Ullmann/Swell’s The Chicago Plan e la matinée jazz del venerdì a Cerkno (2018)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Cerkno / Gabrijel / Slovenia
Data del concerto: 16.02.2018
Numero di spettatori: 100
Prezzo del biglietto: 5,00€

Dietro il progetto Ullmann / Swell’s The Chicago Plan ci sono due musicisti jazz di primo piano. Il primo è il compositore e trombonista Steve Swell, il secondo il sassofonista tenore e clarinettista basso tedesco, non meno compositore, Gebhard Ullmann. Ullmann e Swell si conoscono da un bel pezzo e collaborano musicalmente da quasi quindici anni. The Chicago Plan è completato dal violoncellista Fred Lonberg-Holm, che si occupa anche del »ritocco« effettato del suono dello strumento  e dal batterista e percussionista Michael Zerang.  Il quartetto Ullmann/Swell’s The Chicago Plan ha pubblicato nel 2016 per l’etichetta Clean Feed l’omonimo esordio, che la critica della »cucina« jazz internazionale ha accolto a braccia aperte!

Come si addice all’adorabile locale di Cerkno Gabrijel (e come ormai si dice quasi per proverbio),  lì i contenuti devono sempre vibrare, risuonare e tintinnare almeno un po’ di jazz. E non quel jazzare da cabaret, convenzionale e comodo, imparato al conservatorio di Graz con qualche colombella in primo piano al microfono, con cui si fa sfoggio del proprio »snobismo« e di un po’ di trucco  in certi localini della vecchia Lubiana: a Cerkno, invece, si rifugiano da sempre i musicisti più estremi e sradicati, di una libertà e verità totali nell’arte musicale, da sempre caratterizzati da un eccesso avanguardistico completo, o almeno da un pizzico di esso. Il free jazz a Cerkno ha ottenuto la cittadinanza da un pezzo, sia nell’ambito dell’apprezzato festival Jazz Cerkno sia nel programma annuale del festival Keltika, nel cui contesto si è esibito anche il quartetto Ullmann / Swell’s The Chicago Plan.  A Cerkno la musica respira sempre a pieni polmoni, e anche stavolta non è stato diverso!

Il Gabrijel era pieno da far invidia. Non con la partecipazione di una settimana prima, quando lì si erano esibiti i Grad Gori!, ma comunque riempito da una settantina di curiosi musicali, gente che sa sempre far gustare ai propri recettori la più bella e dolce avventura sonora. Poco dopo le nove di sera, con una quindicina di minuti di ritardo, i musicisti hanno preso posizione sul palco, e la parte iniziale del concerto, dopo un’attesa silenziosa, è toccata al dialogo tra Ullmann e Swell, ovvero a un »dibattito prolungato« tra sassofono tenore e trombone, che hanno sviluppato piano piano un fuoco incrociato scintillante e contemplativo di variazioni improvvisate. Così hanno creato la sensazione che due vecchi amici si fossero ritrovati dopo tanto tempo e ora chiacchierassero entusiasti, il più forte possibile. Il focus della folla era compatto. Il pubblico guardava davanti a sé come in ipnosi, anzi nemmeno guardava: c’era chi aveva proprio chiuso gli occhi per fondersi ancora meglio con il linguaggio musicale del quartetto.

Certo, i ragazzi avevano con sé gli spartiti, ma intanto, come per gioco, nel loro suonare tiravano fuori un momento di spontaneità e un sacco di sviluppi inattesi. Anche se sembrano avanguardistici e sradicati, sviluppano al tempo stesso una dose tutt’altro che trascurabile di concretezza melodica, e un fraseggio così da parte dei due fiatisti non è affatto una rarità.   Il quartetto ha lasciato di stucco con il suo insolito linguaggio musicale, che a tratti si è sfaldato del tutto in una forma libera di spiritosa e provocatoria sostanza jazz, per poi, dopo aver spinto il tutto al limite estremo delle bizzarrie free jazz, »atterrare« o meglio »riafferrarsi« magistralmente a motivi concretamente strutturati. Il piccolo enigma della serata era il violoncellista Fred Lonberg-Holm. Circondato da una marea di effetti, il tipo cavava dallo strumento i suoni più strani, spesso accompagnati da distorsione, che aggiungeva all’eterea concertistica del gruppo perfino un momento punk, rock e noise.

Il quartetto si passava magistralmente i momenti solistici. I passaggi erano fluidi, tutto lo svolgersi dava la sensazione che suonassero con una leggerezza di piuma e si divertissero un mondo. Ed è questa l’essenza di ogni musicista quando sale sul palco. Intanto i musicisti »si aprivano a vicenda le porte« attraverso cui il prescelto entrava al centro della scena e si aggrappava all’improvvisazione, libero e secondo l’ispirazione del momento. Lo svolgersi degli eventi scorreva di continuo in modo dinamico, ed era interessante, in un’atmosfera così intima, seguire la comunicazione tra i membri del quartetto, che pur in mezzo a tutte le bizzarrie free jazz dovevano comunque mantenere una misura di razionalità. Così è capitato, per esempio, che Swell e Zerang si ritrovassero dentro una lunga avventura reciproca di esposizione musicale, in cui Ulmann e Lonberg-Holm stavano del tutto fermi. A un certo punto Ullmann ha dato una pacca sulle spalle a Holm, come a dire: »Entra in gioco«, e quasi in trance i due sono entrati nello stesso istante nel motivo che Swell e Zerang tenevano in piedi da un bel po’, giro dopo giro. Nel bis d’obbligo, brevissimo, abbiamo avuto anche la risposta sul perché Swell avesse sempre un sordino sul pavimento del palco, e Ullmann, in questa parte del concerto, ha finalmente preso in mano anche il clarinetto basso!

Audace, insolito, ma non estremo. Insomma. La sostanza musicale è leggera, però non smaccatamente sciolta, il che significa che Ullmann / Swell’s The Chicago Plan non chiedono all’ascoltatore una pelle così dura, cosa che invece non è difficile sperimentare nel vasto regno della retorica free jazz. Una compagnia bellissima, un’esecuzione brillante, un’intesa magnifica e un’ipnosi che ti ha portato per una buona ora lontano, lontanissimo, in un mondo parallelo che possono creare solo questi artisti meravigliosi e unici. 

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