Corde tese in una ragnatela (2010)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Backstage / Monaco di Baviera / Germania
Data del concerto: 03.03.2010
Numero di spettatori: 450
Prezzo del biglietto: 24,00€

I Rage sono i Rage. Non tradiscono. Mai. Men che meno quando c’è da sfornare un nuovo album in studio. Da quando in formazione c’è Victor Smolski, per il boss della band, il grande  guru e decano della scuola ortodossa dell’heavy metal tedesco Peter “Peavy” Wagner, per il futuro dei Rage non c’è proprio nulla da temere. Peavy stesso, al fianco di Victor, è maturato ancora: è diventato un ottimo bassista e la sua voce non ha nemmeno un velo di ruggine, di quelli che con gli anni avrebbero potuto attaccarsi al suo timbro inconfondibile. “Strings To A Web” è un altro grande album, che regna con una struttura più movimentata negli arrangiamenti principali che lo guidano. Anche il nuovo arrivato di “Carved In Stone”, l’ex batterista degli Axxis Andre Hilgers, si è sciolto ancora di più nel nuovo disco e ha portato un bel po’ di arguzia in più, frutto della sua preparazione e della potenza da vero maestro delle pelli.

I Rage hanno quindi potuto appoggiarsi tranquilli alle solide fondamenta che reggono il trio rinnovato e hanno messo insieme un album davvero ottimo e ispirato. Le vendite sono state eccellenti subito dopo l’uscita, tanto da portare i Rage addirittura nella top 30 degli album più venduti in Germania già dopo la prima settimana, e questo ha dato alla band la carica per costruire una scaletta tutta all’insegna del nuovo “Strings To A Web” (2010). E  così siamo in tour con la band. Stavolta in Germania!

La nuova bisboccia dei nervi tesi nella capitale bavarese è stata aperta poco dopo le otto di sera dai metallari alla moda ungheresi Seven. A loro sono toccati i primi trenta minuti, in cui hanno presentato materiale proprio. La band è un quartetto e mescola influenze del metal classico con soluzioni thrash “avanzate” cresciute su suolo europeo, aggiungendo qualche leva “groove” molto di tendenza; a convincerci sono stati soprattutto i riff rocciosi e spezzati  sostenuti da svolte ritmiche semplici ma rumorose. I ragazzi cercano di definire il proprio stile, ma in qualche modo non sono riusciti a convincere il pubblico, che ha prestato attenzione alla band solo per un educato gesto di sostegno. In uno dei pezzi hanno infilato perfino la “purpleiana” Black Night e l’hanno “ridotta a brandelli” a modo loro, cioè su una base “groove riff” e con un’accordatura volutamente “sguaiata”. Un furto di tempo più o meno riuscito, che tutti nella sala hanno dimenticato in fretta. I Seven hanno provato a divertire il pubblico facendo prendere in mano al bassista un trapano in un brano. Sul trapano era montata una smerigliatrice, con cui ha strofinato le corde.

I Jaded Heart, saliti sul palco alle nove di sera, sono un’altra pasta. Per anzianità di servizio potrebbero fare tranquillamente da headliner, il problema è che oggi sulla scena il loro nome è meno riconoscibile e gli album, che pure escono con regolarità, passano più inosservati. La band resta ingiustamente trascurata e vivacchia ai margini. Si dibatte nell’infelice dilemma “essere o non essere”. Ovvero sopravvivere o non sopravvivere. A rimetterli in tour è stato l’album “Perfect Insanity”, uscito l’anno scorso per Frontiers Records.  I ragazzi avrebbero dovuto suonare al Backstage già a novembre 2009, insieme a Brainstorm e Primal Fear, ma all’inizio del tour la collaborazione si è interrotta: tra i Primal Fear e loro era scoppiato un conflitto, quando i primi hanno cercato di costringerli a salire sul palco a un’ora in cui le porte della sala erano ancora chiuse e sotto il palco non c’era un’anima. La dichiarazione ufficiale del management dei Primal Fear è stata che i Jaded Heart erano insoddisfatti dei minuti a disposizione per le esibizioni. Comunque sia, i ragazzi alla fine il loro tour se lo sono guadagnato. Stavolta con i Rage. Sono dei portabandiera dell’hard rock melodico. L’album “Perfect Sanity” è l’ennesima prova che i Jaded Heart, da disco a disco, diventano sempre più duri e costruiscono le proprie fondamenta su riff sempre più schiaccianti e massicci.

La band è partita a razzo con l’esibizione e la presentazione del nuovo album, attaccando subito con l’opener Love Is A Killer per poi saltare su Fly Away, quest’ultima la più tipica dell’immagine musicale del gruppo. Fahlber g è in ottima forma vocale, Oestros, Mueller e Wanner hanno curato le armonie vocali, senza le quali i Jaded Heart non si possono nemmeno immaginare. Tutto funzionava come al solito per la band. Eppure la gente in sala non riusciva proprio a sciogliersi. Il suono era semplicemente disastroso. Ovunque ti mettessi nella sala le tastiere non si sentivano, o si avvertivano appena, solo ogni tanto; il riffing di chitarra era relegato in “secondo piano”, soffocato e impastato, gli abbellimenti chitarristici di passaggio si sentivano chiaramente solo nei punti senza accompagnamento della sezione ritmica. Lo stesso valeva per gli assoli. Il suono era talmente a pezzi che, prima dei ritornelli, i brani non si riconoscevano proprio. I Jaded Heart sono caduti nella trappola dell’acustica già di per sé terribile della saletta del Backstage, che per molti versi ricorda gli spazi dei locali per concerti di Metelkova a Lubiana.  Se i Seven hanno provato a divertire la gente con il trapano, Fahlberg a fine concerto ha portato sul palco una chitarra (una Fender Stratocaster) e l’ha “sfasciata” con qualche colpo sul palco. Non sono riuscito a guardare lo spettacolo, perché il cuore mi faceva troppo male davanti a certe scene. Ma questo è l’intrattenimento che porta con sé il business del rock. Quel giorno per i Jaded Heart c’era anche un altro motivo per essere speciale. Peter Oestros, vero mago e maestro della chitarra, che per stile negli assoli appartiene alla scuola “scandinava” di stampo Malmsteen, festeggiava il compleanno. Il pubblico, insieme alla band, gli ha cantato un meritatissimo brindisi!

Il concerto dei Jaded Heart non ha insomma raggiunto le aspettative a causa del suono disastroso, ma per quanto riguarda gli argomenti per dire perché questa è una band che, nella sua ricca discografia di uscite di qualità, resta ingiustamente ignorata e trascurata, metto la mano sul fuoco. Fa piacere anche il fatto che non siano più zavorrati dall’era Bormann. In scaletta hanno suonato per la maggior parte brani del nuovo album, dell’album “Sinister Mind” e il brano Sometimes dall’album “Helluva Time”. Cioè tutto materiale tratto da dischi in cui ha cantato il successore di Bormann nella band, il gigante svedese di due metri Johan Fahlberg.  

Nonostante il chitarrista dei Rage Victor Smolski avesse dichiarato prima del concerto in un’intervista per RockLine che nella band erano tutti un po’ nervosi, perché era il primo giorno del nuovo tour, con una scaletta completamente diversa, di cui ancora non sapevano come avrebbe funzionato col pubblico, già l’inizio stesso del concerto  con il nuovo brano Edge Of Darkness ha spazzato via ogni dubbio.

I Rage restano eccellenti sul palco. Vecchi lupi che, con una dinamica fatta di audacia e aggressione, fanno strabuzzare gli occhi a ogni fedele difensore dell’irrigidita scuola metal tedesca, così come a chi respira power metal; l’opus dell'”era Smolski” ha attirato l’attenzione anche di tanti amanti della musica che ascoltano volentieri il metal progressivo, con un forte appoggio su arrangiamenti sinfonici. I Rage restano speciali in tutto. Smolski è il cuscinetto che nella giusta dose alleggerisce l’approccio rabbioso, diretto e crudo del carismatico boss della band Peavy, e alla fine il tutto suona del tutto unico.  In un mix di grande compatibilità, estremamente cordiale e accessibile per ogni orecchio che gode nel combinare la botta del metal con la melodia.

I Rage hanno fatto rotolare il concerto con i brani nuovi. Sembravano infallibili, suonavano in modo superbo e affiatatissimo, con una chimica che respira come una cosa sola. Peavy è ancora un vero animale da palco, che senza vergogna mostra la sua lunga, enorme lingua sbavante, e con il pizzetto curato “arrotolato” in una treccia allungata lo si potrebbe proclamare Ramses di riserva (il faraone egizio). Il cantante era di nuovo scatenato e in ottima forma vocale. Loquace come sempre, ha chiesto al pubblico se fosse contento del suono, perché la band conosceva la “perfidia” dell’acustica del Backstage. La gente, già da un pezzo trascinata nella magia dell’atmosfera unica dei Rage, aveva dimenticato l’analisi del suono e si buttava edonisticamente a caccia delle marce dei Rage.

Uno dei picchi del concerto l’ha regalato la suite Empty Hollow, suonata per intero. I Rage qui si sono ovviamente aiutati con la matrice sonora, cosa che ai loro concerti non è più una novità, perché Victor Smolski dovrebbe ereditare il genotipo del mostro della copertina del nuovo album per farsi spuntare arti in più. Il tipo però se l’è cavata con abilità più volte, premendo i pedali degli effetti con cui faceva partire l’accompagnamento sintetizzato di sottofondo, memorizzato in precedenza.

Il modo di suonare di Victor è ovviamente un vero rally interstellare, che non può lasciare nessuno indifferente. Sospensioni pittoresche sul tremolo, “tapping” infilato negli assoli ovunque sia possibile! E in più la dinamica dei movimenti e un fuoco di fila di smorfie sentite. In ogni singolo momento. I brani più vecchi li ha potenziati negli assoli, aggiungendo quella tipica componente sinfonica “alla Smolski”. Suonati ancora più veloci, nelle melodie “ancora più precisi”, insomma puro neoclassicismo, accordato “alla metallara”. Con una “distorsione” inferocita e affilatissima.

La band ha portato la gente al culmine soprattutto nella parte finale, con un’ottima “scaletta d’oro”, nobilitata dai brani The Mirror In Your Eyes (“Ghosts”, 1999) e Wake The Nightmares (“Soundchaser”, 2003). Con questi sono stati premiati anche tutti i fedeli amanti degli album più vecchi, con le due chicche Light Into the Darkness (“Secrets In A Weird World”, 1989) e Medicine (“Trapped, 1992). In entrambi Peavy ha riportato in vita quel suo vecchio approccio al canto, molto più pulito rispetto a quello degli album successivi, quando negli anni la sua voce è diventata sempre più gutturale. I Rage hanno incoronato il concerto con l’ottima Alive But Dead, da uno degli album più amati dei Rage, “Black In Mind” (1995). Il brano è tornato in scaletta dopo un tempo davvero, davvero lunghissimo, portando così la parte regolare del concerto al suo culmine.

I 400 spettatori in sala hanno chiesto entusiasti ancora e ancora. La band torna. Prima apre un nuovo fronte con la nuova Purified, dal ritornello particolarmente melodico e suggestivo. Con questa confermano ancora una volta il grande entusiasmo per il nuovo lavoro in studio, e chiudono il concerto con Down (“Unitiy”, 2002), con cui danno fuoco al Backstage fino in fondo. Un’ora e tre quarti di classico concerto dei Rage. La band, con la sua esperienza e il suo know-how, ha risanato il quadro sonoro della sala portandolo a un livello invidiabile e rispettabile. Ha sicuramente raggiunto il suo optimum. Per le condizioni acustiche a disposizione in questa sala, di certo. Ma soprattutto, con la sua implacabile rabbia da palco ha smascherato tutti i Tommasi increduli che avevano forse dubitato che i Rage fossero in grado di ricostruire dal vivo la ricca immagine sonora degli album in studio (soprattutto del periodo più recente). Anzi. I Rage vanno ascoltati rigorosamente dal vivo. La band è in una forma della vita. Il nuovo album dimostra che i Rage non sanno pubblicare un brutto disco, che ogni album è diverso, e che, in coerenza con la vita in studio, la band emana una vibrazione unica nei tour dal vivo. Semplice. Tre maestri che si capiscono a vicenda, si percepiscono in modo fenomenale sul palco e scacciano ogni sterile pensiero di mancanza di sicurezza con la ricca esperienza e le correzioni di routine che derivano da una carriera longeva. Soundchaser ha tessuto la sua rete e aspetta di incantare anche te con la sua magia musicale.

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

JADED HEART: 1. Love Is A Killer 2. Fly Away 3. Justice Is Deserved 4. Intro / Somewhere 5. Rising 6. Sinister Mind 7. Hero 8. Freedom Call RAGE: 1. Edge Of Darkness 2. Hunter And Prey 3. Into The Light 4. Beggar’s Last Dime 5. Drop Dead! 6. Empty Hollow 7. Straight To Hell 8. Saviour Of The Dead 9. Light Into Darkness 10. Medicine 11. MEDLEY: 11a. Lost In The Void 11b. The Mirror In Your Eyes 11c. Wake The Nightmares 12. Alive But Dead —bis— 13. Purified 14. Down

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