Clinophobia

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Artista: Devil's Slingshot
Etichetta: Mascot Records
Uscita: 2007

Dietro il nome Devil’s Slingshot si nascondono tre supereroi, grazie ai quali il rock non sarebbe mai stato così popolare quando si parla di avvicinarlo alle masse attraverso il fascino di esibizioni live esplosive, con la manifestazione di una pura marcia sfrenata a velocità supersoniche e di un assalto che scatena una vera forza erculea ogni volta che c’è da mostrare un modo di suonare a tutta forza, tanto che gli strumenti, veri e propri giocattolini nelle mani di titani, stridono sotto la muscolatura e le dita che li impastano. In tutto questo, il fattore sperimentale, che va ascritto al DNA di base della “sbandatezza” di tutti e tre i protagonisti dei Devil’s Slingshot, è quell’ago della bilancia indispensabile che rende l’album “Clinophobia” scandalosamente irresistibile.

La formazione appena nata, con Virgil Donati (batteria), Tony MacAlpine (chitarra) e Billy Sheehan (basso), si è liberata subito dell’album. Ed è “Clinophobia”. La paura di dormire. Ma da dove diavolo salta fuori adesso? La maggior parte delle idee per “Clinophobia” l’hanno messa Tony MacAlpine e Virgil Donati. Evitare che il tutto, sul piano melodico, suonasse come un album solista di MacAlpine è una missione impossibile quando coinvolgi Sheehan e Donati. “Clinophobia” porta 40 minuti di musica, più che sufficienti, visto che l’album richiede molti ascolti per piantarsi sotto pelle. È un osso duro da rosicchiare, perché a livello di motivi è spesso frammentato e davvero, davvero ostico per qualsiasi ascoltatore superficiale, anche se non contiene nemmeno un briciolo di “note sparate e sprecate a vuoto”. MacAlpine porta la maggior parte dell’ascoltabilità e della “logica” dell’album nei suoi motivi. Vale per le armonie che stende sopra i riff metallici e furiosi, così come per la botta diretta dei riff. Sheehan non ha contribuito con un solo motivo all’album “Clinophobia”. Sistema tutto con estrema semplicità, grazie a una conoscenza eccezionale fatta di anni di esperienza e routine, sulle ali di una tecnica unica e di altissimo livello, con un approccio da artista.

Straordinaria è infatti la dose di imprevedibilità che nell’immagine dei Devil’s Slingshot portano soprattutto Donati e Sheehan. Donati si occupa di continuo di salti vertiginosi nella scelta dell’accompagnamento ritmico, con passaggi progressivamente spezzati che si susseguono del tutto inaspettati uno dopo l’altro, eppure il trio non perde mai, nemmeno per un attimo, il punto focale, tanto è intensa la percezione reciproca tra i musicisti. La sensazione di spontaneità di questo album è una delle sue attrattive più grandi. Spicca più di ogni altra cosa nel disco. È estremamente avvincente, perché rende l’album “Clinophobia” incredibilmente irresistibile, un disco in cui l’emozione, la sorpresa e l’entusiasmo per il materiale semplicemente non finiscono mai. E questo oltre alla forza evocata dal trio quando suona a tutta forza. La base del contenuto è incentrata sul riff metal, generato dalle dita supersoniche e infiammabili di MacAlpine. Il disco ondeggia dinamicamente nel proporre atmosfere molteplici, soprattutto nei passaggi sottili, dove brilla il celebre slalom di Sheehan. Il suono dell’album è diretto e crudo. A portare più di tutti questa vitalità è la sezione ritmica, in particolare il suono metallico di Sheehan, con i “lick” conservati e lo stridio delle corde mentre Sheehan pizzica con le dita. Il suono, anche solo con una parte del trio, è riempito al massimo del contrasto, aggressivo, corposo e dal taglio ruvido. Senza ritocchi, senza nessuno dei metodi che conosce la chirurgia estetica.

Sheehan lascia un’impronta intensa sull’album con un “groove” spesso, con il suo tipico suono standard che, per il tintinnio di armonie scampanellanti, sembra quasi che suonino due bassisti insieme. Sheehan sottolinea un tocco di oscurità e drammaticità, che funziona in modo particolarmente efficace nei passaggi più calmi o a medio tempo, dove sfrutta lo spazio per inserire una melodia che nella sperimentazione non nasconde la sfera della trascendenza e della psichedelia. Anche stavolta Sheehan è il solito Sheehan spontaneo, combinato qui con la chitarra di MacAlpine, a differenza di quanto accade con i Niacin, dove la ricerca di dialogo del suo basso è rivolta all’organo Hammond B3. Donati è una macchina indistruttibile che muove il lavoro di bassista e chitarrista e infonde un’anima ai Devil’s Slingshot. Il suo lavoro è una volta di più filigranato, compatto negli effetti rumorosi e violenti, e mozzafiato per la fantasia con cui infila l’elemento dell’improvvisazione.

L’opener Nederland, come Flamed verso la fine del disco, sono tra tutte le più tagliate su misura per gli amanti dell’attacco frontale di suoni pesantemente distorti, perché sono particolarmente dirette e aggressive nel loro baccano metallizzato. Ritmicamente sono sorrette da un accento traballante che dà vita all’andatura barcollante e goffa di un dinosauro impazzito, che durante il suo pascolo è finito per sbaglio in una piantagione di “peperoncino primordiale” e, da golosone, senza accorgersene e senza volerlo se n’è abbuffato, e ora è squassato senza freni da una contorsione insostenibile. Una follia di cui, in questo caso, il maggior colpevole è Virgil Donati. Dopo Nederland i ragazzi mettono in scena un’immagine un po’ più controllata in Balade de Bastille, segnata dall’epicità del motivo principale, che dà al pezzo un tocco di solennità che nella restante durata dell’album non ritroviamo più, e a cui si avvicina di più Hourglass. Def Bitch Blues è Tony MacAlpine in tutto e per tutto. Nel senso che è il pezzo in cui si sente più Tony. Il brano è un vero galoppo, con un riff di base fluido e scorrevole, sul quale il trio cavalca saldo in sella. Un pezzo perfetto come sottofondo per le sequenze di una gara di Formula 1. La simpatica Lay Off è, come composizione, particolarmente carica del fascino di uno sviluppo spontaneo e imprevedibile, con un susseguirsi a scatti di svolte ritmiche e di motivi. Nella sperimentale ed esplorativa Injustice Line torna in primo piano la sezione ritmica. Qui i ragazzi cercano letteralmente le note tra le note: il brano è il più avanti del disco per atmosfera psichedelica e fragilità frammentaria, portata da una marea di svolte ritmiche vertiginose e dallo slalom spaziale degli unisoni di MacAlpine. Un attimo dopo i tre tornano ad avvicinarsi alla logica del cervello e alla ragione, proseguendo con la “delicatissima” Ocean. Con l’armonia scelta e il controllo sonoro più sottile di MacAlpine, non è difficile figurarsi una brezza gentile che si aggira giocosa sopra le onde del mare, seguita da una bonaccia perfettamente trascendentale, quando all’improvviso Sheehan affonda con tutta l’intensità, con un vertiginoso tornado di una rapida sfilza di pletora di note che mettono in scena un vero e proprio uragano marino infuriato.

“Clinophobia” è una nuova formula vincente, in cui il trio dei Devil’s Slingshot respira in modo ugualmente espressivo, senza un briciolo di inferiorità reciproca. L’album è un obbligo per tutti gli appassionati di tutti e tre i musicisti. È un disco da cui traspare un elemento creativo che, nel coraggio del suo avventurismo e della sua sperimentazione libera e continua, crea una magia unica di immagine musicale, che non trovi da nessun’altra parte. Tecnicamente complesso e impegnativo, da un lato, ma dall’altro “Clinophobia” scivola nell’orecchio che è un piacere. Allo stesso tempo l’album è una fortezza difficile da conquistare, che richiede molti ascolti, ma con l’entusiasmo che scatena è difficile stancarsene, ammesso che succeda.

Formazione

Tony MacAlpine – chitarra
Billy Sheehan – basso
Virgil Donati – batteria

MUSICISTA OSPITE:
Bunny Brunel – batteria nel brano n. 8

Produzione

Devil’s Slingshot

Tracklist

1. Nederland
2. Ballade de Bastille
3. Def Bitch Blues
4. Lay Of f
5. Injustice Line
6. Ocean
7. Flamed
8. Hourglass
9. Aerial Perspective

Durata dell’album: 40.10

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