Clutching At Straws
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Marillion
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1987
Voto: 5/5
Dopo lo straordinario successo del loro capolavoro concettuale senza tempo “Misplaced Childhood” (1985), e soprattutto dei due singoli hit estratti da quell’album, i Marillion si sono trasformati in modo del tutto inaspettato da gruppo di culto della new wave del rock progressivo in una band di livello mondiale, capace di riempire senza problemi anche gli stadi. Un cambio di rotta del genere, però, si porta dietro spesso anche conseguenze negative. Fish, cantante carismatico, poeta di prim’ordine, ottimo attore da palco e senza dubbio il musicista centrale della band, ha vissuto gli effetti dello stile di vita da “star” in modo molto più intenso degli altri. Anima edonista, non è riuscito a resistere a nessuno degli eccessi legati alle tournée a ritmo serrato e quando è arrivata di colpo la responsabilità di registrare un nuovo album ha cominciato a essere sempre più saturo di tutto, e alla fine del tour questo ha portato al suo addio alla band. Tutti i suoi traumi, legati soprattutto ad alcol e donne, li ha rovesciati ancora una volta nella sua poesia confessionale, profondamente personale. Non sorprende quindi che “Clutching At Straws” sia un album estremamente personale, una specie di epitaffio di Fish e un altro concept sulla sua vita. Certo, una delle caratteristiche principali dei Marillion è sempre stata la poesia di Fish che si intreccia strettamente con la musica e l’atmosfera, ma stavolta l’effetto è ancora più forte, perché non bisogna dimenticare che l’album rappresenta il saluto simbolico del gigante musicale scozzese (in senso figurato e letterale). Questa volta Fish ha usato come metafora di sé stesso il proprio alter ego, che ha chiamato Torch (raffigurato anche sulla copertina dell’album, nell’angolo all’estremo destro). Proprio come in passato aveva usato per il suo secondo io il giullare di corte e il bambino, Torch è un Fish appena mascherato, la vera personificazione del bohémien che sta perdendo la sua battaglia con l’alcol, affonda in dipendenze di ogni tipo e perde sempre più il contatto con la realtà (per ritrovarsi, alla fine, davvero). Anche se “Clutching At Straws” non è un album del tutto concettuale, la maggior parte dei brani è tenuta insieme dalla figura di Torch e da un filo che gira attorno alla dipendenza dall’alcol, alla solitudine e soprattutto all’alienazione reciproca che di solito porta con sé la fama.
Su “Clutching At Straws” i Marillion hanno portato ancora più in alto il loro sound inconfondibile e ci hanno messo dentro alcuni dei loro pezzi migliori, anche se non ci sono lunghe composizioni dalle dimensioni epiche, ma per lo più brani più brevi, contraddistinti da un equilibrio di grande qualità. Fish, con la sua voce e la sua poesia, è ovviamente di nuovo al centro dell’attenzione, ma non si può ignorare il contributo degli altri. Rothery, per dire, ha ulteriormente affinato il suo stile alla chitarra e ha tirato fuori alcuni dei suoi assoli più emozionanti. Come atmosfera è un album malinconicissimo: non è affatto difficile immaginarsi il Fish solitario e sognante nel bar pieno (o svuotato) della copertina, che da dietro il bancone fissa il suo bicchiere, sempre vuoto.
L’opener “Hotel Hobbies” è un pezzo dinamicissimo, pieno di energia. Dopo l’intro con il tintinnio delle percussioni di Mosley e la linea spessa del basso di Trewavas, entra la voce malinconicissima di Fish. La chitarra di Rothery regge bene la melodia centrale, pacata, che si chiude con il primo passaggio. In quel primo passaggio arriva un assolo di chitarra sottile, che porta la malinconia di Fish a un’espressione ancora più forte. Nel finale segue un’altra grande parte di chitarra, sul tessuto drammatico delle tastiere di Kelly. Il brano racconta le serate di Fish in compagnia delle groupie. Segue un passaggio diretto in “Warm Wet Circles”, uscita anche come singolo. Anche stavolta l’atmosfera all’inizio è molto calma, con la voce bellissima di Fish. Il pianoforte di Kelly sullo sfondo spinge ancora di più una melodia delicatissima e malinconica, tra i sottili ricami della chitarra di Rothery. Il culmine arriva con il ritornello drammatico, con un Fish tristemente incazzato, seguito da un assolo di chitarra malinconico e bombastico con ottimi passaggi di Mosley alla batteria. Nel momento in cui la voce di Fish tocca il massimo della drammaticità, il pianoforte porta il brano in un altro mondo. A quel punto entrano i synth spaziali e così parte direttamente la fenomenale “That Time Of The Night (The Short Straw)”, che comincia con un’altra melodia delicata e un Fish triste, a cui seguono tendaggi sonori di synth profondissimi e parti atmosferiche di chitarra. Poi arriva un fragile passaggio di pianoforte e l’insuperabile Fish con i suoi giochi vocali coloratissimi. La parte migliore, però, è nel finale, quando arriva un passaggio straordinario, seguito dal crescendo del ritornello principale fino alla fine del brano, dove entrano anche splendide armonie vocali femminili. Da leccarsi i baffi! “Going Under” si apre con una melodia fragile e malinconica di chitarra acustica. Anche stavolta c’è da ammirare la voce di Fish, che esprime un’atmosfera a metà tra solitudine e follia. Una linea profonda di synth approfondisce ancora questo clima e si chiude con un’uscita improvvisa. La splendida “Just For The Record” è uno dei pezzi più sperimentali dell’album, dove entusiasmano soprattutto la chitarra di Rothery, cantabilissima, e la voce di Fish, tutta dentro il personaggio, il tutto spinto da una linea ritmica saltellante che crea un’atmosfera energica. La parte migliore arriva dopo l’assolo di synth, quando si susseguono ritornelli in più parti e un altro assolo di synth eccellente del maestro Kelly, che si intreccia con l’assolo, non meno entusiasmante, del maestro Rothery. A condire il tutto c’è un Fish straordinario, che crea l’atmosfera del bevitore che dopo litri di birra ha la sensazione che niente al mondo possa fermarlo. “White Russian”, che parla del razzismo che ha investito l’Austria alla fine degli anni ’80, è un altro brano malinconicissimo, aperto dopo un’intro silenziosa da un passaggio drammaticissimo e dalla voce infuriata di Fish. La cosa più toccante è lo splendido ritornello “where do we go from here”, che si può leggere come Fish che si chiede che strada musicale stia prendendo la band. Anche qui assistiamo a un finale eccezionale con un assolo drammatico di chitarra. Segue l’esilarante, spiritosa e liberatoria “Incommunicado”, che ribalta completamente l’atmosfera triste, visto che forse è proprio il pezzo più spiritoso che avessero mai fatto. È uno dei loro classici più amati (e non bisogna ignorare nemmeno l’ottimo video, in cui Fish interpreta un ubriacone sfrontato che vorrebbe essere famoso ma non vuole prendersi tutte le responsabilità che la fama comporta!), che potrebbe girare benissimo anche, che so, alle partite di calcio. In pratica, in questo brano è tutto divertente. Dalla linea ritmica saltellante e caricata a molla ai synth beffardi, per non parlare delle sparate vocali di Fish. È il pezzo che cattura davvero più di tutti la sua personalità. “Incommunicado” è uscita anche come singolo e ancora oggi ha mantenuto lo status di uno dei brani più amati della band. “Torch Song” è il momento in cui Torch si ritrova davanti al medico, che gli dice che se continua con questo stile di vita non arriverà ai trent’anni. È un pezzo breve e pacato, che attraverso il pianoforte sfocia nell’ottima “Slainte Mhath” (i due brani sono del resto strettamente legati). A portare avanti il pezzo sono soprattutto i suoni profondi dei synth e le ottime parti di chitarra. Dopo un passaggio drammatico arriva il loro ormai tradizionale climax di synth, sul nitrito davvero ottimo del basso. L’atmosfera, attraverso la voce di Fish, è piena di interrogativi, perché Torch si ritrova di colpo a un bivio della sua vita. “Sugar Mice”, uscita anche come singolo, è una power ballad bellissima, un altro dei vertici dell’album. I Marillion nella loro carriera hanno creato parecchie power ballad straordinarie, ma tra quelle con Fish io sceglierei proprio “Sugar Mice in the Rain”. In realtà è il brano d’addio di Fish (la sua decisione di lasciare la band si sente in gran parte del testo). Colpisce soprattutto come in tutta questa malinconia si alternino di continuo ottimismo e pessimismo. Colpisce in particolare l’ottimo passaggio con l’assolo di chitarra, che funziona come un raggio di luce che entra in una stanza buia. “The Last Straw”, che porta anche il sottotitolo “Happy Ending”, è un’ottima chiusura, forse addirittura il culmine dell’album, che comunica che tutto è finito bene e che Torch alla fine si è rimesso in sesto e ha ripreso a scrivere canzoni. Qui fioriscono di nuovo tutte le migliori qualità della band, e tra queste a entusiasmare di più è sicuramente il finale epico, con ottime parti di chitarra intrecciate alle tastiere. Poi arriva la voce stupefacente di Fish, a cui alla fine si unisce anche una voce femminile di accompagnamento, che porta il pezzo ancora un gradino più su e regala un’ottima chiusura a uno dei migliori album della band e del (neo) prog rock degli anni ’80.
Vi consiglio caldamente di procurarvi la ristampa con due CD, perché contiene alcune demo inedite registrate per il disco successivo con Fish, che ovviamente non è mai uscito. Alcuni di quei pezzi, con un bel potenziamento, sono finiti addirittura sull’album successivo “Seasons End” (1989), come per esempio “Sunset Hill”, che è una versione non rifinita di “King Of Sunset Town”. La maggior parte ha un suono scadente e si intuisce che sono ancora in fase embrionale, quindi non li descriverò nel dettaglio. Però alcuni, come “Beaujolias Day”, promettevano comunque molto. Il vero fan li riconoscerà subito, ovviamente. Il resto sono versioni alternative di “Going Under”, “White Russian”, “Sugar Mice in the Rain” e una versione nascosta di “Warm Wet Circles”, che risalgono al periodo delle registrazioni di “Clutching At Straws”. Ci sono anche una versione alternativa di “Incommunicado” e la solida “Tux On”, con un ritornello saltellante e qualche ottima parte di chitarra.
“Clutching At Straws” è il capolavoro finale dell’era Fish, che si è chiusa come un topolino di zucchero sciolto in un bicchiere di whisky scozzese. I Marillion hanno dimostrato ancora una volta di non essersi adagiati sugli allori dell’album precedente, creando uno dei loro album più equilibrati fino a quel momento. “Clutching At Straws” è un album eccellente e uno dei vertici del neo prog. Tutti gli album dell’era Fish sono stati, ognuno a modo suo, dei capolavori, ma “Clutching At Straws”, con la sua atmosfera da “bar” legata all’imminente addio del carismatico Fish, ha un significato speciale nel cuore della maggior parte dei fan. Dopo di esso, in tanti hanno predetto alla band un rapido declino e una fine altrettanto rapida del percorso musicale, ma per fortuna è andata a finire bene per tutti. Anche se amo entrambe le fasi della band (quella neo prog e quella art rock), non posso ignorare il fatto che il periodo di Fish avesse una magia particolare, che non sono mai più riusciti a far rivivere, anche se hanno pubblicato ancora una serie di album eccellenti. Alla fine, però, il suo addio ha pagato, sia per Fish, che ha iniziato una carriera solista di successo, sia per i Marillion, che con l’album successivo hanno vissuto una rinascita, sono entrati in una nuova fase creativa e, congedandosi gradualmente dal neo prog, sono diventati una band ancora più varia e matura di prima.
Formazione
Fish – voce
Steve Rothery – chitarra
Pete Trewavas – basso
Mark Kelly – tastiere
Ian Mosley – batteria, percussioni
MUSICISTI OSPITI:
John Cavanagh – voce del dott. Finley (8)
Christopher Robbin Kimsey – cori (7)
Tessa Niles – cori (2 e 11)
Produzione
Chris Kimsey
Tracklist
1. Hotel hobbies (3:35)
2. Warm wet circles (4:25)
3. That time of the night (The short straw) (6:00)
4. Going under (2:47)
5. Just for the record (3:09)
6. White Russian (6:27)
7. Incommunicado (5:16)
8. Torch song (4:04)
9. Slàinte Mhath (4:45)
10. Sugar mice (5:46)
11. The last straw (5:58)
Durata dell’album: 52:18
Disco bonus della ristampa del 1999:
1. Incommunicade (alternate) (5:37)
2. Tux on (single) (5:13)
3. Going under (Extended) (2:48)
4. Beaujolais day (unreleased) (4:51)
5. Story from a thin wall (unreleased) (6:47)
6. Shadows on the barley (unreleased) (2:07)
7. Sunset hill (unreleased) (4:21)
8. Tic-tac-toe(unreleased) 2:59
9. Voice in the crowd (unreleased) (3:29)
10. Exile on Princes Street (Unreleased) (5:29)
11. White Russian (6:15)
12. Sugar mice in the rain (5:56)
13. Warm wet circles – Rock n Roll (hidden track) (2:20)
Durata dell’album: 56:12
Durata totale: 108:30