Calling All Stations

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Genesis
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1997
Voto: 3.5/5

E poi furono due…Quando Phil Collins ha lasciato i Genesis dopo il tour di “We Can’t Dance”, praticamente nessuno scommetteva più sul fatto che la band sarebbe andata avanti. Ma gli indistruttibili membri originali, il tastierista Tony Banks e il chitarrista/bassista Mike Rutherford, hanno deciso di pubblicare l'(very probabilmente) ultimo album in studio di questa leggendaria band. I due maestri non hanno gettato la spugna: si sono messi a cercare un nuovo cantante e hanno dimostrato che, a parte Banks, nessun membro del gruppo era davvero insostituibile. Dopo una lunga ricerca la scelta è caduta su Ray Wilson, cantante scozzese allora poco conosciuto, ex Stiltskin e fan sfegatato dei Genesis. La voce di Wilson, incredibilmente versatile, dà all’album un tono più cupo ed è davvero particolare; proprio per la sua versatilità e il timbro più scuro ricorda più Gabriel che Collins. A tratti suona come una via di mezzo tra i due. Ogni tanto tira anche verso la voce di Paul Carrack (cantante dei Mike and the Mechanics, il progetto solista di Rutherford). Wilson è stato una scelta azzeccatissima e senza dubbio una gran bella scoperta. Dopo l’addio di un batterista del calibro di Collins, i due non hanno cercato un nuovo batterista fisso, ma hanno preferito puntare su due ottimi session man. Per l’album sono stati scelti il marocchino Nir Zidkyahu e Nick D’Virgilio, batterista degli eroi del prog rock moderno Spock’s Beard (oggi anche cantante della band). La differenza di stile tra i due è evidente e si nota anche da come sono divisi i brani: Zidkyahu preferisce picchiare più duro e a tutta forza, mentre D’Virgilio si trova meglio sui pezzi dal ritmo più lento. Anche se a tratti suonano un po’ privi di fantasia, la maggior parte delle parti di batteria è eccellente dal punto di vista tecnico. Anche lo storico duo, dopo tanto tempo, ritrova un po’ di fiato. Vale soprattutto per Rutherford, che in questo disco regala alcuni dei suoi momenti migliori come chitarrista. Non ricordo di aver mai sentito la sua chitarra così dura come qui. Banks alle tastiere, invece, è eccellente come sempre.

Il disco è pieno di brani AOR eccezionali come la title track, l’hit “Congo”, “Shipwrecked” e “Not About Us”, che dovrebbero piacere sia ai fan dei Genesis dei primi anni ’80 sia agli amanti del buon AOR, ma ci sono anche un paio di composizioni più complesse che, ironia della sorte (visto che è stata proprio questa band a ispirare la nascita del genere), tirano verso il neo-prog. L’opener, la title track, che si apre con un riff quasi metal di Rutherford, è una delle migliori del disco. Segue “Congo”, l’unico vero hit dell’album. Con i suoi ritmi africani e anche per il modo di cantare di Wilson ricorda molto da vicino un pezzo solista di Peter Gabriel. Anche il capolavoro AOR “Shipwrecked” è un brano di gran gusto, con un ritornello splendido. “Alien Afternoon”, dopo un’introduzione lenta, si sviluppa alla grande, soprattutto grazie alle ottime tastiere di Banks. Fanno colpo soprattutto i cori “spaziali” e l’ottimo riff di Rutherford nella parte centrale. Il pezzo è una creazione prog interessante, che in realtà è già più neo-prog. “Not About Us” è un altro grande brano AOR, con un bellissimo attacco di chitarra acustica e superbi arrangiamenti di Banks, e ha tutte le carte in regola per essere un hit. “If That’s What You Need” è un’ottima ballad “power”, di quelle che Wilson avrebbe fatto volentieri più avanti da solista. La drammatica “The Dividing Line” è puro neo-prog alla Marillion (era Hogarth), con una jam splendida della band e ottime parti di batteria. Certo, non regge il confronto con la vecchia fusione Hackett-Banks-Collins-Rutherford, ma dopo tanto tempo è di nuovo un pezzo costruito in quella direzione. “Uncertain Weather” è il brano che più di tutti ricorda i Genesis classici degli anni ’70, soprattutto per l’atmosfera, e questo la rende una delle cose migliori del disco. “Small Talk” è un pezzo pseudo funk, in cui Wilson, come voce, ricorda Paul Carrack dei Mike and the Mechanics. “There Must Be Some Other Way” suona come una predica all’infelice Phil Collins, che proprio non riesce a tenersi la moglie, con una voce di Wilson fenomenale che a tratti è incazzatissima e allora sembra un cantante hard rock. Una cosa che Collins non è mai stato capace di fare con la sua voce. Anche la parte strumentale nella seconda metà, con le ottime texture di tastiera di Banks, è eccellente. È un pezzo con un messaggio molto azzeccato, uno specchio molto realistico dei problemi delle relazioni di oggi. Certo, è a anni luce dalle composizioni e dai testi del passato della band, ma dopo tanto tempo c’è di nuovo qualcosa di nuovo. La conclusiva “One Man’s Fool”, che è anche il brano più lungo del disco, per l’apertura, il ritmo e il ritornello ricorda uno dei loro pezzi pop rock migliori dei primi anni ’80, ma poi, una volta entrata nella sezione strumentale, si sviluppa alla grande. È un brano che ti conquista dopo più ascolti ed è senza dubbio uno dei vertici del disco. È un fantastico incrocio tra AOR e rock progressivo e farà felici sia gli amanti dei Genesis più “commerciali” sia, ad esempio, quelli degli Asia.

Il disco è una sorpresa piacevolissima e un passo nella direzione giusta dopo gli esperimenti pop con Collins, anche se resta ancora più vicino all’AOR che al rock progressivo. Con un nuovo cantante e un suono fresco e più cupo (quello che avevano nel loro periodo “classico”), “Calling All Stations”, pur essendo, proprio per voce e batteria, il loro album meno tipico, segna un ritorno al punto in cui la band si era fermata dalle parti di “Duke” (1980). Devo sempre constatare con tristezza che era proprio questo il disco che avrebbe potuto far rinascere la band e riportarla piano piano sulla “vecchia strada”, ma purtroppo non è andata così, perché si sono spaventati davanti alle pressioni del mercato musicale. Che peccato, perché Ray Wilson è un cantante eccellente, perché “Calling All Stations” è un grande disco AOR con tanti elementi di rock progressivo, meglio della maggior parte dei loro dischi pop rock con Collins, e perché nell’album si sente una nuova energia. Una specie di liberazione dal dominio di Collins e la voglia di tornare alle radici. Ma siccome l’album è stato un fiasco commerciale nell’America corporativa dei USA, dove all’epoca per il rock classico erano tempi bui, Banks e Rutherford hanno deciso di smettere poco dopo la fine di un tour sfortunato (fatto solo in Europa, mentre negli USA è stato cancellato, del tutto giustamente). Sono convinto che il disco successivo sarebbe stato ancora migliore e ancora più vicino ai Genesis classici, se avessero ignorato il corrotto mercato musicale. Ma per la leggenda era finita e, invece di andare avanti con l’ambizioso e talentuosissimo Wilson, Banks e Rutherford hanno preferito dedicarsi alle rispettive carriere sosoliste. “Calling All Stations” resta così, per ora, l’ultimo atto di questi giganti del rock progressivo.

Formazione

Ray Wilson – voce
Mike Rutherford – chitarra, basso
Tony Banks – tastiere

Musicisti ospiti:
Nir Zidkyahu – batteria e percussioni
Nick D’Virgilio – batteria e percussioni – brani 4 (prima metà), 6, 8, 9

Produzione

Nick Davis, Tony Banks e Mike Rutherford

Tracklist

1. Calling All Stations (5:43)
2. Congo (4:50)
3. Shipwrecked (4:22)
4. Alien Afternoon (7:50)
5. Not About Us (4:37)
6. If That’s What You Need (5:12)
7. The Dividing Line (7:44)
8. Uncertain Weather (5:28)
9. Small Talk (5:01)
10. There Must Some Other Way (7:53)
11. One Man’s Fool (8:45)

Durata dell’album: 67:25

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