Cuore di corvo nella notte dei morti (2012)

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Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Lubiana / Channel Zero (Metelkova) / Slovenia
Data del concerto: 01.11.2012
Presenze: 100
Prezzo del biglietto: 20,00€ / 24,00€

Mentre giovedì le folle »ricordavano« i morti abbuffandosi di kebab, zucchero filato e čevapčiči e gareggiando a chi lucidava meglio le tombe a Žale, un centinaio di persone ha onorato la loro memoria in modo decisamente più adatto. Con una serata al concerto del duo black metal norvegese-tedesco Kampfar e Helrunar, in compagnia degli americani Velnias e dei tedeschi Obscurity (no, non gli Amon Amarth).

 

A far tuonare per primo il palco del Channel Zero è stato il mostruoso dio della natura della mitologia baltica, Velnias, e la band americana che porta questo nome ha suonato in mezz’ora due pezzi epici e lunghissimi. Purtroppo, a causa del ritardo, ho beccato solo gli ultimi istanti del capolavoro di quindici minuti Reverend Flames of Antiquity dall’ultimo disco RuneEater, ma è bastato per prendermi a schiaffi da solo per essere arrivato tardi. I Velnias hanno annerito con il black metal la loro versione di folk/doom metal e, per via di un mix di generi piuttosto unico, ricordano i connazionali Wolves in the Throne Room e Krallice, mentre per l’approccio folk un po’ anche gli Agalloch. I Velnias hanno chiuso il loro set (troppo) breve con una cacofonia di fruscii e fischi di feedback di chitarra, e spero che da noi sia ancora possibile vederli, magari con una scaletta più lunga.

 

Con i vichinghi tedeschi Obscurity abbiamo lasciato per un po’ le acque del black metal e, per l’unica volta nella serata, ci siamo immersi in una musica dalle tinte death metal. Purtroppo la loro idea di death metal non è roba che faccia contorcere di piacere la mia chiocciola auricolare. Anzi, il contrario. Gli Obscurity suonano infatti come una brutta copia degli svedesi Amon Amarth, con la sola differenza che alla cintura non portano corni pieni di birra, ma salsicce. Ok, battuta stereotipata a parte, in tre quarti d’ora gli Obscurity non hanno offerto niente di più di un death metal generico con riff noiosi (peggio ancora, ogni tanto sparavano un ritmo di polka davvero disperato), brani monotoni e testi deficienti del tipo Nach Asgard wir reiten e Obscurity dall’album Obscurity, della band Obscurity. Fantastico. Per di più i testi, che sono il sogno bagnato di ogni vichingo quindicenne, li presentano in tedesco, che almeno a me personalmente suona terribilmente legnoso, soprattutto nel death metal. Purtroppo la band si è evidentemente sentita così a casa che è tornata sul palco per un bis di un pezzo, e pure davanti a due soli »Zugabe«.

 

In Germania siamo rimasti anche con i successivi protagonisti, la band black metal Helrunar, che ha radunato sotto il palco il pubblico più numeroso fino a quel momento. Gli Helrunar hanno pubblicato l’anno scorso il doppio album Sol, che stavolta hanno presentato nel modo più ampio possibile: il cantante Marcel Dreckmann, dall’aspetto da folletto, ci ha servito pezzi come Kollapsar, Nebelspinne, Unter dem Gletscher e Aschevolk, e non è mancato nemmeno il materiale più vecchio di Unten und im Norden e Älter als das Kreuz. Proprio con questi rappresentanti della discografia degli Helrunar si è vista chiarissima la dualità del loro materiale, che nei pezzi più vecchi oscilla tra la brutalità e la ruvidezza di Burzum o Gorgoroth, mentre in quelli nuovi affiorano persino elementi leggermente progressive. Soprattutto negli assoli di chitarra atipici per il black metal, nella lunghezza notevole di certi pezzi, nei frequenti cambi di ritmo e di tempo e nell’alternanza tra parti veloci e lente. Con un’ottima intesa, una buona esecuzione e un’esibizione sicura, gli Helrunar si sono meritati una reazione forte e rumorosa del pubblico, e dopo i mediocri Obscurity hanno riportato la serata sui giusti binari black metal.

 

Binari su cui siamo rimasti con i veri protagonisti del concerto, i black metaller norvegesi Kampfar, solo che ancora più veloci e ancora più brutali. I Kampfar hanno portato al Channel Zero il gelo dei fiordi norvegesi e ci hanno avvolti in una densa atmosfera da incubo con un black metal atmosferico a medio tempo che, per creare ambiente, non ha bisogno di tastierine tintinnanti e inserti quasi sinfonici. Nei Kampfar quella fitta coltre di nebbia la evocano solo le chitarre varie e dinamiche, capaci di offrire qualcosa di più della solita zanzarina black metal, la batteria dinamica che non si regge solo su blast beat continui e le voci bestiali e ferine di Dolk e Askeje. Soprattutto le ottime parti di chitarra ti mettono davanti agli occhi l’immagine epica delle distese norvegesi e della natura incontaminata che i Kampfar cantano così spesso nei loro testi. L’epica furia della natura norvegese i Kampfar l’hanno messa in musica in modo fenomenale già con l’apertura travolgente Mare, title track dell’ultimo disco, e il seguito non è stato da meno, perché l’intensità non ha fatto che crescere. Il carismatico Dolk ha navigato alla grande tra brutalità e aggressività da una parte e momenti melodici ed epici dall’altra, che arricchiscono ancora di più i Kampfar, e più volte ha rivolto al pubblico gesti di approvazione. In un’ora buona i Kampfar hanno suonato un’ottima selezione di pezzi, ci hanno regalato anche qualche brano più vecchio e suonato più di rado (Hymne e Troll, Død Og Trolldom per esempio) e con un’esibizione fantastica hanno dimostrato che la Norvegia (anche se a volte magari non sembra) è ancora il centro del black metal. Senza dubbio i vincitori del giorno dei morti, che hanno ingabbiato il Channel Zero in un possente strato di ghiaccio dei ghiacciai norvegesi, di orgoglio nazionale che esplode dai pezzi e di energia totale e sfrenata di brani come Ravenheart, Mare e Vettekult. Follow the Ravenheart!

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