Dancing On Your Grave Fest 2011
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Trainstation Squot, Kranj
Data del concerto: 11.11.2011
Numero di spettatori: 0
Kranj è sempre stata un rifugio e un santuario per i concerti metal, di quelli che resteranno per sempre nei bei ricordi. Uno dei centri nevralgici era il leggendario Bazen, ma siccome la nuova amministrazione comunale non vedeva di buon occhio la scena underground e metal, ha chiuso i battenti troppo, troppo presto. L’instancabile alternativa di Kranj non si è lasciata fermare e ha spostato tutto oltre il fiume, al Subart. Ma neanche quello è durato a lungo, e la tenacia della scena di Kranj si conferma ancora una volta nel nuovo posto per i live: lo squat alla stazione ferroviaria. I protagonisti della scena alternativa di Kranj, grazie a Satana, non hanno mollato e hanno trasformato l’interno di una trascurata baracca di legno (ex miglior vicino) in una bella sala con un palco enorme, un bancone e tutto quello che serve. Il Trainstation Squat ha vissuto il suo battesimo metal con il Dancing On Your Grave Fest, dove si sono esibite quattro band.
Sul palco sono saliti per primi, in ritardo (perché è metal, chissenefrega dell’orologio), i Hellsword, trio di Lubiana che da poco ha pubblicato un demo nato direttamente dall’Inferno e l’ha polverizzato in pochi giorni. Musicalmente gli Hellsword camminano sulle orme dei pionieri dello speed/black metal come Bathory, Celtic Frost, Venom, Sodom e Destruction: non sarà il massimo dell’originalità, ma è dannatamente bello avere da noi una band che non si complica la vita e prima di ogni show probabilmente sacrifica una vergine o due. Gli Hellsword sono puro “old-school worship”, cioè sparano una miscela demoniaca di black e speed metal: batteria cupa-cupa “straight to point”, riff e assoli perversi e blasfemi, un basso che rimbomba metallico (con linee davvero varie e movimentate) e la voce diabolica di Mike Manslaughter. La spada infernale ha mozzato teste senza pietà, e quelle rotolavano sotto il palco; al trio ha dato una mano anche un suono ottimo e col volume giusto. Gli interventi tra un pezzo e l’altro, spettacolari, e le cover scelte con gusto (Bathory, Celtic Frost) sono stati solo la ciliegina sul pentagramma di un’esibizione eccellente.
Ci siamo poi spostati verso acque più “complicate” con i Nature, formazione a metà tra Kranj e la Carinzia slovena che suona un ottimo death metal tecnico nello stile dei giganti del genere come i Death. I ragazzi hanno entusiasmato soprattutto con un’esibizione furiosa e sentita, piena di headbanging, ma ancora di più possono vantarsi di un materiale davvero buono, fatto di linee di chitarra elaborate e complesse, piene di scorribande su e giù per il manico, una batteria varia e linee di basso ancora più mozzafiato, quelle di Tilen DiHudrap, che avrebbero meritato un’amplificazione ancora migliore. Un altro punto a favore sono i passaggi “ambient” piazzati con gusto, che non spezzano i pezzi ma li legano in modo efficace, regalando loro un senso di trascendenza. A rafforzare l’ottima prestazione ci ha pensato una splendida esecuzione del classico dei Death, The Philosopher, con il mago della chitarra Otmar, appena quattordicenne (bello che i ragazzi crescano i giovani nello spirito del death metal e non di flautini e simili stronzate che dominano tra i metallari di oggi!); solo la voce di Frogi sulla cover non girava bene come sul materiale originale. Lack of Comprehension, con una prova vocale improvvisata, non è riuscita altrettanto bene, ma i Nature sono comunque una band su cui possiamo contare tutti gli appassionati di tech-death. Aspettiamo il disco!
La formazione sloveno-italiana Slavocracy, nata sulle ceneri degli Entreat, ci ha dato di nuovo una botta in testa più diretta, con un incredibile sparo di thrash/death metal alla svedese; con una spruzzata di parti hardcore la band è risultata ancora più dinamica e movimentata. I ragazzi sono tecnicamente preparatissimi, soprattutto la sezione ritmica ha demolito tutto grazie a una batteria varia e cannoneggiante. Anche le parti di chitarra sono piene di un’aggressività che ricorda gli At the Gates, perché gli Slavocracy non conoscono le parti delicate, da femminucce, delle band “death metal” moderne. Forse a tratti manca una seconda chitarra che possa affiancare la prima nei passaggi doppi, ma il basso dinamico copre con successo il “vuoto” dell’altra chitarra. Il cantante Kado ha condito il tutto con un ringhio animalesco e simpatici interventi del tipo “Dove sono le zampette” e “cuoricini di Kranj”. Ma che orsetto. I ragazzi si erano appena scaldati ben bene il collo quando il piacere è stato interrotto dalla polizia, pare per la lamentela di un vicino. Evidentemente la festa balcanica altrettanto rumorosa dall’altra parte della strada non dava fastidio… Comunque, mentre si trattava sulla ripresa del concerto, il pubblico è stato intrattenuto da Slavko, il Marko Brecelj di Kranj, e dopo una buona mezz’ora il concerto per fortuna è potuto ripartire. Gli Slavocracy l’hanno chiuso in stile trionfale, e davvero non so perché una band che ha già così tanto materiale originale di qualità non abbia ancora registrato un album!?
Il ballo sulle tombe si è chiuso con l’esibizione della black metal band di Lubiana Dekadent, che dopo l’uscita dell’album Venera: Trial & Tribulation è finalmente tornata a suonare da noi. I Dekadent, dopo l’ennesimo cambio di formazione, tornano sui palchi: di recente hanno suonato anche a Berlino. I ragazzi, guidati dal padre fondatore della band Artur Felicijan, con il primo pezzo, l’indimenticabile Dissident Dream dal debutto (poi i Dekadent hanno infilato una bella selezione di brani da tutti e tre gli album), ci hanno accolti nel mondo dei Dekadent, dove regnano da una parte una brutalità spietata e dall’altra una bellezza infinita. Mi sorprende ogni volta quanto bene i Dekadent riescano a unire questi due mondi apparentemente inconciliabili, ma la combinazione di ritmiche brutali, tremolo riffing furioso, blast beat e meravigliosi assoli eterei funziona sempre, ancora e ancora. Stavolta l’esperienza è stata rovinata all’inizio da un suono scadente, poi migliorato piano piano; purtroppo ad Artur hanno dato grossi grattacapi le voci pulite epiche, che in passato erano eseguite molto meglio. Forse alla band rinnovata manca ancora un po’ di chilometraggio insieme, ma la splendida brutalità dei Dekadent mi attira ancora come la prima volta che ho sentito Manifestation of Seasonal Bleeding.
Il primo Dancing on Your Grave fest è riuscito sotto ogni aspetto. Affluenza ottima, reazione del pubblico all’altezza della qualità delle band, e il Trainstation Squat si è rivelato un posto per concerti che spero in futuro ospiterà ancora tanti balli sulle tombe (e altri eventi musicali). Possibilmente senza la rottura di scatole della polizia.
Foto: Nina Grad
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