Death Or Glory

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Running Wild
Etichetta: Noise Records
Uscita: year
Voto: 5/5

»Death Or Glory« ha tutte le carte in regola per essere incoronato miglior album nella storia dei Running Wild, il che vuol dire che siamo davanti a uno dei classici di un metal teutonico ormai sempre più a corto di idee. Il capitano Rolf Kasparek, alias Rock ‘n’ Rolf, e la sua ciurma in questa epica odissea in studio riescono a portarti attraverso i capitoli vergognosi e gloriosi della storia umana, di nuovo ai tempi delle battaglie tra pirati, delle guerre napoleoniche, di varie ed eventuali porcate del passato della Chiesa cattolica e della schiavitù nelle piantagioni. Per farlo, su »Death Or Glory« oltre alle maniere classiche del metal teutonico, con in testa il vocione tonante di Rolf, una raffica di brutali passaggi di chitarra e le rombanti martellate della doppia cassa, usano anche qualche elemento orchestrale e, per una volta, perfino le cornamuse scozzesi: è l’album più vario di tutta la loro carriera, e ancora oggi suona sorprendentemente fresco.

Dopo essere riuscito a tenere nella band la stessa squadra del disco precedente, il bellissimo »Port Royal« (1988), Rolf è riuscito a ottenere stabilità e continuità, una rarità vera nella sua lunga carriera da dittatore indiscusso della scena ‘pirate metal’ tedesca. »Death Or Glory«, che con l’apertura »Riding the Storm« e con »Bad to the Bone« contiene due dei cinque brani più noti e amati della loro carriera, si piega sotto il peso di pomposi e potenti passaggi di chitarra, quelli che regnano soprattutto sui classici dal vivo ormai di lunga data. La maggior parte di musica e testi, come al solito, porta la firma di Kasparek, ma stavolta il processo creativo è stato sorprendentemente democratico: hanno lasciato il segno come autori anche il bassista Jens Becker (poi entrato nei Grave Digger), il chitarrista Majk Moti e il batterista Ian Finlay. Soprattutto quest’ultimo ha contribuito alla pari alla scrittura di alcuni dei pezzi migliori di »Death Or Glory«, ma questo non gli ha allungato la permanenza nella band: un anno dopo, a fine tour, ha dovuto salutare tutti insieme a Moti.

La già citata mazzata »Riding the Storm«, forse addirittura la miglior opener della loro storia, parte con un’introduzione epica che si piega sotto il peso di possenti passaggi di chitarra e armonie a tre voci. Queste ultime, rispetto a quel che facevano per dire gli Iron Maiden, nei Running Wild non erano certo frequenti, quindi ancora oggi è una gioia sentirle ovunque spuntino. La furiosa corsa ritmica del duo Becker-Finlay macina tutto quello che incontra, mentre il capitano Rolf porta avanti il suo tonante canto piratesco, sempre in assetto da battaglia, tanto che non è difficile immaginarselo in piedi sul ponte in mezzo alla tempesta, con la sciabola insanguinata in una mano e un bicchiere di rum nell’altra. L’intensa atmosfera ‘piratesca’ col grido ‘verso la libertà’ non cala di un millimetro e prosegue alla grande anche sull’inno metal melodico »Renegade«, che suona come l’autobiografia di Kasparek. Gli assoli di Moti sono brevi, in linea con la durata della maggior parte dei pezzi del disco, ma abbastanza ingegnosi e rinfrescanti da alleggerire un po’ le sfumature ritmiche sempre da battaglia. Il breve inserto ‘rappato’ ancora oggi suona come una sorpresa buffa e aggiunge ulteriore energia, soprattutto a vantaggio del ritornello pomposo, a più voci. 

La cupa »Evilution« sorprende ed esalta ancora una volta con le sue armonie a tre voci, che creano un’atmosfera quasi barocca. Un’atmosfera che torna più volte anche nei pezzi successivi ed è davvero in perfetta sintonia con la maggior parte dei testi del disco. Rolf, come è nelle sue corde, se la prende di nuovo coi misfatti storici della monarchia assoluta e della Chiesa. »Running Blood«, altro centro pieno di passaggi di chitarra melodico-epici, ha un’introduzione strumentale che ricorda la musica popolare russa dei tempi degli zar e ti evoca davanti agli occhi il gelo siberiano, ma soprattutto l’immagine della fallimentare campagna di Napoleone contro Mosca. Il testo, invece, parla dell’Inquisizione, su cui il signor Kasparek ha sempre avuto un sacco di ‘belle’ cose da dire. L’epico strumentale »Highland Glory (The Eternal Fight)«, che a giudicare dal titolo è probabilmente dedicato alle rivolte scozzesi contro gli inglesi, è uno dei pezzi strutturati con più intelligenza in tutta la storia dei Running Wild: per la mole di armonie di chitarra complesse e di brillanti improvvisazioni ritmiche, soprattutto le linee di basso geniali di Becker, a tratti suona addirittura progressive, cosa davvero insolita e rara per questa band. La creatività chitarristica di Moti era entusiasmante, e proprio per questo, come buona parte dei suoi successori, alla fine ci ha rimesso il posto nella band. 

Su »Marooned« i Running Wild tornano al periodo piratesco ‘di casa’, dove regna di nuovo un’atmosfera marcatamente battagliera grazie ai cori a più voci e soprattutto a un ritornello inneggiante, epico e melodico. Il riff centrale è quasi ‘iconoclasta’ e riconoscibile da lontano, mentre le epiche armonie a tre voci dimostrano ancora una volta perché questo album è il candidato numero uno a vetta dell’intera discografia. L’inno ribelle »Bad To The Bone« è ancora oggi uno dei classici (dal vivo) più amati dei Running Wild, e non c’è da stupirsi: è un inno metal a sangue pieno, con un messaggio da battaglia, passaggi di chitarra senza compromessi e un ritornello melodico che suona come un richiamo a rialzarsi per un popolo umiliato e messo in catene. Anche »Tortuga Bay«, il racconto del più famoso covo dei pirati dei Caraibi, è tra i momenti migliori del disco, con il capitano Sparrow, cioè Rolf, di nuovo ‘nel suo elemento’ grazie a un tuonare vocale appassionato, mentre intorno a lui crepitano furiose raffiche di chitarra e una mandria di batteristi in stampede si lancia senza pietà.

La title track, cioè »Death Or Glory«, è incredibilmente il pezzo meno interessante e riuscito del disco, con un ritornello anonimo in cui la cosa più divertente è ancora il latrare di Rolf contro tutte le ingiustizie di questo mondo, mentre l’arrangiamento centrale suona perfino un filo comico. Molto meglio la leccornia epica »Battle Of Waterloo«, il pezzo migliore dell’intero album, che con la sua atmosfera intensa riesce a richiamare alla memoria la caduta definitiva di Napoleone e il suo addio alla pattumiera della storia. L’introduzione strumentale con le cornamuse scozzesi dipinge benissimo l’arrivo dell’esercito di Wellington, mentre i furiosi passaggi di chitarra e i rotolanti stacchi di batteria ricordano subito la marcia di guerra prima dell’inizio di una grande battaglia. Più avanti si risvegliano di nuovo anche le epiche armonie di chitarra, e il signor Kasparek si ritrova ancora una volta a suo agio nel ruolo di ‘narratore’ epico di alcuni dei capitoli più oscuri della sanguinosa storia dei popoli. La traccia conclusiva »March On«, epico congedo piratesco e richiamo alle armi per continuare a vivere da ribelli, per via dei limiti di tempo legati alla durata degli LP non era nemmeno entrata nell’edizione originale dell’album, un vero peccato, perché chiude con successo il quadro sonoro di »Death Or Glory.

La ristampa del 1999, uscita per il decimo anniversario dell’originale, contiene bonus track molto interessanti, con in testa il singolo dal taglio piuttosto commerciale »Wild Animal«, un pezzo divertentissimo e melodico che ha un ritornello atipico, da glam/hair metal. I Running Wild non hanno mai suonato così commerciali, né prima né dopo questo brano. È evidente che il capitano Kasparek voleva consolidare l’inatteso successo di »Death Or Glory«, quando al concerto di Düsseldorf si presentarono quasi 9000 persone, ma il tutto è rimasto solo un tentativo. Con l’arrivo degli anni Novanta la popolarità dell’heavy metal classico è crollata drasticamente, ma i Running Wild nella loro missione musicale non si sono spostati di un millimetro, restando rigidi tradizionalisti del suono, con conseguenze tanto positive quanto negative.

»Chains And Leather« è una riuscita rielaborazione dell’inno heavy classico di »Branded And Exiled« (1985), che con la produzione migliorata suona decisamente meglio dell’originale. »Tear Down The Walls« è un inno di battaglia infarcito di frasi pungenti che, nonostante un’apertura piuttosto cupa, se ne esce con un ritornello sorprendentemente melodico. L’epico brano di chiusura »Störtebeker«, un’altra energica storia della lotta del piccolo uomo contro i ricchi corrotti, è dedicato al Robin Hood tedesco, il corsaro amburghese ed eroe popolare Klaus Störtebeker, che nel 1401, con l’accusa di pirateria, fu decapitato dalla disgustosamente ricca Lega Anseatica, cioè dai bisnonni del capitalismo moderno. Dopo la sua morte nacquero numerose leggende, la più famosa delle quali racconta che davanti alla folla il corpo decapitato di Störtebeker si rialzò e passeggiò verso i suoi 11 compagni condannati, prima che il boia lo facesse inciampare. Pare che al boia il senato di Amburgo, dopo che aveva mandato a morte altri 11 compagni di sventura di Störtebeker, avesse chiesto se fosse un po’ stanco di tutto quel tagliare teste. Il boia ghignò e disse che era una vera sciocchezza e che, già che c’era, sarebbe stato capace di tagliare anche le teste dell’intero senato. Per questa battuta fu giustiziato di persona, e la testa gliela tagliò il membro più giovane del senato. 

“Molti che lassù avrebbero voluto essere grandi staranno qui come porci in mezzo a un pantano di porcherie, se si lasceranno dietro fama di infamia”, ragionava a suo tempo Dante, offrendo lo spunto per il messaggio centrale di »Death Or Glory«, con ogni probabilità il miglior album di tutta la storia dei Running Wild. Il messaggio di fondo, cioè che la ricchezza eccessiva e il rotolarsi nel lusso e nel grasso prima o poi portano con sé una morte amara, mentre al poveraccio resta ‘solo’ il crogiolarsi nella gloria dei giusti e l’onore postumo, come è capitato per esempio al 90% dei poeti e scrittori sloveni, oggi è più attuale che mai: »Death Or Glory« ha quindi superato alla grande la prova del tempo, sotto ogni aspetto. Allo stesso tempo, questo capolavoro è anche un ottimo punto di partenza per chi vuole conoscere nel modo più facile il volto e l’opera dei Running Wild.

Formazione

Rolf Kasparek – voce, chitarra
Majk Moti – chitarra
Jens Becker – basso
Ian Finlay – batteria

Produzione

Running Wild

Tracklist

1. Riding the Storm
2. Renegade
3. Evilution
4. Running Blood
5. Highland Glory
6. Marooned
7. Bad to the Bone
8. Tortuga Bay
9. Death or Glory
10. Battle of Waterloo
11. March On

Bonus track:
11. Wild Animal
12. Tear Down the Walls
13. Störtebeker
14. Chains and Leather

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