Echi magici: California Guitar Trio & Tony Levin nel cuore di Milano (2008)

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Luogo: Teatro Leonardo Da Vinci / Milano / Italia
Data del concerto: 14.05.2008
Spettatori: 600
Prezzo del biglietto: 15,00€

California Guitar Trio, un trio di chitarre acustiche e molto di più… il giapponese Hideyo Moriya, l’americano Paul Richards e il belga Bert Lams hanno conquistato tutti senza nemmeno provarci, con le loro interpretazioni curiose ed extravaganti dei giganti della musica classica e delle leggendarie classiche del rock. E poi c’è il loro repertorio, pieno di ispirazione e di spirito, che gode di grande stima e rispetto tra gli amanti della musica da gourmet: musica che non conosce schemi, che esplora di continuo, che si spinge in territori di nuove dimensioni e che, con la sua bellezza unica, non smette mai di entusiasmare e sorprendere.

California Guitar Trio hanno rivolto la maggior parte dei loro concerti di fine primavera al suolo americano, ma per tre date europee il tempo si è trovato comunque. E non sono un’attrazione solo per quello che abbiamo appena detto. I loro concerti prendono una dimensione speciale e un marchio di unicità in più quando sul palco si unisce a loro uno dei giganti del basso, il fantastico Tony Levin, leggenda senza paragoni, membro fisso della squadra in studio e dal vivo di Peter Gabriel e parte della formazione di King Crimson.

California Guitar Trio hanno suonato praticamente in pieno centro a Milano, per la precisione al Teatro Leonardo Da Vinci. Il concerto è iniziato qualche minuto dopo le 21.00. Per fortuna, senza band di supporto. Il trio e Tony Levin sono stati accolti con grande entusiasmo da una sala stracolma. Per portare la temperatura al livello giusto hanno aperto con una Melrose Avenue accelerata (“CGT + 2”, 2000). In questo brano scoppiettante e movimentato, con un tocco orientaleggiante, il trio con Tony Levin ha messo subito il pubblico a dondolare intensamente. Altro olio sul fuoco con Blockhead, dal motivo di base in primo piano, dove i ragazzi hanno mostrato subito uno dei loro splendidi marchi di fabbrica, creando in un attimo un intreccio armonico di tre chitarre. Il contrasto perfetto con l’apertura è stato Unmei, dal sapore surf, in cui è venuto in primo piano il maestro Hideyo, mentre l’eredità di Beethoven prendeva le ali della velocità vertiginosa delle armonie d’archi, tanto che alla fine non capivi più se i ragazzi fossero ancora a Beethoven o se ne avessero già tirato fuori Čmrljev let. Restiamo ancora un po’ nelle acque classiche, con Bach e Prelude Circulation, quando Tony Levin imbraccia il suo famoso stick e Richards annuncia il pezzo successivo così: “Iguana rossa!” Red Iguana ha riempito di nuovo la sala con un’ottima dose di sperimentalismo libertario. Le radici degli anni di apprendistato sotto l’occhio vigile di zio Fripp e la bacchetta dello stick di Tony hanno ribaltato completamente l’esperienza in sala. Le linee un po’ nervose e ben ferrate della prima parte sono state sostituite poi da collage di “soundscape” cerebrali. Una dinamica unica, fatta di mille stati d’animo! I ragazzi proseguono con il materiale autoriale con un brano del tutto nuovo, Turn Of The Tide, e poi, con Eve e Andromeda, stendono nella sala una cortina sonora morbida, sognante e sottile di motivi, davanti alla quale il tempo si ferma e l’esperienza ti porta in uno spazio completamente nuovo, ancora inesplorato.

Levin lascia il palco e i ragazzi proseguono suonando una delle loro creazioni più delicate e al tempo stesso più belle: la traccia d’apertura dell’album “White Water” (2005), che Richards presenta come un pezzo che porta il nome di una cittadina del Regno Unito, dove loro hanno imparato a suonare la chitarra con Robert Fripp. The Marsh è davvero una dedica dei California Guitar Trio a questo guru della chitarra, e Lams, con la sua dolcezza, ne ha tirato fuori un’autentica sensazione di innocenza e purezza infantile. Questo momento particolarissimo e commovente è stato presto sostituito dall’arrangiamento eccezionale di The Good, The Bad & The Ugly (orig. Ennio Morricone), in versione da pistoleri, che ha strappato scrosci di risate in sala non appena Richards ha pestato per la prima volta il suo pedale wah wah.

Il concerto stava toccando il suo apice quando si è sentito il motivo principale di Tubular Bells di Mike Oldfield. Il pubblico saluta il trio con un boato, e sul palco, nell’esecuzione, si aggiunge prima Tyler Trotter all’armonica a bocca, e poco dopo, nel drammatico finale, ovviamente di nuovo Tony Levin. Un’ottima ouverture al culmine del concerto: l’arrangiamento, intriso di spirito, nelle mani dei California Guitar Trio sembra non finire mai. Che cosa può mai venire dopo questo classico unico di Oldfield? Forse Echoes dei Pink Floyd? Esatto. Tutta la loro genialità e unicità nel rielaborare gli arrangiamenti degli originali, il trio l’ha coronata affrontando il classico dei Pink Floyd dall’album “The Meddle” (1971). Lams guidava le doppie armonie che nell’originale appartengono alle voci, mentre Richards ha assunto in questo punto il primato assoluto, dando vita con il bottleneck e con effetti speciali alla chitarra di David Gilmour. Finché non lo vedi, fatichi a credere a tutto quello che si può creare con sole tre chitarre. Un miscuglio psichedelico eccezionale, con un vero e proprio accento rock, è stato purtroppo il brano conclusivo del concerto. Il pubblico era così entusiasta da salutare il trio con Levin in piedi, con ovazioni fragorose.

Il bis è andato come ci aspettavamo. Prima un attacco surf con la colonna sonora del film “Pulp Fiction”, Misirlou, e poi la bellezza epica e atmosferica di Punta Patri, che sottolinea ancora una volta l’eccezionalità dell’espressione musicale di questo trio, la raffinatezza, l’affiatamento altissimo e la grande forza e magnetismo della percezione scenica costante. Il trio intreccia lento e astuto, attraverso le armonie della trascendenza, tutta la solennità del momento catturato, creando una specie di atmosfera ipnotica di estasi cerebrale, per non dire assenza mentale, da cui la sala, per qualche istante, proprio non voleva risvegliarsi.

Un’ora e mezza di indimenticabile avventura musicale, in cui ti trascina la visione piena di spirito che questo trio ha dell’esperienza musicale, e a cui il bassista Tony Levin dà un marchio indelebile, è volata via in un attimo. Tony Levin ha arricchito e completato il suono. Il tipo è così esperto e navigato, ne ha viste così tante, che ormai porta quasi per routine nell’esibizione e nel suono del trio un tocco di spirito e di esperimento jazz tutto suo. Levin ha eseguito con il trio anche il suo pezzo solista, la travolgente Relentless, che sicuramente piacerebbe a tutti gli amanti dei King Crimson di oggi.

Magari vi sembrerà una pazzia, che cosa ci facevo a Milano, visto che non sono risorti dalla tomba i Nirvana, i The Doors, i The Beatles, e ancor meno Frank Zappa, Miles Davis, Jimi Hendrix o Janis Joplin, ma posso assicurarti che con una ricarica di batterie così non ti dispiace nemmeno per un minuto e per un chilometro percorso, nel tuo cammino di apprendimento continuo. Un apprendimento che passa attraverso il raccogliere la bellezza infinita di ciò che chiamiamo semplicemente libertà. E questa libertà è la musica, il suo generatore, il suo sole. Nell’una o nell’altra forma.

Scaletta di California Guitar Trio & Tony Levin:

1. Melrose Avenue
2. Blockhead
3. Unmei
4. Prelude Circulation
5. Red Iguana
6. Turn Of The Tide
7. Cathedral Peak
8. Eve
9. Andromeda
10. The Marsh
11. The Good, The Bad & The Ugly
12. Tubular Bells
13. Echoes
—bis—
14. Misirlou
15. Punta Patri

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