Colpo sonoro firmato ZU (2010)

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Luogo: Menza pri koritu, Lubiana
Data del concerto: 02.05.2010
Numero di spettatori: 60
Prezzo del biglietto: 10 €, il giorno del concerto 12 €

”Un tempo la gente credeva nel dio Pan,” – verrebbe da dire guardando una ventina di enormi falò allineati lungo la strada Portorož – Lubiana alla vigilia della festa dei lavoratori. Più che alla celebrazione del Primo Maggio, la potenza di quelle lingue di fuoco faceva pensare a un rito pagano di adorazione del sole.

Insomma, l’atmosfera ideale per il giorno del concerto degli Zu, che con forza incandescente fondono elementi musicali inconciliabili in una lava catartica (se mi concedi un paragone preso dall’attualità mondiale). Quello che sugli album si apre come primitivo – complesso, caldo – freddo, jazz – rock – metal, dal vivo si espande in tutte le direzioni del cielo, e soprattutto nei corpi di chi ascolta.

Gli Zu sono tornati a trovarci dopo una pausa di cinque anni. Ce ne è voluto di tempo, considerando che la band viene dalla capitale della nostra vicina occidentale, cioè dalla vicinissima Roma. Presentavano l’ultimo album in studio, Carboniferious, uscito all’inizio del 2009 per Ipecac recordings (l’etichetta del frontman dei Faith No More e delle sue altre band non convenzionali, M. Patton). Al concerto vendevano già la versione in LP dell’album, uscita da poco più di una settimana con una copertina leggermente diversa: mentre il cd è ornato da una foto in bianco e nero di una montagna che si staglia verso un cielo cupo, l’artista, che aveva già collaborato con la band, sull’LP ha personificato la montagna e sulla sua cima ha accennato una figura umana che ci sembra osservarci in silenzio. Carboniferious è considerato l’album più ”rock” della band. Sì, rock, perché gli Zu sono una sezione ritmica: Jacopo Battaglia alla batteria, Massimo Pupillo al basso e Luca T. Mai al … sassofono. Eeeeer, quindi batteria, basso e sassofono? E poi venite a dire che non c’è rock senza chitarra elettrica (anche se la chitarra, presente solo in parte nell’album, è coperta tra gli altri dall’ospite King Buzzo dei Melvin (che a sua volta lavora sotto l’ala della Ipecac) nel brano Chthonian, mentre Mike Patton ha aggiunto le sue doti vocali in Orc e Soulympics).

Carboniferious significa carbonifero, ed è anche il nome di un periodo del paleozoico, il carbonifero appunto. Se spezziamo la parola in due otteniamo carbon e ferous. Carbon, cioè carbonio, ha numero atomico 6 (un numero significativo che simboleggia armonia, equilibrio, sincerità, verità) e i suoi allotropi sono noti a tutti: il diamante, duro, e la grafite, fragile. Ferous deriva dal significato originario di fiero, orgoglioso, dignitoso, nobile, e di feroce – che si abbandona alle sensazioni, coraggioso, ardente; entrambe le parole in seguito hanno assunto connotazioni negative: selvaggio, indomito, spaventoso, terribile.

Per tutto il tempo, anche tra i toni distorti e striduli del sassofono, quando sembra che stiano scuoiando un cinghiale, il trio strumentale ci avverte e ci mette in guardia ma allo stesso tempo ci rassicura, attingendo a simboli presi dalla ricca storia italiana. Già il mito della città da cui vengono contiene elementi di animalità: la lupa (belva – fera – ferous), che nella sua forza e nel suo coraggio riesce a offrire protezione a Romolo e Remo. Li allattò persino, come madre natura nutre noi, ma poi sta di nuovo a noi decidere come tornare da lei. La montagna in copertina, con il bosco di conifere ai piedi, ricorda i vizi danteschi; l’inferno e la sofferenza sono già alle nostre spalle, cioè nel bosco, salendo sulla montagna ci purifichiamo, e tutto si compie in cima, dove ci attende ancora la spada di fuoco – o i nostri falò.

Prima del trio italiano si sono esibiti gli sloveni Žoambo Žoet Workestrao, che purtroppo mi sono persa a causa di varie peripezie lungo la strada per Metelkova. In compenso, la preparazione del palco per l’esibizione degli attesissimi Zu è stata piuttosto lunga. Sembrava la preparazione di uno spazio sacro (cosa che per musicisti che suonano col cuore è senza dubbio), da cui la verità primordiale sarebbe circolata tra il pubblico. Ben oltre la mezzanotte (forse la band ha aspettato apposta che l’ultimo giorno di aprile si trasformasse nel primo del quinto mese (la somma di giorno e mese fa 6)? O volevano suonare per noi di sabato, giorno che in alcune religioni equivale alla domenica della tradizione religiosa cristiana) abbiamo potuto applaudire l’inizio di un’ora di spinta dei modelli collettivi rimossi verso la superficie.

Luca alla Menza pri koritu ha suonato il sax baritono. E non si è limitato a suonare: ha tamburellato e battuto sul corpo di questo strumento dal suono caldo e sensuale, mettendosi così al fianco della macchina ritmica – e per farlo si è servito anche di un microfonino montato sul sassofono.

Il batterista spezzava il tempo nei punti più imprevisti ma sempre al momento giusto, portando l’a-ritmicità in primo piano, ma sapeva anche farsi da parte e lasciare il palco a sax e basso, che un paio di volte si sono ritrovati in duello, entrambi in ruoli in cui non siamo abituati a vederli, e ancor meno ad ascoltarli. Massimo ha distorto il suono del suo basso in modo magistrale, quasi maniacale, tanto che le chitarre non ci sono mancate nemmeno per un attimo. L’arida definizione di ”math rock” ha preso una forma viva. Le vibrazioni della loro forza inarrestabile si trasmettevano alle nostre orecchie, ma ciò che a un visitatore occasionale sarebbe sembrato sinistro e distruttivo si è rivelato un benevolo richiamo al ritorno alla natura.

All’inizio del concerto il sassofonista ha invitato il pubblico a reagire più rumorosamente alla loro musica, Jacopo ha provato ancora un paio di volte ad animare le ”prime file”, ma purtroppo i presenti erano troppo pochi perché il flusso di entusiasmo scorresse senza intoppi dal pubblico al palco e ritorno, cosa che si è vista soprattutto alla fine, quando non abbiamo avuto diritto al bis, anche se ci eravamo fatti sentire con applausi e altri effetti sonori all’altezza dell’entusiasmo.

L’aria purificatrice si è calmata, la sala si è quasi svuotata. I falò si sono ridotti a cenere ardente. Pan resta tra noi e ci chiama, gli Zu lo sanno: prendi in mano il loro album e convincitene, fino alla prossima volta che suoneranno.

Fotografie: Mia Milharyčič

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