proprie esperienze e condividerle. Per esempio, quando ci esibivamo davanti alla gente, ci chiedeva cosa era andato bene e cosa male. In sostanza ti insegnava a cercare le risposte alle domande dentro di te.

RockLine: A me personalmente sembra molto importante che i musicisti cerchino dentro di sé. Oggi mi pare che ci siano troppi chitarristi che vorrebbero essere, che so, come Malmsteen…
Bert: Sì, ma è così che comincia tutto. Hai bisogno di qualcuno che ti ispiri, che risvegli in te un po’ di entusiasmo. All’inizio è sempre così, imiti qualcuno.
Paul: Prendi un ragazzino “teenage” che sta imparando la chitarra,…magari proprio Malmsteen è il fattore che lo esalta, e all’inizio è questo a spingerlo avanti. Poi, più avanti, succede che quel musicista crei qualcosa di suo oppure no.

RockLine: Come e dove vi siete incontrati voi tre, in che circostanze?
Paul: Al corso di Robert Fripp. E in Europa. Ai corsi in Inghilterra, Svizzera e Francia. Era il 1987.
Bert: Io e Paul ci siamo conosciuti al corso in Svizzera.
Paul: All’epoca in cui io e Bert ci siamo conosciuti, io avevo alloggiato per una settimana da Robert Fripp in Inghilterra. In quel periodo Robert teneva corsi in varie parti d’Europa.
Bert: Il primo livello lo finivi molto in fretta. In cinque o sei giorni. Molti studenti che avevano partecipato ai corsi volevano tornare e continuare. Robert li invitava a proseguire e così arrivavano a livelli diversi. Potevi restare due o tre mesi. Noi due abbiamo frequentato i corsi per due anni.
Paul: Un anno e mezzo. Stavamo a casa di Robert, suonavamo la chitarra insieme a lui tutto il tempo, stavamo insieme durante i pasti. C’erano anche vari lavori domestici obbligatori, tipo pulire i bagni.

RockLine: Che grossa responsabilità….
Paul: Eh sì, una grossa responsabilità, ah, ah, ah,…

RockLine: Ah, già. Domani è il compleanno di Robert.
Paul: Davvero? Domani? Allora dobbiamo mandargli un’e-mail. Intanto voi due andate avanti pure con la chiacchierata, io mando a Robert un bel “happy birthday”!

RockLine: Nella vostra musica usate un sacco di trucchi sonori ed effetti interessanti: anche se la base è acustica, sperimentate parecchio col suono. Chi è il principale promotore e quanto è difficile quando nasce un pezzo?
Paul: In realtà tutti e tre suonavamo già da molto prima di conoscerci ai corsi di Robert Fripp, ognuno univa molte influenze musicali. La tecnica di Robert è stata di sicuro fonte d’ispirazione. Queste cose ci hanno sempre attirato. Sul pavimento durante le esibizioni usiamo i pedali degli effetti, e oggi al concerto potrai sentire molti suoni che di acustico non avranno proprio niente. Per tutti e tre è del tutto normale inserire diversi tipi di suono nel nostro suono di base di chitarre acustiche. Esistono ovviamente anche altri quartetti o trii di chitarre acustiche che non usano effetti particolari. Anche per loro è una bella sfida dover creare e tirare fuori dalla chitarra acustica suoni diversi senza effetti.
Bert: Anche per noi il suono acustico è ancora molto stimolante e lo esploriamo di continuo, per capire come far crescere la tecnica. Diamo molta importanza al modo di usare il plettro, al suonare le linee a una voce, agli intrecci melodici a più voci, ai contrappunti. Inoltre abbiamo accordature diverse su ciascuna delle tre chitarre.
Paul: Il nostro modo di suonare insieme è in sostanza sovrapporre più strati, uno sull’altro, e creare così armonie a più voci.

RockLine: Dove puntano in futuro i California Guitar Trio?
Bert: Ci piacerebbe allargare ancora i nostri confini musicali, invitare a collaborare ancora più musicisti diversi, anche cantanti. Io personalmente vorrei crescere nello scrivere musica per il cinema.
Paul: Stiamo lavorando anche a un nuovo CD con il nostro materiale originale. Alcuni pezzi li presenteremo anche al concerto di stasera. Inviteremo a collaborare anche altri musicisti. Ci sarà di nuovo Tony Levin e, oltre a lui, anche un amico che porterà il tamburo africano “djembe”.

RockLine: Avete cambiato etichetta. Il vostro album precedente “White Water” era uscito ancora per Inside Out Records.
Paul: Alla Inside Out in questo momento ci sono dei cambiamenti, quindi abbiamo deciso di pubblicare il nuovo album “Echoes” in modo indipendente, in autoproduzione.

RockLine: Come percepite le diverse reazioni del pubblico in Europa e, per dire, negli USA?
Bert: Le reazioni sono abbastanza simili ovunque, intendo come sensazione di contatto col pubblico.
Paul: La gente reagisce in modo simile. Qualche giorno fa a Parigi, per esempio, erano più composti di quanto siamo abituati quando suoniamo più su, più a nord in Europa.
Bert: In Giappone la gente è molto riservata. Ci adorano, la nostra musica, ma ai concerti sono un pubblico incredibilmente silenzioso.
Paul: Sai, la cosa interessante è che ogni volta è molto simile, ma allo stesso tempo diverso. Prendi le persone che verranno stasera al nostro concerto. Non sappiamo se sono di buon umore o tristi. Magari hanno bisogno di qualcosa nella nostra musica che li aiuti nella vita. Oppure sono venuti così, tanto per. Già per questo il concerto di stasera sarà del tutto unico, proprio per l’unica combinazione di persone che si troveranno stasera al concerto. Da questo punto di vista ogni concerto è unico. Ogni persona contribuisce. Chiunque si trovi al concerto. Per esempio, tu ti sei fatto tutto il giorno di viaggio fino a Milano, noi siamo arrivati in aereo, in mattinata eravamo ancora a Parigi. Tutti questi dettagli contano. Ogni stato d’animo che arriva insieme a chi viene a sentirci. Magari nessuno se ne rende nemmeno conto, ma è questo che rende speciale ogni concerto.
Bert: È capitato anche che registrassimo un nostro concerto. Avevamo avuto una sensazione ottima, e poi, ascoltando la registrazione, quella sensazione non c’era più; ma è successo anche il contrario. Che la registrazione dal vivo venisse fuori più intensa rispetto a ciò che avevamo vissuto durante l’esibizione.
Paul: A volte capita di arrivare in un posto dove suonerai e non hai chissà quali belle sensazioni, e poi questa interazione, questa fusione unica con la gente ti porta su tutto un altro livello e quella sensazione sparisce.
Bert: Una volta sono stato a un concerto di Peter Gabriel. Era un concerto così intenso che mi sembrava che suonasse i pezzi solo per me.

RockLine: Cambiate spesso la scaletta durante i tour?
Paul: Di solito almeno qualche piccola modifica c’è. Se i pezzi funzionano uno dopo l’altro, in genere durante il tour ci teniamo bella fedele alla scaletta, i ritocchi sono minimi.
Bert: Siccome tra un tour e l’altro ci vengono in mente tante idee nuove, in qualche modo proviamo le novità di continuo anche sul palco e così aggiungiamo alla scaletta queste idee del tutto nuove, che per noi sono una sfida ma anche un modo per variare, per vedere come vengono dal vivo. Il giorno prima a Parigi, per esempio, durante il concerto era annunciata una pausa, e solo per quella abbiamo dovuto adattare un po’ la scaletta.

RockLine: Com’è la collaborazione tra il trio e Tony Levin? So che questa domanda toccherebbe anche lui, ma purtroppo qui non c’è…
Paul: Ah, ah, ah.. lui senza dubbio risponderebbe meglio a questa domanda. Secondo me Tony si diverte a suonare con noi sul palco. Si unisce a noi ogni anno. Anzi, ogni volta che lo invitiamo. Suoniamo insieme sul palco dal 2000. Evidentemente la combinazione funziona. Le sensazioni sul palco sono davvero buone, la cosa funziona in modo molto positivo. Tony è anche pieno di grande esperienza. Ha suonato con i migliori musicisti del mondo, la sua esperienza e i suoi consigli per noi sono di un’importanza enorme.
Bert: Abbiamo imparato tantissimo da lui. Viene dall’altra parte del mondo, con altre esperienze,…

RockLine: Siamo arrivati alla fine. Vorrei ringraziarvi di cuore per questa chiacchierata così ricca. Vi auguro un concerto strepitoso stasera a Milano.
Bert: Grazie a te
Paul: Grazie, spero che ti godrai il concerto stasera.

intervista di: Aleš Podbrežnik
traduzione e redazione di: Aleš Podbrežnik

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