Čao Portorož

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Artista: Čao Portorož
Etichetta: Kapa Records
Uscita: 2013
Durata: 22:38
Voto: 4.6/5

Il Klubski maraton 2012 ha servito qualche bella sorpresa, e quella che è rimasta più impressa è senza dubbio il nome del giovane quartetto Čao Portorož, che dopo quattro anni di vita può già sfoggiare due dischi sulla lunga distanza. Più che giurare fedeltà a un unico diktat di genere e al purismo, in questo tempo i ragazzi hanno mostrato soprattutto la voglia di sperimentare, di far traboccare l’alternative anni Novanta con una potente spruzzata di Balcani, e poi la fedeltà al punk e a un metro garage di primitività totale. Che non ci siano equivoci – niente a che fare con la gente del Litorale, qui parliamo di un collettivo di Lubiana, a cui più dei numeri di vendita interessano attaccare la spina, spremere fino all’ultima goccia di sudore e scappare via, ribellarsi al mondo e al sistema. Dopo questi anni la ricetta ha prodotto soprattutto una serie di musica di qualità che sa di triangolo Belgrado – Novi Sad, quello di Disciplina Kičme, Boye e Obojeni program, proprio come dice la presentazione (a me, a dire il vero, ricordano ancora di più i Repetitor), e se all’insieme aggiungi un po’ di feeling primordiale alla Fugazi, Jane’s Addiction, dosi di rock dalle tinte più sovversive (tra cui anche i germi dei primi U2 e qualcosa di più centroeuropeo), ti avvicini a ciò che i Čao Portorož rappresentano e sono.  Le definizioni non contano nemmeno, e allora tanto vale ammetterlo subito: il secondo dischetto, intitolato Čao Portorož, mi ha contagiato in modo così bello, mi si è attaccato addosso con tale piacere, che già adesso posso riconoscergli il peso di uno dei migliori album di casa nostra di quest’anno.

La cosa funziona fin dal primo strillo urlato di Evroazija, dove si danno la mano il suono sudatissimo delle chitarre di Andraž Petrič e Gregor Andolšek, la sezione ritmica giocherellona di Ivian Kan Mujezinović (bassi bene incazzati) e Aljoša Cetinski (batteria), mentre lo strato multiplo di rumore ben articolato, appassionato e organico è glassato con voci giusto il punto stonate e con slogan dadaisticamente semplici e filo-serbi, antiglobalisti, sul consumismo, sull’invasione di roba dal paese del sol levante, e sotto il tutto una rivolta urlata contro la penetrazione dei semi capitalisti nella coscienza e nell’inconscio del nostro amatissimo mondo. L’intro, secco e breve, prosegue in modo più articolato con Ljubavna, dolce pezzo new wave sotto steroidi che prende a modello forse persino i primi The Cure, ma in versione garage anni Novanta. Un racconto di rapporti superficiali, di cotte, del richiamo di impressioni non filtrate, e i ragazzi buttano dentro, in una simbologia ben coperta, un po’ di tutto – immagini di caffè del mattino, bagordi, hangover ormonale e anche una fisicità appena abbozzata. Il tocco in produzione di Žare Pak ha catturato su supporto il riverbero giusto, non troppo chiuso, della sala Gustaf della Pekarna di Maribor, e il quartetto funziona solido, compatto, ben amalgamato. I ragazzi sembrano sani, frustrati al punto giusto: invece del torpore c’è un continuo saltellare dinamico di scintille e piccole idee brillanti. Ću, già ben noto dal Maraton, suona stavolta ancora più compiuto e rifinito, il giusto distaccato, e oltre al lirismo di Zeleni (bogami i Šupljeg) Zub i dadaisti, nella forma e nel contenuto, versano sulle fiamme dell’autocombustione interiore abbastanza cherosene di alienazione. Se dicessimo che i ragazzi si stanno girando il loro film Zeitgeist personale non sbaglieremmo di molto, ma avremmo ancora più ragione ad aggiungere che non stanno lì a contemplare e a filosofeggiare in lungo e in largo: si abbandonano senza pesi a riff e a una danza con i propri demoni dell’ispirazione. È proprio l’eccesso di profondità che ammazza tanta musica della maggior parte dei musicisti sloveni, che vogliono essere meglio di quello che sono davvero. Nei Čao Portorož di finzione non ce n’è, e il tutto scorre bello liscio, senza badare al minutaggio, sotto i tre minuti.

Ti inchioda ancora di più alla sedia il bellissimo Chien, dove il riff di chitarra e il gioco di batteria e basso sono ancora più sporchi, canini, se mi faccio prestare il significato francese della parola. Una splendida jam session si dipana dal primo eco del riff d’apertura, su cui si appiccica in modo quasi erotico la seconda chitarra, insieme a basso e batteria, e sopra il tutto scivola il »Chien!« sussurrato da Gregor. Un pezzo in più atti che in forma breve riassume tutti gli elementi della genialità dei Čao Portorož, per quel che riguarda ritmica, intreccio di melodie e straordinaria intesa reciproca. L’effetto del bel brano è perfetto perché i ragazzi si sentono da dio l’uno con l’altro, si azzardano a passare dal ritmo al galoppo a un trip western più polveroso, a concedersi un po’ di libertà psichedelica, a prendere in prestito un po’ del concetto di chitarra di The Edge e poi a rimettersi, meditativi, sui propri brutali binari. Chien è un mantra e scarica la tensione, ma allo stesso tempo ti costringe a staccare un nuovo boccone di imprevedibilità eclettica, che continua con lo spostamento in Ma. Qui siamo dalle parti di U2 e Mothers Of Dissapeared, che spuntano in primo piano da qualche sfondo, solo che i Čao Portorož non vendono slogan politici, ma si prestano la gola solo per sovrapporre nuovi strati di culture soniche. Dopo l’intro si concedono un passaggio su un terreno più funkeggiante, e mi ricordano dannatamente bene i Dandelion Children, solo che stavolta le uova sono tutte loro. 84 è poi una filastrocca totalmente primordiale che conta gli anni, snocciola frammenti numerologici, mentre sul tutto scivola un meraviglioso imperativo garage di riff, libertà totale e abbattimento delle barriere. Queste ultime crollano del tutto con la bellissima sporcizia dell’esplosivo Anžeta, che semina una bella dose di chitarre urlanti, piene di distorsioni, basso grasso e batteria inarrestabile. I testi sono, beh, rudimentali e irrilevanti, il che a me, che mi fisso più sul ritmo, sul riff e sulla sensazione, va benissimo, e di ballabilità ce n’è abbastanza per un intero battaglione di fan insoddisfatti dell’alternative d’ordinanza. La chiusura, con il brano Kino Udarnik, è più pacata e new wave, domina un basso dal tempismo eccezionale insieme a un gioco ludico di chitarre, e nel multilogo (il dialogo si svolge in contemporanea tra tutti i membri) si sviluppa fluido e davvero velenosamente assuefacente. Fino all’ultimo sfumare delle cannonate di chitarre indie, che hanno lavato via dall’ego tutta la zavorra e cancellato l’alter ego che avrebbe osato sputare in qualsiasi modo contro questo potente quartetto.

La musica ha battuto gli schemi, la passione ha surclassato l’intelletto, il garage ha investito la voglia pop di piacere a tutti, e il risultato finale è una vera sinfonia da cortometraggio per le orecchie. Dopo soli tre anni di assenza dallo studio i Čao Portorož sono cresciuti, migliorati, diventati più forti. La prova è senza dubbio un dischetto che si merita una chance per qualcosa di più di un solo giro nel tuo lettore. E fai bene ad ascoltare i pezzi più volte, perché negli strati di piacere, nella marinata di dettagli stupendi, ci sono tante perle che si rivelano solo dopo ascolti multipli. Spero che stavolta non si ripeta la storia per cui, appena lodi qualcuno, quello si lascia riempire le circonvoluzioni cerebrali di presunzione e dalla buona strada dell’evoluzione qualitativa devia verso il rincretinimento totale, rovinando le sue idee un tempo buone e cercando la ricetta per essere più ascoltabile e piacere a tutti. I Čao Portorož stavolta hanno fatto tutto come si deve, e con aspettative e sete staremo sulle spine in attesa del seguito in studio, che, spero, sarà all’altezza di Čao Portorož. Il compito non è facile e per niente scontato …

Formazione

Anže Petrič – chitarra

Gregor Andolšek – chitarra, basso nella #8

Ivian Kan Mujezinović – basso, chitarra nella #8

Aljoša Cetinski – batteria

Produzione

Žare Pak & Čao Portorož

Tracklist

1. Evroazija
2. Ljubavna
3. Ću
4. Chien
5. Ma
6. 84
7. Anže
8. Kino Udarnik

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