Chameleon
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Helloween
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1993
Durata: 71:26
Voto: 3.5/5
»Chameleon« è senza dubbio l’album più controverso di tutta la storia degli Helloween: i metallari ‘duri e puri’ lo odiano con tutta l’anima, e anche tra i fan (storici) di questa istituzione dell’heavy metal di Amburgo almeno il 90% farebbe volentieri finta che non sia mai uscito. Con grande orrore dei marziali sbirri del metal, certi pezzi di questo esperimento davvero camaleontico contengono addirittura sassofoni e orchestrazioni, roba mai sentita per la band più importante nella storia del power metal europeo. Chi invece non si considera un metallaro ‘duro e puro’, o non se ne fa un problema, su »Chamelon« troverà un sacco di cose interessanti e divertenti anche dopo la prova del tempo.
All’inizio degli anni Novanta gli Helloween attraversavano un periodo parecchio faticoso, e si sentiva eccome nel processo creativo tra i membri della band. Dopo la firma con la EMI sembrava che tutte le stelle fossero dalla loro parte e che sarebbero potuti diventare addirittura la più grande attrazione metal europea dopo gli Iron Maiden. Ma i piani sono andati in fumo con il cambio di rotta musicale del disco precedente, il mediocre esperimento »Pink Bubbles Go Ape« (1991), in cui, sotto la bacchetta del produttore Chris Tsangarides, avevano provato ad allontanarsi dal loro power metal così caratteristico e si erano messi a sperimentare a tutto spiano con le influenze di altri generi.
Questo tentativo di rincorrere un pubblico più ampio, nonostante qualche raro lampo compositivo, è fallito piuttosto miseramente; in più nel frattempo era già partita l’invasione grunge e il power metal era caduto per un po’ in disgrazia commerciale. I tre principali autori degli Helloween, il cantante di allora Michael Kiske, il chitarrista fondatore Michael Weikath e il suo compagno d’asce Roland Grapow, avevano visioni diverse su quale direzione musicale dare al gruppo, e a complicare le cose c’era la EMI, che tra le altre cose pretendeva che rinunciassero agli inserti umoristici da ‘happy metal’ che fino ad allora erano il loro marchio di fabbrica: risultato, ognuno stava sulla sponda creativa opposta.
Kiske, che dopo la storia con una bizzarra setta religiosa perdeva sempre più il contatto con la realtà e diventava un enigma per il resto della band, non ha mai nascosto la sua simpatia per il pop rock e per le power ballad leggere. Weikath, anche lui stufo marcio del power metal che gli Helloween avevano ‘plasmato nel 1987, durante la lavorazione di »Chamelon« ha ascoltato un sacco i Beatles e i dischi di rock progressivo anni Settanta, e in certi pezzi si sente forte e chiaro. Il grande virtuoso Grapow aveva una visione simile e, oltre alle lunghe variazioni chitarristiche, puntava soprattutto sull’hard rock. Proprio per queste tre anime così diverse, »Chameleon«, che grazie al ritorno di Tommy Hansen (con cui avevano già lavorato con successo sui loro classici anni Ottanta) vantava una produzione decisamente migliore rispetto al predecessore, si potrebbe tranquillamente definire un progetto solista in tre parti.
Con la prova del tempo, le percezioni dei maniaci del metal su questo album si sono rivelate, come c’era da aspettarsi, sbagliate: è il disco più variegato della loro storia, anche se non tutte le idee sono andate a segno. Il suo difetto principale, e unico davvero grosso, è l’eccesso di power ballad più o meno zuccherose: su »Chameleon« ce ne sono ben quattro, il che è un po’ troppo persino per gli standard degli Helloween, dove almeno una ballata d’amore non può praticamente mai mancare. Dall’altra parte, però, l’album è un minestrone di generi straordinariamente interessante, in cui si specchiano gli estri creativi dei tre membri chiave di cui sopra. A differenza di »Pink Bubbles Go Ape«, un mucchio più o meno di cattivo gusto di tante idee abbozzate e buttate lì in fretta e furia, stavolta gli Helloween sono stati molto più convincenti nella sperimentazione con generi diversi, come facevano un tempo i Queen, uno dei loro principali modelli. Grazie a questa varietà sul disco trovi esperimenti hard rock (»First Time«, »Revolution Now«), ibridi hard rock/jazz (»Crazy Cat«), ballate AOR come »I Don’t Wanna To Cry No More«, prog metal (»Music«), incroci prog/pop come »When The Sinner« e anche il loro power metal tipico, con i registri vocali alti di Kiske (»Giants«, »Step Out Of Hell« e »I Believe«). L’idea della copertina, completamente minimalista e senza pretese, è venuta a Kiske, mentre le zucche comiche, su richiesta dei fan, dovevano tornare.
»First Time« è un’apertura parecchio anticonvenzionale per gli standard degli Helloween di allora, visto che non ha nessuna intro orchestrale o acustica, come d’abitudine sui dischi precedenti. Invece ti piazza subito una discreta fusione di hard rock e AOR con un ritornello decente, un assolo di Weikath da leccarsi i baffi e un riff di chitarra dinamico che, certo, c’entra poco con il power metal che li aveva resi famosi in tutto il mondo, ma proprio per questo è una ventata di freschezza stilistica più che necessaria. »When The Sinner«, uscito anche come singolo, si potrebbe per scherzo battezzare ‘pop metal’, anche se in realtà è un ibrido pop/prog rock, una fusione divertentissima di linee di sintetizzatore e passaggi di chitarra incandescenti, sui quali è stato steso con intelligenza un ritornello melodico e – orrore degli orrori per tutti i veri maniaci del metal – una sezione di fiati! Kiske è in splendida forma vocale per tutto il disco, forse addirittura all’apice della carriera per quanto riguarda la varietà del canto, anche se non in tutti i pezzi vuole più cantare nei registri alti, da gemello di Geoff Tate (Queensryche).
»I Don’t Wanna Cry No More«, secondo singolo dell’album, è una power ballad parecchio sdolcinata, dedicata al fratello di Roland, Rainer, con begli arrangiamenti di chitarra acustica. Il testo nostalgico e un po’ sciocchino, insieme al tappeto di sintetizzatori e alle linee vocali eccellenti, è proprio il tipo di roba che, se fosse uscita solo cinque anni prima, quando l’AOR era all’apice, avrebbe potuto avere anche un bel successo commerciale. »Crazy Cat« è uno degli esperimenti più strambi e scherzosi, dove si sentono hard rock, jazz (gli arrangiamenti di sassofono sono di nuovo presenti) e anche swing, con un ritornello però piuttosto tradizionale, se non proprio power metal, e persino un paio di armonie di chitarra a tre voci.
»Giants«, il cui testo parla dello scontro tra la EMI e la precedente etichetta degli Helloween, la Noise, sui diritti d’autore per l’uso dell’immagine e delle opere del gruppo, è un ritorno breve ma trionfale al power metal epico dell’era »Keeper«, quello che i fan storici hanno aspettato invano su tutti gli altri pezzi di »Chameleon«. Armonie di chitarra pompose e potenti stacchi di batteria firmati dal compianto Ingo Schwichtenberg si fondono con un ritornello epico. Stavolta Kiske torna a cantare nei registri alti, come un aereo supersonico, e sfida con successo sia il già citato Tate sia Bruce Dickinson (Iron Maiden). Anzi, è addirittura uno dei pezzi più incisivi ed epici della loro storia, con due assoli di chitarra fenomenali: insomma, alla fine non si erano ‘venduti’ del tutto, come sentenziavano all’uscita di »Chameleon« tanti fan storici.
»Windmill«, terzo singolo dell’album, è un’altra power ballad d’amore con una melodia delicata e arrangiamenti folk rock malinconici (si sente anche un mandolino), che da qualche parte a metà anni Ottanta avrebbe magari pure trovato la strada per l’Eurovision. Difficile immaginare un pezzo degli Helloween più poco tradizionale di questo: tra il ritornello eccessivamente sdolcinato e il resto, dal punto di vista degli arrangiamenti è un risultato eccezionale. »Revolution Now«, più di otto minuti in cui Kiske brilla di nuovo con registri vocali altissimi da far invidia, è un ibrido parecchio schizofrenico tra prog e hard rock con una marea di variazioni chitarristiche scatenate, che avrebbe potuto tranquillamente durare la metà, anche se Weikath, che ha scritto il testo sotto la forte influenza dei gruppi degli anni Sessanta, aveva di nuovo qualche idea molto interessante.
Poco riuscita »In The Night« di Kiske, un’altra power ballad a impronta acustica con ornamenti di pianoforte anticonvenzionali, che non ha nulla a che fare con il metal e ha un inizio lento, quasi psichedelico, per poi prendere ispirazione da una melodia banale e da un ritornello color zucchero. »Music«, dove si sentono benissimo le linee di basso dinamiche di Markus Grosskopf, è forse il pezzo più facile da liquidare come esperimento prog metal, con tanti arrangiamenti bombastici, armonie di chitarra epiche e un ritornello potente. È più che evidente che l’autore di questa solida composizione è Grapow, visto che i suoi orgasmi chitarristici da solista sfiorano ormai il limite del buon gusto.
»Step Out Of Hell«, un altro singolo, potrebbe stare su qualsiasi disco della serie »Keeper«: con la sua struttura epica, le sfumature ritmiche ben avvitate e Kiske all’apice del suo gioco vocale, è un nuovo ritorno alle acque power metal del ‘happy, happy Helloween’. Anche sulla grintosa »I Believe«, dove accanto al ritornello pomposo domina un riff di chitarra quasi brutale, gli Helloween sono di nuovo nella loro forma stilistica riconoscibile e tipica, proprio come i fan storici si aspettano sempre da loro, anche se il tutto è tirato per le lunghe di almeno tre o quattro minuti di troppo. A chiudere il disco, Kiske regala un’altra ballata acustica bella salata, intitolata »Longing«, in cui sfoga la nostalgia di casa che in quel periodo gli provocavano le lunghe e faticose tournée. Alla fine risulta addirittura la migliore ballata del disco, dove spiccano soprattutto i potenti arrangiamenti orchestrali.
»Chameleon«, breve gita nel ‘prog/pop metal’, è l’album più eclettico di tutta la storia degli Helloween: in mezzo a una trasfusione di idee fresche, ci è voluto un bel coraggio per rinunciare alla solita routine power metal, quella attesa e pretesa da tutti. Il suo pregio principale è proprio quello di essere così diverso dai soliti risultati degli Helloween, anche se non tutte le idee sono andate a segno al meglio. Purtroppo sul mercato europeo non ha raggiunto il successo sperato, mentre in America nel 1993 non sapevano nemmeno che questo disco unico fosse uscito. Tanti fan storici sono rimasti, com’era prevedibile, delusi da una svolta stilistica troppo radicale, e così, a fine tournée, per questa incarnazione della band non poteva finire bene. Kiske è stato il secondo dei due membri ‘problematici’ a fare le valigie, per dedicarsi a una carriera solista piuttosto incostante e, più avanti, a vari side project più azzeccati come Place Vendome, Avantasia e Unisonic. Schwichtenberg invece, dopo il licenziamento forzato dalla band, è sprofondato completamente nella droga e nella depressione, e per lui è finita tragicamente con un salto sotto un treno. »The Time Of The Oath« (1996), il secondo dei due dischi successivi degli Helloween su cui, dopo l’arrivo del cantante Andi Deris (ex-Pink Cream 69) e del batterista Uli Kusch (ex-Holy Moses, Gamma Ray), sono tornati con grande successo al power metal, è dedicato alla sua memoria.
Formazione
Michael Kiske – voce
Michael Weikath – chitarra
Roland Grapow – chitarra
Markus Grosskopf – basso
Ingo Schwichtenberg – batteria
MUSICISTI OSPITI:
Alex Bergstedt – direttore del coro, organo da chiesa su “I Believe”
Coro di voci bianche ‘Johann Sebastian Bach’, Amburgo, su “I Believe”
Stefan Pintev – violino
Produzione
Tommy Hansen
Tracklist
1. First Time
2. When the Sinner
3. I Don’t Wanna Cry No More
4. Crazy Cat
5. Giants
6. Windmill
7. Revolution Now
8. In the Night
9. Step Out of Hell
10. I Believe
11. Longing