Dance Of Death

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Izvajalec: Iron Maiden
Založba: EMI Records
Izid: 2003
Ocena: 2.5/5

Il successore di “Brave New World” (2000) è stato fatto e, semplicemente, non riesce a convincere del tutto. Dal punto di vista musicale gli Iron Maiden sono ancora esattamente quello che sono sempre stati, ma stavolta il nuovo album ne risente davvero. Tutto suona composto e suonato in fretta e furia. Stavolta è davvero difficile credere che il disco sia nato dall’entusiasmo e dalla voglia di esprimersi con la musica. Non riesco proprio a scrollarmi di dosso la sensazione che l’album sia stato fatto solo perché andava fatto.

Sono due i pezzi che tirano fuori questo disco dalla mediocrità totale. Il primo è la title track, costruita esattamente come un fan degli Iron Maiden se la aspetta. Ha un’introduzione atmosferica grandiosa, più ritmi che si fondono bene attraverso passaggi di bravura e tanti abbellimenti in terzine incastrati a meraviglia l’uno nell’altro. L’atmosfera tocca il suo apice nella parte centrale, come era d’abitudine anche nei precedenti grandi poemi epici dei Maiden. Anche gli arrangiamenti orchestrali stanno in un equilibrio splendido e danno ancora più spinta al mood. Insomma, in questo pezzo il lavoro è stato fatto alla grande.

Il secondo picco, che convince in pieno, è Paschendale. A spiccare soprattutto è la prova di Bruce al microfono in questa canzone. Anche il suono maestoso e massiccio dei riff di chitarra e dell’arrangiamento orchestrale sta in perfetto equilibrio. Di nuovo assistiamo a cambi di ritmo inaspettati, tra i raffinati rullate di Nicko e gli assoli dei tre chitarristi. Paschendale si apre e si chiude con un motivo atmosferico altissimo e struggente. Il pezzo mette insieme tutto quello che ci si aspetta dall’approccio musicale degli Iron Maiden.

Bruce canta come canta. Dopo tutti questi anni strilla ancora come una sirena. Anche la sezione ritmica si tiene stretta il suo status di puro superlativo. Anzi, dopo tutti questi anni la sezione ritmica resta il più grande magnete per chi ascolta. Allora dov’è il problema? Le chitarre. Un lavoro di chitarre sprecato. Anche il secondo album dopo il ritorno di Dickinson e Smith nella band conferma che gli Iron Maiden non hanno bisogno di tre chitarristi e che due bastano e avanzano. Semplicemente non si ha la sensazione che nella musica ci siano tre chitarre. Ok, dove soleggiano si possono distinguere per stile: lo sfregamento indistinto di Janick con tutte e quattro le dita, il veloce “hammering” di Dave e l’approccio classico di Adrian, con assoli decorati da bei “pull-off”. Stavolta sono deluso, perché i tre insieme semplicemente non ci provano più e non ci viziano più con motivi geniali, di cui sono sicuramente ancora capaci. Gli assoli sono un segmento a cui gli Iron Maiden semplicemente non si dedicano più.

Face In The Sand suona promettente. La porta avanti un ritmo da battaglia, con l’aggressivo nitrito del basso di Steve al centro, il cui riffing taglia davvero il cemento! Per tutti i nostalgici degli eighties, un’altra piccola osservazione: Gates Of Tomorrow ha nel ritornello lo stesso ritmo di A Loneliness Of A Long Distance Runner. Age Of Innocence si apre con un riff devastante, ma nel ritornello scioccante il pezzo si annacqua, perché è tutto colorato di hard rock. Non è una brutta canzone, ma che c’entra, questi non sono affatto gli Iron Maiden. Sì, con gli anni anche i cuori di questi signori hanno evidentemente iniziato ad ammorbidirsi, e ce lo conferma anche la chiusura acustica (decisamente troppo lunga) di Journeyman. Se la proclamassi una Prodigal Son pt. II, i fan probabilmente mi ucciderebbero.

La mancanza di freschezza è il problema con cui si dibattono gli Iron Maiden, e sono anche stufi delle catene del loro marchio, che gli hanno dato la gloria ma a cui devono per forza restare attaccati (il successo commerciale, si sa, presenta il conto). Così cercano di sfuggirgli in modo diplomatico e il meno doloroso possibile, a tratti con vari momenti “off topic” a la Journeyman. Gli Iron Maiden potrebbero tranquillamente incollare tre pezzi usciti su “Dance Of Death” in un unico EP da quindici minuti e così attenuare la loro sempre più evidente mancanza di idee. La formula da otto pezzi per album, come si usava nel gruppo negli anni ottanta, torna così di nuovo attuale. Comunque sia, “Dance Of Death” non è un brutto disco. Di sicuro non rientra tra le vette della creatività degli Iron Maiden. Resta l’amaro in bocca di un disco suonato a forza e quindi poco convincente.

Formazione

Bruce Dickinson – voce
Steve Harris – basso
Adrian Smith – chitarra
Dave Murray – chitarra
Janick Gers – chitarra
Nicko McBrain – batteria

Produzione

Kevin Shirley

Tracklist

1. Wildest Dreams
2. Rainmaker
3. No More Lies
4. Montsegur
5. Dance of Death
6. Gates of Tomorrow
7. New Frontier
8. Paschendale
9. Face in the Sand
10. Age of Innocence
11. Journeyman

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