Catharsis

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Autore: Primož Novak

Artista: Machine Head
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: year_month
Durata: 74:26
Voto: 3/5

I metalhead californiani Machine Head sono fin dagli inizi un pomo della discordia. Magari non sono famosi come i «Big Four», ma ogni loro album è comunque attesissimo. E con ogni disco la band si conquista nuovi fan e ne perde qualcuno, perché le piace cambiare pelle stilisticamente. Nella sua carriera ha toccato parecchi stili, senza mai andare agli estremi, ma mixando certi generi è diventata qualcosa di unico e riconoscibile.

Su Catharsis, come per i dischi precedenti, giravano le solite chiacchiere, che con i Machine Head sono prassi. Di solito le band scrivono che il nuovo album sarà il migliore; con i Machine Head invece c’è sempre di mezzo un romanzo intero firmato dal frontman Robb Flynn. Stavolta ha addirittura annunciato che il disco non sarà ricordato come il lavoro più tosto e potente dei MH. Quindi, cambio di rotta! Flynn ha sottolineato che l’album avrà un taglio più melodico e conterrà anche pezzi nello stile di The Burning Red, ma con la produzione degli ultimi dischi. I Machine Head tornano quindi al nu metal, il che non promette granché bene.

Il disco offre ben 15 brani per una durata finale di circa 75 minuti, decisamente sopra la media degli altri album dei Machine Head. Ed è un invito a nozze per i filler, anche se, se la band ha lavorato sodo negli ultimi tre anni, potrebbe esserci qualche sorpresa.

Catharsis si apre in modo relativamente solido e incisivo con Volatile. Non è certo un’opener epica e devastante, ma con la sua botta e la sua velocità apre bene questa lunga fatica della band. Il problema è che Volatile suona vagamente familiare. L’inizio ricorda Cleansation dei Chimaira, e più avanti spunta una parte che ricorda Surfacing degli Slipknot. I Machine Head già in apertura sembrano un po’ poco originali: inventare qualcosa di nuovo è diventato un’arte. In più c’è un testo di critica sociale che sta più o meno al livello degli Ektomorf. Segue la title track, che ha fatto andare su tutte le furie la comunità metal su internet. Il pezzo è sognante, melodico, il ritornello è bello, di botta ce n’è troppo poca, ma nel complesso la cosa funziona. Per altri versi si sente la diversità, anche se la simpatia per band tipo Bullet For My Valentine è piuttosto evidente. Niente di troppo nuovo, il metalcore i MH l’avevano già conquistato nel 2003. Beyond The Pale è stato il primo pezzo uscito, e la polizia dei riff di internet ha subito notato che il riff principale la band l’ha preso in prestito da «Love?» degli Strapping Young Lad. Se si lascia da parte questa accusa principale, il pezzo è piuttosto tipico per la band, con la sua botta groovy e un assolo solido di Phil Demmel. Con California Bleeding invece ci si incaglia per bene. Con la sua impostazione numetal saltellante ricorda quei pezzi nu metal da hit su MTV della band, come From This Day e American High. Con California Bleeding sembra che quei due pezzi abbiano finalmente trovato il loro finale e una trilogia sensata. Con Triple Beam il potenziale del disco continua a sparire. C’è sì un senso di nostalgia, perché ricorda il rap metal anni Novanta alla Biohazard e simili. Sarebbe tutto sommato digeribile se Flynn non calcasse troppo la mano sulla sua rabbia con testi da adolescente, perché strumentalmente è molto ascoltabile. La banalità prosegue con Kaleidoscope, che all’inizio promette bene con una bella carica, ma con testo e ritornello il pezzo perde potenziale. Be’, il picco del patetismo lo si raggiunge con Bastards, che stilisticamente ricorda il punk celtico alla Dropkick Murphys e simili. Roba piuttosto scioccante, che ha ferito praticamente tutti i fan della band.

Probabilmente a «Bastards» più di un ascoltatore ha già gettato la spugna, ma spunta la speranza. I Machine Head hanno fatto troppe deviazioni, hanno provato anche qualcosa di nuovo, ma in netto contrasto con i dischi precedenti. La speranza arriva quindi con Hope Begets Hope, che offre musica bella potente nello stile di Through the Ashes of Empires; lo stesso vale per Screaming at the Sun, che però è solo nella media. I MH avevano già dimostrato di saper dare una tinta ballad ai pezzi, e stavolta propongono Behind the Mask, completamente acustica e di conseguenza sdolcinata. È più che evidente che con pezzi più brevi e una ballad i Machine Head stavolta puntavano davvero a un pubblico più ampio. Al momento sembra che la mossa non abbia pagato.

Dopo Behind the Mask la musica cambia di brutto. I Machine Head sorprendono con Heavy Lies The Crown, che è la più lunga del disco, ma come è noto dai MH, la band sa tirare fuori un lungo pezzo interessante che sale piano piano finché a un certo punto esplode. E così l’ascoltatore si becca la musica più aggressiva del disco, che finora era mancata. I MH non hanno ancora detto l’ultima parola, come confermano i tre pezzi successivi. Qui spicca soprattutto Grind You Down, che offre musica da sfondare i timpani con un breakdown potente. L’ultimo terzo dell’album è senza dubbio qualcosa che migliora la pessima impressione generale.

I Machine Head chiudono Catharsis con Eulogy, che con la sua oscurità spinge indietro la botta per mettere in primo piano l’atmosfera. Per fare un paragone, ricorda il pezzo di chiusura di The Burning Red. La chiusura è decente, ma non supera quelle epiche dei dischi precedenti.

Catharsis ha parecchi problemi. Semplicemente è troppo lungo, e ne risultano filler, fin troppi. Alcuni pezzi si potevano semplicemente lasciare fuori e metterli nella sezione «b-side», offrendoli come bonus track. Il secondo problema è che stavolta i MH non sapevano bene cosa volessero dire. Non si sente un filo rosso, ci sono continuamente alti e bassi. I pezzi hanno parti buone, ma nel complesso non convincono. È logico che la band volesse fare qualcosa di diverso, quindi molta più melodia e più armonie vocali. Diverso non vuol dire automaticamente brutto, ma soprattutto il disco suona smarrito. Il tipico sound MH, che la band si porta dietro da 15 anni, però c’è ancora. Strumentalmente non c’è nulla da dire. La sezione ritmica è sempre sicura, le chitarre offrono un sacco di riff potenti, i «gridolini» (pinch harmonics) non mancano, e gli assoli si inseriscono bene nei pezzi, merito del bravo chitarrista Phil Demmel. Ciò che non convince sono testi e voce. Robb Flynn, che l’anno scorso ha compiuto 50 anni, non ha più la vera potenza, e molti ritornelli suonano forzati. Nei testi è più che evidente che anche su di lui hanno cominciato a influire i social e tutta la negatività che si portano dietro, per cui Flynn spesso sembra un adolescente offeso. Qui si può solo sperare che sia (di nuovo) una fase.

Con Catharsis, un disco fatto di alti e bassi, i Machine Head hanno rischiato parecchio. La band infatti non ha ripetuto l’album precedente, ha provato anche qualcosa di nuovo e di diverso, che però a molti non piace. Catharsis può essere visto come un errore o come un tentativo audace. Il tempo dirà se la mossa ha pagato.

Formazione

Robb Flynn – voce, chitarra, produzione

Phil Demmel – chitarra

Jared MacEachern – basso, voce

Dave McClain – batteria

Produzione

Zack Ohren

Tracklist

  1. Volatile
  2. Catharsis
  3. Beyond The Pale
  4. California Bleeding
  5. Triple Beam
  6. Kaleidoscope
  7. Bastards
  8. Hope Begets Hope
  9. Screaming At The Sun
  10. Behind A Mask
  11. Heavy Lies The Crown
  12. Psychotic
  13. Grind You Down
  14. Razorblade Smile
  15. Eulogy
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