Dancing To The Devil’s Beat

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Strawbs
Etichetta: Autoproduzione
Uscita: 2009
Durata: 45:20
Voto: 4/5

Gli Strawbs, leggendari portabandiera del folk rock progressivo britannico, sono ormai una delle poche band dei tempi d’oro di questo genere relativamente oscuro che riescono ancora a regalare una bella sorpresa in studio, come hanno dimostrato alla grande con il precedente e ispiratissimo “Broken Hearted Bride” (2008). Cosa spinge il mitico chitarrista e cantante Dave Cousins e gli altri vecchi lupi di un’epoca musicale molto più romantica a sfornare ancora, in questo millennio intasato di informazione, con l’industria discografica nel pieno di una vera apocalisse, album che per qualità riescono perfino ad avvicinarsi ai loro capolavori degli anni Settanta? “Dancing To The Devil’s Beat” prosegue infatti il trend di rinascita sonora degli Strawbs, iniziato dopo i pallidi anni Ottanta e Novanta, quando brancolavano inutilmente nel buio cercando invano la bussola compositiva giusta.

La differenza sonora più netta tra il disco precedente e questa “danza al ritmo del diavolo” sta in un’enfasi un po’ maggiore sull’anima folk rock del loro solito stile di scrittura, rispetto alle tendenze sinfonico-progressive: più arrangiamenti acustici dal sapore pastorale, soprattutto da parte dei due chitarristi e principali garanti della continuità sonora, i signori Cousins e Dave Lambert. L’unico cambio di formazione degno di nota in questo periodo è avvenuto alle tastiere, dove Oliver Wakeman ha preso il posto di John Hawken: è il figlio di un ex membro degli Strawbs, il leggendario Rick Wakeman (Yes). Con questo promettente Oliver si sono portati a casa un altro tastierista purosangue, soprattutto quando si tratta di creare arrangiamenti orchestrali ambientali che ti catturano e, allo stesso tempo, di coltivare con autentica raffinatezza il pianoforte.

Gli arrangiamenti orchestrali dei vari pezzi sono ricchi come non lo erano da tempo e danno la sensazione di un’orchestra vera, organica, anche grazie alla simulazione dei fiati.  Una mossa un po’ sorprendente, ma da lodare, è poi l’insolita quantità di passaggi hard rock, che danno ai brani più veloci la giusta dose di arroganza. Nel disco trovi tutte le spezie che negli ultimi decenni hanno fatto impazzire le orecchie di ogni fan degli Strawbs: melodie antiche e pastorali secondo la solita ricetta melodica di Cousins, abbondanza di malinconia celtica, cori a più voci, arrangiamenti orchestrali possenti e dolci ballate acustiche, mentre i testi cantano come al solito i temi classici del folk rock, come la separazione, la nostalgia di casa e della terra natia, l’amore mancato e la critica delle insensate marce di guerra. La produzione è sempre estremamente viva e fluida, ma ha anche quel fascino retrò tanto desiderato che in certi punti ti culla per un attimo proprio nei loro anni creativi migliori.

Già l’ottima apertura con l’epica “Revenge (Can Be So Sweet”), una delle migliori creazioni degli Strawbs degli ultimi dieci anni, forse addirittura degli ultimi trenta, annuncia che hai a che fare con un album particolarmente ispirato. L’atmosfera epica è costruita su una genuina malinconia celtica, con entusiasmanti cori a più voci nel ritornello melodico e sofisticati arrangiamenti orchestrali sullo sfondo. Un ulteriore tocco di pastorale folk celtica arriva dal furbo contributo di Cousins all’autoarpa. A questo antipasto epico segue il molto più complesso “Beneath The Angry Sky”, con arrangiamenti misteriosi alla chitarra acustica. Gli Strawbs costruiscono piano piano una melodia energica che raggiunge l’apice con l’ingresso di passaggi hard rock e con la prova vocale sentita di Cousins, mentre a far salire ancora di più l’entusiasmo ci pensa un assolo di mini Moog di Wakeman davvero di gran gusto. Negli ultimi anni Cousins si è beccato parecchie critiche per la voce sempre più cedevole, che molti hanno letto come segno di mancanza di vera ispirazione. Stavolta questo calo vocale per gran parte del disco si nota a malapena. Un po’ anche grazie all’incredibile ispirazione e all’aiuto efficace degli altri cantanti di supporto.

“Copenhagen” è una piacevole ballata acustica che arriva al posto giusto nel momento giusto e porta avanti la tradizione degli Strawbs di creare melodie romantico-pastorali sulla base di una combinazione semplice ma efficacissima di accordi di chitarra. L’orchestrazione rifinitissima di Wakeman regala numerose parti di violino dal sapore celtico, che potrebbero far credere a più di uno che si tratti di un violino vero. Un altro bonbon folk rock, “Pro Patria Suite”, è, come dice già il titolo, una critica all’appetito smodato di guerra e di profitto, nonché una splendida allusione al famigerato scandalo che da mesi riempie le colonne dei giornali sloveni e mette in imbarazzo tutti i bugiardelli coinvolti, seduti ai tavoli del parlamento. A parte il ritornello dal tono cinico e le energiche transizioni di batteria, la parte principale del pezzo poggia su melodie eleganti, perlopiù sinfoniche, e su una pirotecnia acustica. Il culmine arriva nel ritornello finale, incoraggiante, con cori a più voci “da camerati”.

Certo, c’è più di un dubbio che gli Strawbs abbiano preso l’ispirazione per il testo dai recenti e allarmanti fatti della valle di San Floriano: di sicuro non perdono tempo con faccende banali come la politica slovena. Se fosse vero, uno dei protagonisti dell’omonimo scandalo dei veicoli militari si gratterebbe parecchio la nuca diradata e imbiancata, dopo essersi svegliato sudato e con un grido strozzato dal suo peggior incubo, al fianco di una moglie più giovane di tre generazioni, sessualmente delusa ma materialmente ben accudita. E nel farlo, con la sveglia del mattino sotto forma di “Pro Patria Suite” alla radio, dovrebbe stare particolarmente attento a non sbattere la testa contro l’enorme croce con gli smeraldi appesa sopra il letto.

“Where The Silent Shadows Fall” è un’ottima fusione di finezze folkloristiche e sinfonica malinconica basata su pianoforte e chitarra acustica, con un’atmosfera marcatamente retrò, mentre gli arrangiamenti orchestrali, con l’accento sui fiati, alzano di un altro gradino il clima maestoso, quasi solenne. Una delle sorprese più grandi è l’ottima “The Man Who Would Never Leave Grimbsy”, in fondo una ballata un filo ingenua, ma segnata dall’eccellente canto di Lambert, che in certi punti tira perfino dalle parti del (primo) David Bowie, a cui questo pezzo sarebbe di sicuro piaciuto. Fanno la loro parte anche i passaggi orchestrali ipnotico-pomposi che arrivano poco prima del ritornello.

La scherzosa e salata “The Ballad Of Jay And Rose Mary” è un esperimento blues che, per una band che non ha mai coltivato la tradizione blues, poteva finire malissimo, e invece alla fine risulta sorprendentemente divertente. L’atmosfera da bar è intrisa del modo di cantare “gracchiante” di Cousins, di passaggi di pianoforte da saloon e di armoniche a bocca. La title track è un altro dei vertici del disco: tra passaggi mossi di organo Hammond, frasi di chitarra hard rock e il canto rabbioso di Cousins, scoppia letteralmente di energia. Qui Wakeman junior ha finalmente abbastanza spazio per sfoderare la sua magia sugli Hammond e, con la sola atmosfera, riporta con successo i suoi compagni d’armi ai loro anni creativi d’oro.

In chiusura del disco c’è una versione rifatta dell’antico classico degli Strawbs “Oh How She Changed”, che si trova sul loro omonimo esordio del 1969. Si potrebbe dire che sotto ogni aspetto sia un upgrade dell’originale, merito soprattutto dei possenti arrangiamenti orchestrali e dell’astuto innesto della chitarra elettrica, di cui nei loro primi anni si sentiva spesso la mancanza. Forse sarebbe stato meglio infilare questo evergreen riarrangiato in qualche compilation “best of” di classici rifatti, e al suo posto offrire qualcosa di nuovo, ma questo non toglie nulla alla qualità del disco nel suo insieme.

Ispirato e spettacolare dall’inizio alla fine, “Dancing To The Devil’s Beat” dimostra che gli Strawbs, dopo più di quattro decenni di attività, sono tutt’altro che ferrivecchi e invecchiano come il vino: più sono vecchi, meglio vengono. Il pregio principale del nuovo lavoro, che farà felici soprattutto tutti gli amanti del folk rock sofisticato, sta nella varietà e nell’energia, che non ti aspetteresti da una band i cui membri, a parte Oliver Wakeman, hanno già tutti festeggiato i sessant’anni. Certo, i loro album classici, con in testa “Grave New World” (1972), “Hero And Heroine” (1974) e “Ghosts” (1975), restano una categoria a parte e uno standard che non riusciranno mai più a ripetere, eppure si conterebbero sulle dita di una mano le band rock (progressive) dell’era “antica” che oggi sanno unire in modo così convincente freschezza e sound classico e riconoscibile come stanno facendo ultimamente gli Strawbs. Già solo il fatto che siano gli unici della loro generazione a poter pubblicare un nuovo album a un anno dal precedente, e perfino a superarlo, dice tutto. “Dancing To The Devil’s Beat” è senza dubbio il vincitore, sia per qualità sia sul piano morale, tra i pochi album che i loro coetanei di generazione hanno offerto nel 2009.

Formazione

David Cousins – voce, chitarra, banjo, autoarpa
Dave Lambert – voce, chitarra
Chas Cronk – voce, basso, chitarra, tastiere, programmazione
Rod Coombes – batteria
Oliver Wakeman – tastiere, orchestrazione

Produzione

Strawbs

Tracklist

1. Revenge (Can Be So Sweet) (5:15)
2. Beneath The Angry Sky (4:27)
3. Copenhagen (4:44)
4. Pro Patria Suite (7:42)
(i) Back Along (We Were Young)
(ii) All For Each Other
(iii) Home Is Where The Heart Was Ever
5. Where Silent Shadows Fall (5:42)
6. The Man Who Would Never Leave Grimsby (4:59)
7. The Ballad Of Jay And Rose Mary (4:14)
8. Dancing To The Devil’s Beat (3:36)
9. Oh How She Changed (4:21)

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