Con gli Overkill nel calderone ceco di Brno (2011)

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Autore: Urban Bolta

Luogo: Klub Fleda / Brno / Repubblica Ceca
Data del concerto: 11.03.2011
Numero di spettatori: 500
Prezzo del biglietto: 23€

I vecchi appassionati di rock ci raccontano spesso, a noi giovani, con gli occhi che brillano, storie di tempi andati, quando per i concerti all’estero partivano vere e proprie carovane di quattro, cinque macchine e si viveva tutti insieme momenti indimenticabili, scolpiti per sempre nella memoria. Oggi le spedizioni di massa sono più rare, e proprio per questo viverne una è ancora più bello. Da sotto il Triglav, sulle tracce del “Killfest”, a Brno siamo scesi in una ventina di amanti dei suoni più ruvidi, e così l’atmosfera al Klub Fleda la sera dell’evento era davvero da famiglia e tremendamente piacevole.

Il tour Killfest ha riunito sotto lo stesso tetto Overkill, Destruction, Heathen e After All, ma purtroppo ha girato bello largo dalla nostra terra natia. La tappa più vicina è stata il 10.03. a Woergl, in Austria, ma visto che quello stesso giorno a Lubiana c’era il concerto di Symphony X & Nevermore, la scelta molto più comoda è stata andare a Brno, in Repubblica Ceca, due giorni dopo.

Tra l’alloggio in ostello, la cura dei nostri stomaci e, in fondo, l’inizio anticipato del concerto, la ciurma del nostro furgone (io compreso, ovviamente) si è purtroppo persa l’apertura dei thrasher belgi Ater All, e così la serata è partita davvero solo con i thrasher della Bay Area Heathen. Voi fan della band ricorderete di sicuro la loro data di Maribor dell’anno scorso, che in confronto a stavolta è stata una vera delizia. Il motivo sta in un set di appena mezz’ora, composto esclusivamente da pezzi del nuovo album “Evolution of Chaos”, scelta senza dubbio parecchio controversa per i fan dei vecchi Heathen. L’album è eccellente sotto ogni aspetto e un successore credibile dell’eredità degli Heathen anni Ottanta, ma comunque qualche vecchio classico ci avrebbe fatto bene.

Il live degli americani poggia sullo straordinario duello di chitarre tra l’indistruttibile Lee Altus e Kragen Lum, che con acrobazie da capogiro snocciolano assoli dalla struttura melodica e se li rimpallano a vicenda: la loro esibizione è un vero banchetto non solo per le orecchie, ma anche per gli occhi. Il quintetto è stato sparato sul palco dalla bordata di Dying Season e ha cullato la sala ben piena sul ritmo del thrash metal melodico. Gli Heathen hanno dimostrato ancora una volta di essere una formazione affiatata, che trabocca di preparazione tecnica e di un linguaggio musicale tutto suo, pieno di passaggi eccezionali e brani geniali. La riserva più grossa, guardando l’esibizione nel suo insieme, riguarda il cantante David White, che coltiva un filo troppo poco carisma da frontman, tanto che lo straordinario quartetto strumentale a tratti lo mette in ombra. Tra Control By Chaos e Arrows Of Agony, il set si è chiuso in un lampo con l’epica No Stone Unturned e con la linea di basso eccezionale di Jon Torres, ma la durata ridotta di cui sopra ha impedito loro di giocare un ruolo decisivo in questa serata.

Subito prima delle star della serata sono saliti sul palco i Destruction, leggendaria formazione tedesca che insieme a Kreator e Sodom forma la sacra trinità del thrash metal tedesco. Il nucleo del gruppo sono Schmier (voce, basso) e Mike Sifringer (chitarra), mentre l’ultimo acquisto, dell’anno scorso, è il batterista polacco Vaaver, che avevamo già visto dietro le pelli dei Destruction al Bang Your Head!!! festival dell’anno scorso.

Con Curse of Gods (“Eternal Devastation”, 1986) i Destruction hanno aperto con una dimostrazione da manuale di ferocia thrash metal e si sono presi in sala tutti quelli che nella stanza accanto, al bancone, si stavano scaldando le corde vocali con la birra. Il sound più aggressivo della band ha scatenato in un attimo sotto il palco il tipico mosh pit, che ha caricato ancora di più i musicisti sul palco e portato la temperatura nel club quasi al punto di ebollizione! La guerra è proseguita con il classico Mad Butcher, prima che arrivasse il momento di Armageddonizer e del primo incontro con l’ultimo disco in studio “Day of Reckoning”, per promuovere il quale i Destruction si sono messi in tour. Durante tutto il set gli occhi erano puntati su uno dei portabandiera del metal tedesco, il leggendario Schmier, che ci ha portati in un viaggio senza ritorno e ci ha strizzati fino all’ultimo atomo di energia. Insieme al chitarrista Mike si scambiavano di continuo le posizioni e, senza un attimo di pausa, hanno thrashato senza compromessi sul pubblico presente. Lavoro straordinario di Vaaver, che ha mostrato una bravura tecnica pazzesca: anche i passaggi più complessi li ha risolti con lode, seguendo senza fatica il ritmo infernale della musica dei Destruction, quindi, se dovesse trovare la sintonia anche sul piano personale con il capo della band, potrebbe essere un’ottima scelta come batterista del gruppo nei prossimi anni. Il materiale più recente se l’è cavata alla grande in compagnia dei classici più vecchi tipo Bestial Invasion – anche se questi, a dirla tutta, erano relativamente pochi. Ma proprio la riuscita fusione di materiale vecchio e (ultra)nuovo per parecchie band del loro calibro è spesso un boccone grosso, e i Destruction l’hanno schiacciato con la forza di un carro armato, ci hanno dato una lezione di thrash metal “no bullshit” e ancora una volta hanno dimostrato di meritarsi il loro nome così venerato negli ambienti metal. Destruction – ci vediamo presto, e fino ad allora, in bocca al lupo!

Come la ciliegina sulla torta dopo due esibizioni riuscite, a chiudere la serata hanno posato le armi sul palco gli Overkill, una delle band thrash metal americane di maggior successo non provenienti dalla West Coast, la culla della popolarizzazione del genere nella seconda metà degli anni Ottanta. Con uscite regolari e di qualità costante gli Overkill si sono guadagnati negli anni lo status di leggende, e anche l’ultimo dei loro trionfi in studio, “Ironbound”, è un mix riuscito di scuola thrash metal tradizionale e produzione moderna, quindi l’attualità della band, nonostante tutti gli anni di attività, non è per nulla in discussione – così come, di conseguenza, non lo è l’andare a un loro concerto, se se ne presenta l’occasione.

Il palco si è avvolto di nebbia, i musicisti si sono disposti e in quell’atmosfera nebbiosa hanno dato il via allo show con il brano d’apertura del nuovo album, The Green and Black. Quando la vista sul palco si era ormai fatta nitida, da sinistra è piombato come una fenice dalle ceneri Bobby “Blitz”, uomo leggenda e simbolo di generazioni di fan del thrash metal, e ha iniziato il suo lavoro al microfono. Poi un salto agli inizi della carriera degli Overkill con Rotten to the Core e Wrecking Crew: i musicisti, navigati e con una scaletta costruita con cura, sapevano come versare piano piano olio sul fuoco di un’atmosfera già rovente, trasformando gradualmente la Fleda in un vero calderone. L’intero set è stato estremamente dinamico, e i musicisti, nello stile della loro mascotte, il pipistrello Chaly, hanno curato molto l’aspetto scenico, ravvivando ulteriormente uno show già da mozzare il fiato.

Nel dinamico scorrazzare dominava ovviamente l’impavido Bobby, che porta benissimo i suoi cinquant’anni sulle spalle: scoppia di energia da ragazzino, la voce gli dà una mano alla grande, per ora quindi sta saldissimo sulle sue gambe, soprattutto considerati tutti i suoi problemi di salute del passato. Ha un controllo straordinario di quello che succede, e la personalità carismatica e lo status di culto bastano perché la gente delle prime file gli mangi quasi dalla mano. Durante i passaggi strumentali più lunghi, come ad esempio la parte centrale di Ironbound, Bobby si è ritirato dal palco lasciando i riflettori ai chitarristi Dave Linsk a destra, Derek Tailor a sinistra, D.D. Verni al basso al centro e al batterista Ron Lipnicki sullo sfondo. Il trio di chitarre si divertiva un mondo sul palco, con inserti quasi da posers e movimenti scenici, con D.D. in testa. La parte regolare gli americani l’hanno chiusa con due brani più recenti, Giva A Little con il geniale alternarsi di back vocal e voce principale nel ritornello e la botta di Old School. Il ritorno sul palco è stato fulmineo, come fulmineo è stato il terzetto di brani finali. Grande entusiasmo soprattutto per il classico Elimination (“The Years of Decay”, 1989) con i suoi riff taglienti, prima che Bobby, con un ultimo saluto e la cover di Fuck You dei The Stiffs, chiudesse la serata insieme, piena di ritornelli micidiali, di plettrate a mezzo tono e soprattutto di momenti estatici tra il pubblico.

Il tour Killfest, che in queste settimane riempie le sale da concerto europee, è solo un’ulteriore prova che negli ultimi anni il thrash metal ha spalancato le ali e naviga sull’onda di una grande popolarità. Mica può durare in eterno, prima o poi finirà, e allora ricorderemo con ancora più slancio la serata di Brno e il goderci i ritmi di Overkill, Destruction e Heathen. Così si è scritta un’altra storia ceca, e chiudo questo sfogo di pensieri su carta ringraziando Sova e tutta la compagnia con cui abbiamo passato insieme il weekend a Brno e sulle strade dell’Europa centrale.

Foto: Urban Bolta

Scaletta

OVERKILL: 1. The Green and Black 2. Rotten to the Core 3. Wrecking Crew 4. Infectious 5. Bring Me the Night 6. Bastard Nation 7. Endless War 8. Ironbound 9. Blood Money 10. Hello from the Gutter 11. Give a Little 12. Old School ————— 13. In Union We Stand 14. Elimination 15. Fuck You DESTRUCTION: 1. Curse the Gods 2. Mad Butcher 3. Armageddonizer 4. Tears Of Blood 5. D.evolution 6. Thrash Till Death 7. Bestial Invasion 8. Hate is my Fuel 9. Nailed to the Cross 10. The Butcher Strikes Back HEATHEN: 1. Dying Season 2. Control By Chaos 3. Arrows Of Agony 4. No Stone Unturned

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