Dal gelo al fuoco con i Living Colour a Graz (2010)
Autore: Aleš Podbrežnik
Luogo: club GMD (Generalmusikdirektion) / Graz / Austria
Data del concerto: 27.01.2010
Spettatori: 400
Prezzo del biglietto: 25,00€ (prevendita) / 29,00€ (la sera del concerto)
Viene da sorridere quando i Living Colour allungano il tour europeo di una o due settimane. Visto che i loro concerti all’estero sono sempre meglio di quelli in Slovenia, con l’eccezione dell’indimenticabile prima visita della band a Lubiana, nel lontano 1993 alla Hala Tivoli (ma erano altri tempi, e il biglietto costava 1.200,00 SIT, che oggi sono la miseria di 5.00€), andare a vedere i Living Colour all’estero, quando si può, resta ovviamente il dovere quotidiano di ogni buon cittadino.
Stessa location grazer dell’ottobre 2008, cioè il club GMD (Generalmusikdirektion – ma che nome così poco entusiasmante?, report di RockLine QUI), e stessa sequenza di tappe di due anni fa, quando cadde prima Lubiana (report di RockLine QUI). Un vero “déjà-vu”!
Il sospetto che all’estero ci aspettasse di nuovo un concerto migliore era dunque più che giustificato: rispetto all’esperienza della Cvetličarna di Lubiana di due anni fa, qui i Living Colour avevano allungato il set di ben mezz’ora e già allora la loro alchimia funzionava con molta più coerenza.
Seguendo il magistrale ragionamento del collega Blaž (niente gruppo spalla, quindi prima delle nove di sera lì non abbiamo davvero niente da fare), partiamo da Lubiana alle sei e mezza del pomeriggio alla volta di Graz. Il viaggio è volato tra chiacchiere di ogni tipo e stavolta abbiamo parcheggiato senza problemi proprio davanti al club. Eppure alle 20.30 fuori dal locale una fila di volenterosi spettatori stava già congelando. Ehi? Con tutta l’infallibilità e l’ospitalità austriaca? Ci mischiamo alla fila e ci congeliamo anche noi. Perché parlo di congelamento? Proprio quella notte, in alcune località della Russia, hanno misurato 59°C sotto zero.
Sono le 21.25 quando il club, pieno zeppo con circa 400 spettatori, sprofonda nel buio. Sul palco salgono silhouette ben note: Vernon Reid (chitarra), Corey Glover (voce), Doug Wimbish (basso) e William E. Calhoun (batteria). Con Middle Man tastano con cautela il terreno e si guardano intorno perfino con un po’ di riserbo. Certo, la vista d’insieme sul club dal palco rivelava il dondolio trattenuto del carattere austriaco, sempre ponderato, e sembrava che avremmo assistito a un semplice compitino di routine.
Sbagliato! Già in Middle Man, dopo l’assolo limatissimo di Reid e le generose incursioni vocali improvvisate di Corey Glover, si sentiva che la band aveva captato l’ambiente giusto in cui sviluppare un’alchimia compatta e portare il concerto al suo apice. L’audio nel club era ottimo. Curioso: la folla si era compattata a circa tre metri dal palco e arrivava fino alla console del mixer all’altro capo della sala, per una lunghezza totale di una quindicina di metri. In pratica la massa era impenetrabile. Sotto il palco, però, c’era abbastanza spazio per un “jam” selvaggio con la band! Anch’io sono rimasto nelle retrovie, perché è noto che Vernon ama alzare il volume della chitarra a livelli assordanti. Tre classici subito in apertura hanno fatto felici i nostalgici, poi il salto a una corposa presentazione del nuovo album della band “The Chair In A Doorway” (2009) – recensione di RockLine QUI.
Nonostante la cortesia degli applausi e il riserbo del pubblico, a far pendere la bilancia verso il distacco totale è stato evidentemente l’ambiente stesso del club, con le sue ottime condizioni sonore e le luci di scena al completo, che arricchivano l’atmosfera con mille sfumature di collage cromatici e giochi di luce speciali. Forse ha contribuito anche l’accoglienza e l’offerta (il livello di ospitalità) dell’organizzatore: tutti questi elementi sommati hanno avuto un ruolo di primo piano nel viziare spettacolarmente gli ascoltatori di quella sera. I Living Colour erano infatti caldissimi e di ottimo umore. Nei pezzi nuovi hanno sviluppato un suono eccezionale da muro metallizzato, che traboccava soprattutto nei ritornelli. Il momento di allentamento della tensione elettrizzata con la divertente Funny Vibe è stato rimpiazzato anche da una versione superlativa di Flying, dove Vernon non vedeva l’ora di passare al suono pulito della chitarra e di buttarsi sugli elementi funky blues del pattern chitarristico che reggono la strofa. Qui è emerso con forza l’approccio sentito e intenso di Corey. Per un consumatore del mio stampo, l’emozione è stata fortissima durante questo brano. Anzi, i versi che guardano alla storia dell’11 settembre, con il crollo delle Torri Gemelle del WTC a New York, trasmettevano un messaggio fatale in modo quasi cinico. Ritraggono un uomo che si prepara a saltare dalla finestra, si unisce al cumulo di lamiere nel parcheggio, scoprendo che nella vita non ha mai avuto così caldo. Che bella giornata per volare, l’aria è limpida, il sole splende sereno, il destino gli regala le ali per volare. Una situazione orribilmente ridicola. Tutti questi versi, avvolti in quel velo di sarcasmo, ti entravano sotto la pelle e facevano rivivere l’orrore di quel momento. A brillare, oltre all’interpretazione di Corey, in questo brano è stato il perfetto assolo di Vernon, con cui ci ha ricordato ancora una volta che mente geniale e unica, che carisma ha questo chitarrista, nella sua essenza artistica fatta di orizzonti ampi e multidimensionali dell’espressione musicale. Senso della melodia e distacco sperimentale totale, secondo il criterio più rigoroso di una convivenza perfetta.
I Living Colour restano su questo livello anche in Bi, dove Doug Wimbish prepara di nuovo tutto il necessario per far festa nel club. Il suo assolo, con un suono che ha mandato in confusione buona parte dei presenti al punto che tutti hanno iniziato a guardare prima verso Vernon, è stato di per sé un altro momento magnifico e unico da condividere con i Living Colour. Non si è dimenticato di saltare giù dal palco, mischiarsi tra la gente, suonare il basso con la lingua e sfoderare tutte le altre acrobazie da ginnasta. Il divertimento dei musicisti continua quando sul palco resta solo William E. Calhoun dietro la sua fortezza di tamburi. Sì. Ancora un assolo di batteria, che in ogni istante sa solo entusiasmare e non ruba tempo al pubblico, come invece oggi fanno tante altre band. Calhoun ha di nuovo messo in scena incantesimi sonori di paesaggi colorati che si fondono, attraverso il suo drum wave, che svolge una specie di funzione da theremin. Ha composto qualche suono ritmico, lo ha “memorizzato” e poi ci ha sovrapposto un assolo di batteria. Ha ottenuto una stratificazione sonora tale che sembrava ci fosse sul palco con lui un’intera band in piena improvvisazione ritmica. Un’esperienza magica e irripetibile, guidata con mano attenta e salda dal maestro Calhoun (l’intervista a Will Calhoun per RockLine, del 24.11.2009, puoi leggerla QUI).
Segue la sorpresa della scaletta della serata: Open Letter To A Landlord dall’esordio “Vivid” (1989). Questo pezzo era tutto al servizio del carisma vocale di Corey Glover. Già nella prima strofa, condotta con grande calma insieme a Vernon, il ragazzone ha mostrato tutta la sua forza di acrobazie soul e il suo innato senso di unire improvvisazione e mantenimento della melodia guida dei versi. Il pubblico si risveglia con il classico dei Living Colour Love Rears It’s Ugly Head, e i ragazzi sorprendono con la versione del nuovo brano Young Man, che rinforzano e ispessiscono radicalmente con un pattern ritmico programmato, mentre nel finale Reid con i suoi effetti e il suo assolo lo “riduce in fattori primi”. Salto sulla popolarissima Glamour Boys, poi restano su una melodiosità compatta e semplice quando il “tapping” di Vernon apre Behind the Sun e, andando avanti, il suo riff metallizzato e tirato nel ritornello demolisce letteralmente il club, al limite dell’accettabilità uditiva.
Una serata intensa, in cui i Living Colour hanno spremuto il massimo dalle qualità di spontaneità e imprevedibilità che co-creano, vincenti, la loro espressione unica di artigianato artistico, dove la parte del leone la fa naturalmente il jazz, furbescamente confezionato in un modo che rende la loro musica accessibile a tutti. La band ha insaporito il tutto con una cover dei The Beatles, Lady Madona, suonata in pubblico per la prima volta in assoluto, in cui Corey ha lasciato la voce interamente a Vernon. Tra una valanga di battute divertenti e beffarde, i ragazzi sono passati attraverso critiche scandalizzate alla società nella solidissima Type fino alla chiusura con l’immancabile, eterno evergreen Cult Of Personality.
Rispetto al concerto di Lubiana del 24.11.2009 (report di RockLine QUI), un’esibizione più lunga di 20 minuti. Audio ottimo, molto meglio che al Kino Šiška, effetti luminosi molto più ricchi. Band al massimo della forma, scatenata e totalmente dentro. Le caratteristiche che hanno garantito ai Living Colour un pedigree altissimo nel mondo della musica e un’essenza artistica tutta loro sono state esaltate al massimo, e a questo show davvero fenomenale a Graz la band ha confermato la propria unicità inafferrabile e la forza espressiva del proprio carisma. Restano, ora come sempre, una gioia entusiasmante per orecchie e occhi!
foto: Robi Lipej
Scaletta
1. Middle Man 2. Which Way To America 3. Auslander 4. Burned Bridges 5. The Chair in the Doorway 6. Decadance 7. Method To the Madness 8. Funny Vibe 9. Flying 10. Bi 11. Assolo di batteria 12. Open Letter To a Landlord 13. Love Rears It’s Ugly Head 14. Young Man 15. Glamour Boys 16. Behind the Sun 17. Bless Those —bis— 18. Lady Madona 29. Type 20. Cult Of Personality
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