David “Honeyboy” Edwards: il fossile vivente del delta blues alla Bluesiana (2012)

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Luogo: Bluesiana / Velden / Austria
Data del concerto: 05.10.2009
Presenze: 100
Prezzo del biglietto: 43 €

Lunedì scorso alla Bluesiana è passato David “Honeyboy” Edwards, uno dei pochissimi alfieri ancora in vita del cosiddetto delta blues. Con la sua prima visita in Austria ha fatto una bella sorpresa a tutti gli amanti del blues autentico e, già che c’era, ha regalato loro l’occasione di una vita: vedere all’opera una leggenda vivente. Oggi “Honeyboy” ha 94 anni ed è una vera rarità nel mondo della musica, lo spirito di un’altra epoca, ormai lontanissima. Pazzesco! Dopo la scomparsa di Henry Townsend (96) e Robert Lockwood (91), Edwards è probabilmente, insieme al grande amico Pinetop Perkins, l’unico vero rappresentante “indigeno” della cucina blues tradizionale.

“Honeyboy” è arrivato alla Bluesiana con altri due irriducibili drogati di blues: Michael Frank, maestro dell’armonica a bocca, e l’ottimo chitarrista Les Copeland. La prima metà della serata l’ha aperta proprio quest’ultimo, con un set per lo più solista. Copeland è un nome riconosciuto nel mondo del blues. Da noi è un musicista piuttosto sconosciuto, attivo soprattutto al di là dell’Atlantico, dove ha già diviso il palco con leggende del blues come Sonny Rhodes e Jimmy Lee Robinson. Negli ultimi anni Les scava evidentemente sempre più a fondo nelle radici del blues e, ammettiamolo, un mentore migliore di David “Honeyboy” Edwards per una cosa del genere oggi farebbe fatica a trovarlo chiunque. Nonostante un’espressività tutta archeologica, che per fama sa di rigidità e scarsa flessibilità, Les si è dimostrato anche un grande maestro dell’improvvisazione e dello slide. Con un forte appoggio al country blues, una delle sue prime influenze, la sua presenza scenica guadagna costantemente in varietà.

Les ha preso posizione al centro del palco della Bluesiana qualche minuto dopo le 21, si è infilato la chitarra con aria pigra e, con la sigaretta tra le labbra, si è avviato sicuro verso una selezione di standard blues più o meno noti. “Smokin’ 44” e “Make Me a Pallet On The Floor” di Watson sono risuonate senza forzature, completamente “in clean”, e a queste è seguita la prima di una serie di vertiginose spedizioni slide, che hanno toccato il picco d’atmosfera con “I Can’t Be Satisfied” e una versione maliziosa di “Little Red Rooster”. Les ha cambiato in continuazione le sfumature d’umore con grande efficacia e, nell’intonazione chitarristica minimalista, il risultato suonava autentico, ortodosso, bluesman fino al midollo, tradizionale, come se il tipo avesse 100 anni. Copeland si è evidentemente impregnato a dovere degli aromi delle ricette blues tradizionali, che un tempo vivevano esclusivamente nelle immense paludi del Mississippi e che oggi, nella loro maniera originale, vengono sparse in giro solo da un pugno di coetanei di “Honeyboy”. Il tempo, naturalmente, scorre spietato e anche qui si tratta di una specie rara, a un passo dall’estinzione.

Les Copeland, con una dimostrazione di blues crudo servito senza conservanti, ha tracciato la linea per il resto della serata. Su Everday People lo ha raggiunto sul palco Michael Frank, che per il resto della prima parte ha offerto al collega un morbido supporto di armonica a bocca. I due signori hanno presentato anche del materiale dall’album di Copeland annunciato per il prossimo febbraio, che uscirà proprio per l’etichetta di Michael Frank.

Dopo una pausa piuttosto breve è arrivato il momento tanto atteso. David “Honeyboy” Edwards è una leggenda vivente del blues! Alla lettera! Il signore di 94 anni, vincitore del prestigioso Grammy, è una vera perla della musica blues, uno dei pochi dinosauri del blues ancora in vita, già attivo musicalmente all’inizio degli anni ’30 del secolo scorso e salito un tempo sul palco con il leggendario Robert Johnson. Per giunta, il decano del blues avrebbe assistito anche alla fatidica serata in cui al diavolo finì finalmente la pazienza e allungò al povero Robert, che non sospettava nulla, una bottiglia di un corroborante leggermente velenoso. Il resto è storia!

Aspettando il momento clou della serata, personalmente non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che dalla visita della leggenda blues ci saremmo portati a casa soprattutto una fredda minestra di classici blues buttati lì in fretta, con il rischio, secondo una regola non scritta, di vederli messi nei guai proprio dall’accompagnamento musicale dell’icona del blues. Insomma, “Honeyboy” ce lo saremmo goduti come una specie di monumento che si muove a stento al blues tradizionale. Se pensiamo che chiunque, alla sola menzione di un uomo di 94 anni, si aspetterebbe qualcosa di non proprio elegantemente fossilizzato, allora l’esibizione di David Edwards ha servito una sorpresa inimmaginabile. Nonostante l’età astronomica, “Honeyboy” è ancora incredibilmente vitale, anzi, pieno di energia. Vero, sul palco il vecchietto è salito solo con l’aiuto di Les Copeland, ma come ha mostrato il prosieguo della serata, in quel corpicino scarno brucia ancora la fiamma di un trovatore del blues incorreggibile, che per quello che fa non conosce né vergogna né rimpianti.

David “Honeyboy” Edwards si è dimostrato lucidissimo: con l’orecchio più fino ha seguito per tutto il tempo ciò che accadeva e il polso di quello che gli stava intorno. Ogni mossa, che fosse la discesa di Copeland dalla tonalità di base o una spontanea risposta all’armonica di Frank, restava sempre dentro il campo percettivo dell’eminente ospite. Il suo modo di suonare la chitarra rimaneva, comprensibilmente, il più essenziale possibile, cioè un linguaggio di strimpellate crude e genuine, e la sua interpretazione chiarissima, a ogni mossa prevedibile, pretendeva il rigoroso rispetto dei valori tradizionali e dell’ordine. Vale la pena citare anche un fatto sorprendente: durante l’esibizione “Honeyboy” ha mantenuto il primato di direttore d’orchestra indiscusso dello sviluppo degli eventi, e si è perfino lanciato più volte in nuove avventure soliste che a tratti suonavano parecchio disarmoniche, ma che hanno sempre raccolto fragorosi applausi dal pubblico, che da un novantaquattrenne ovviamente non si aspettava certe imprese.

“Honeyboy” ha conquistato le simpatie dei presenti alla Bluesiana con un’invitante serie di standard blues, rimodellati a misura dell’ispirazione del momento, tra i quali ha infilato “discretamente” anche qualche idea di sua penna. Naturalmente non potevano mancare “Sweet Home Chicago” e “Travelling Riverside Blues” di Johnson o, per dire, “Rollin’ Stone” di Waterson, e il cuore degli appassionati di blues ha fatto un altro salto con “Going Down Slow”. Accompagnati dalla voce sottile e stridula di Edwards, questi brani ricordavano la netta linea di confine tra il blues classico e la spazzatura sonora ottusa e senza cuore che oggi, sempre più spesso e senza un briciolo di rispetto, viene equiparata al concetto di musica blues. Possiamo considerarci fortunati di aver goduto, in compagnia di “Honeyboy” Edwards, proprio dell’immagine non truccata della musica, che per le orecchie del consumatore medio di musica è semplicemente troppo diretta e di cattivo gusto. È proprio a loro che va l’avvertimento di “Honeyboy”: guardate quanto indietro arrivano le radici della musica popolare.

Foto: Robi Lipej

Scaletta

1. Smokin’ 44 2. Make Me a Pallet On The Floor 3. Strumentale slide 4. I Can’t Be Satisfied 5. Little Red Rooster 6. Everyday People 7. Please Don’t Let The Devil 8. Blues in G 9. Little Red Wagon 10. Walkin’ My Blues Away 11. Rollin’ Stone (Catfish Blues) 12. Sweet Home Chicago 13. That’s Allright 14. Little Boy Blue 15. All Your Love 16. Meet Me Around The Corner 17. Goin’ Down Slow 18. Gamblin’ Man 19. I Feel So Good 20. Travelling Riverside Blues 21. Mother In Law 22. That’s Allright

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