Catarsi, cataclisma e death metal! (2011)

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Luogo: Gala Hala, Metelkova, Lubiana
Data del concerto: 19.05.2011
Numero di spettatori: 250
Prezzo del biglietto: 20€

Il giorno prima della mancata fine del mondo era la data perfetta per una catarsi sonora e per l’ormai tradizionale ritorno da noi dei veterani canadesi dell’hyperblast death metal, i Kataklysm. A dire il vero la tradizione si è costruita fin dalla loro prima visita, nel lontano 1998, ma dopo il cambio di millennio il concerto al Gala Hala è stato il loro primo show in un club dalle nostre parti, e con l’atmosfera intima del rifugio del tempio lubianese della scena underground prometteva tutto tranne una serata noiosa e anonima. Un motivo in più era l’annuncio di un ricco ventaglio di gruppi spalla: oltre ai meno interessanti Pestifer e Karnak spiccavano i talentuosi finlandesi portatori di death metal rifinito, in tour anni fa con i Chimaira, i Dead Shape Figure.

Com’era giusto che fosse, già verso le sette davanti alle viscere di Metelkova hanno cominciato a radunarsi i proclamati amanti del caotico death grind e della distruzione metal fuori standard di cui i Kataklysm sono capaci. Tutti vestiti di nero e in trepida attesa del piatto forte della serata: è la cosa di cui ai concerti metal ti riempi fino alla nausea, tra riservatezza e il prevedibile assalto alle transenne solo per i suoni delle star, e nemmeno la serata di oggi ha fatto eccezione al principio. Con le loro visite a Kranj, a Maribor, al pezzetto d’inferno-paradiso del Metalcamp di Tolmino e ai locali lubianesi, i Kataklysm si sono costruiti una solida base di fan, di fronte alla quale ogni gruppo spalla è nella posizione di un servo declassato e sottomesso. Con tutta la buona volontà di restare concentrati ed entusiasti per qualche sorpresa inattesa, a fatica si poteva definire questa una serata di vette sovrannaturali. La colpa è stata in parte anche dei gruppi spalla, che non avevano dardi velenosi abbastanza grossi e affilati per seminare con successo il veleno distruttivo dell’esaltazione tra i tiepidi metallari sloveni. A fallire per primi questo esame sono stati i generici death metaller belgi Pestifer. Il quintetto della cittadina di Liegi ama vantarsi che fin dal primo giorno il suo obiettivo era creare musica che sa di death metal ma riflette contorni musicali ancora più oscuri. Il duo ritmico dei gemelli Gustin annoia con strutture da cliché, su cui si appende il fracasso chitarristico piuttosto privo d’ispirazione dei chitarristi Antoine Paterk ed Emerson Devress, e non suona certo più originale nemmeno la voce scialba di Jerome Bernard. I pezzi del disco Age Of Disgrace si meritano il nome, perché per tutto il tempo quella masturbazione sonora piuttosto monotona somigliava a una messa nera di pagliacci sotto lassativi, e il pubblico ha accompagnato questo catastrofico campionario di noia con un applauso tiepido e sorsi esitanti di birra.

Da lì in poi si poteva solo migliorare, e la svolta per togliere il sapore stantio dalla bocca è arrivata con l’occupazione del palco da parte dei combattenti finlandesi pieni di energia: i Dead Shape Figure. Di salve di melodie death thrash che sanno di Scandinavia non ci si può saziare mai! Almeno io no, se mi concedete un po’ di parzialità. L’esibizione dei secondi beniamini della serata ha offerto un ottimo campionario di acuminatezza metal e di surf tra il debutto Grand Karoshi e il nuovo, eccezionale disco The Disease Of St. Vitus. La combinazione sinistra di ritmiche straordinarie, solide come l’inferno, di salve di batteria implacabili uscite da mani e piedi di Mohkis, dei missili balistici a bassa frequenza del bassista Neissus e della tettonica depilatoria dei chitarristi Kride Lahti e Juhani Ilari Flinck costruiva la scenografia per il recital dell’eccezionale cantante Galzi Kalli. Non esagero se metto la dedizione da boia di questo oratore gutturale accanto al mio amato Peter Dolving e concludo che possono solo darsi la carica a vicenda. Amberstar ha sputato energia e prove di talento. Tutto è al suo posto! Non manca lo slancio che si aggancia al telaio di melodia e ritmo fluido, ma nonostante tutto l’esibizione dei miei amati finlandesi somigliava a uno spettacolo eseguito in modo eccellente davanti a un pubblico completamente insensibile e morto. Quando durante Seraphim Galzi è sceso dal palco cercando di accendere un po’ più di passione, la temperatura del pubblico è rimasta quella di un cadavere ipotermico e impotente, e nemmeno la scivolata su classici come Face Of Nails o l’esecuzione davvero eccezionale di Fight Against, Lie Behalf dal devastante debutto ha entusiasmato di più. Visibilmente di cattivo umore e per niente nutrito dall’energia della comunità, il quintetto ha lasciato il palco, e il pubblico lubianese si è guadagnato, almeno ai miei occhi, un grosso punto nero, che va ad accumularsi nel fondo di penali e debiti karmici per il futuro. Come per i concerti dei Lazarus A.D., che solo in pochi hanno saputo apprezzare, o per l’esibizione davvero eccezionale dei The Haunted prima dei risorti Cradle Of Filth, accolta con entusiasmo solo da una manciata di persone, ho la sensazione che la maggior parte di questi pivelli alla moda faccia fatica a separare il grano dal loglio e senta la buona musica in modo così chiaro da non saper distinguere le emorroidi da un cazzo duro nel culo.

La prova di questa tesi sta nel fatto che sotto il palco si orgasmava con più facilità durante l’esibizione dei davvero mediocri italiani Karnak, gli ultimi prima dei tanto attesi Kataklysm. Il death metal da posers della terra dell’aglio, della passata di pomodoro, della mafia e dei maccheroni somigliava a una porzione di sbobba raffreddata e stracotta. Il gruppo, che ha già parecchi anni sulle spalle e opera dal 1993, serve infatti una masturbazione amorfa e senz’anima che puzza di Deicide, un cannoneggiamento di sproloqui svuotati d’anima dal disco Dismemberment o dal perversamente insulso dischetto Perverted e, dopo un inizio così per un’esperienza d’ascolto lunga e straziante, ci si riprende a fatica. Il quartetto del cantante e chitarrista, manichino chitarristicamente e vocalmente ferrato, Francesco Pong, di Marco Polo (che, che ci crediate o no, è ancora vivo), del bassista Lorenzo Orsini e del fondatore Stefano Rumich dietro i tamburi, nonostante tutto l’impegno e la fatica, è più sicuro guardarlo da una distanza di sicurezza, al bancone e con due drink di troppo sull’anima, che da sobri nelle prime file, perché la combinazione di riff caotici e insensati e di una smania martellante per stupidi passaggi di batteria a tutta velocità somiglia più alla poesia dei Vogon che a un’esperienza musicale dell’anno. Quanto alla poesia dei Vogon, sappiamo che effetti ha sugli ascoltatori (se no, vi consiglio caldamente di prendere in mano il libro di Douglas Adams e di aprirvi la strada verso l’illuminazione intergalattica).

Di cattivo umore e annoiato a morte, sono andato sotto il palco a verificare la qualità del piatto forte della serata. L’equivalente canadese dei Fear Factory, gli hyperblaster americani, è ispirato al nord, ventilato e potente fino alle viscere! Come siamo abituati alla genialità degli ormai defunti SYL, dei Despised Icon, dei Cryptopsy o di qualche altro succoso baluardo del metal della terra dello sciroppo d’acero, i Kataklysm hanno confermato il loro primato di eccezionalità già nel primo istante di occupazione di tutti i sensi della comunità. L’attacco d’apertura di A Soulless God dall’ultimo disco Heaven’s Venom si trasforma con gusto in un intreccio di vecchio e nuovo. Serenity In Fire sposta le lancette degli orologi metal al 2004. Maurizio Iacono dietro il microfono suona posseduto e straordinario, sia nell’aspetto sia nella voce demoniacamente tonante. Non è da meno, nemmeno di un palmo, il resto della falange di carnefici, composta dal chitarrista Jean-Francois Dagenais, dal bassista Stephane Barbe e dal batterista Max Duhamel, e la folla, come previsto, gli mangia obbediente dalla mano, boccheggiando in cerca d’aria e di un seguito selvaggio. Lo ottiene nel fracasso atmosferico di Ambassador Of Pain, mentre Push The Venom placa un po’ le passioni con una scavata curata di nuovi dardi velenosi di data più recente, ancora inutilizzati sul nostro pubblico. Manipulator Of Souls riporta l’atmosfera dell’empio 2001. I Kataklysm hanno nel sacco delle sorprese un’abbondanza di ferraglia affilata, e dieci album offrono una ricca scelta di pezzi che arrivano all’anima e al cuore, strappano le valvole ventricolari e attraverso la cavità nasale fanno uscire il cervello ammorbidito, da sacrificare volontariamente sugli altari dell’ammirazione sotto il palco. Lo suggeriscono anche brani come As I Slither, At The Edge Of The World o il set di argomenti cataclismicamente brutale di The Road To Devastation. Con la loro esibizione impeccabile e risucchiante, i Kataklysm hanno allevato con successo una nuova covata di fan convinti dell’eterna eresia. Il cielo si oscura e a nessuno importerebbe se il giorno dopo fosse arrivata davvero la nostra fine. Il lungo set di piaceri è composto con cura per soggiogare la mente e la coscienza del pubblico, e la ciliegina sulla torta è stata l’atmosfera intensa e davvero intima, che ha reso lo show più simile a una comunicazione a due vie che a una fredda esibizione. E questo può portare solo a un dignitoso appagamento delle aspettative e a un altro balzo sopra il grigiore sbiadito della mediocrità.

Il ritorno sul luogo del delitto è andato bene e l’atmosfera, almeno a fine concerto, si è risollevata anche per quanto riguarda il pubblico di casa. I Kataklysm sono venuti solo a confermare il loro primato di eccezionalità di prima categoria, che ha dato alla serata un bagliore un po’ più bello e infuocato, ma di sicuro poteva andare solo meglio. I Dead Shape Figure hanno più che soddisfatto gli appetiti, ma si poteva comunque vivere una serata cataclismicamente splendida con almeno due gradini in più, se la scelta degli altri gruppi fosse stata più felice e meno insulsa. Potevano, per esempio, restare in Canada e portarsi dietro insieme ai Kataklysm l’intera alleanza di star di casa, ma sarebbe incredibile aspettarsi una cosa simile. Comunque la promessa degli organizzatori di un concerto eccezionale con una dose di “death & destruction” è stata più che mantenuta, e i Dirty Skunks si meritano in questa occasione pieno riconoscimento, perché con ottimo gusto e un senso per la sovversione metal arricchiscono l’offerta live di casa in un modo che, almeno in questa parte d’Europa, non ha pari!

foto: Martin Prezelj

Setlist

KATAKLYSM:
1. A Soulless God
2. Serenity in Fire
3. The Ambassador of Pain
4. Push the Venom
5. Manipulator of Souls
6. Determined (Vows of Vengeance)
7. Prevail
8. Years of Enlightment/Decades in Darkness
9. In Shadows & Dust
10. As I Slither
11. At the Edge of the World
12. The Road to Devastation
13. Crippled & Broken
14. To Reign Again
15. Like Angels Weeping (The Dark)

DEAD SHAPE FIGURE:
1. Suicide Continental
2. Face On The Nails
3. Amberstar
4. Cities Of The plain
5. Fight Against
6. Seraphim

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