Deceiver of the Gods

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Autore: Sebastijan Videc

Artista: Amon Amarth
Etichetta: Metal Blade Records
Uscita: year
Durata: 47:52
Voto: 3/5

Incubo e leggenda dell’alto Medioevo, i Vichinghi continuano a far correre la fantasia in tutto il mondo, e non c’è da stupirsi che le loro imprese finiscano così spesso nel metal. Gli Amon Amarth sono considerati la band viking metal più amata, con un sacco di fan anche da noi. Quelli, probabilmente, mentre si bagnano i piedi nel Lago di Bohinj si immaginano su un fiordo norvegese pronti a salpare, si danno coraggio con la birra versata dai corni e, a dirla tutta, aspettano solo il prossimo concerto.

All’inizio dell’estate sono partiti per la loro razzia con l’ultima fatica, la nona in carriera, intitolata Deceiver of the Gods. L’ingannatore degli dèi ci porta dieci pezzi nuovi, la maggior parte dei quali ruota attorno alle storie del malvagio e scaltro dio Loki (quello la cui maschera, nell’omonimo film con Jim Carrey, ha combinato non pochi guai), che nelle saghe nordiche ha fatto bere sangue e innervosire un bel po’ di dèi, causando tra le altre cose anche la morte del figlio del sommo Odino; potete immaginare che tra gli altri dèi non godesse esattamente di grande stima. Il dio furbetto ci saluta ovviamente anche dalla copertina, dove si difende dall’attacco di Thor.

L’album si apre con la title track, che ti solleva con riff e armonie possenti e promette una vera devastazione vichinga. As Loke Falls non fa che aumentare l’assalto ai tuoi timpani. Purtroppo, però, il seguito si trasforma in un deserto di death metal melodico alla Amon Amarth già sentito, potrei quasi dire generico. Non che la musica sia brutta, tutt’altro. Ma la band, purtroppo, ha paura di uscire dai propri schemi e il tutto comincia a suonare molto, molto simile. La voce di Hegg resta la stessa e più di una volta ho avuto la sensazione di conoscere già testi e linee vocali dai vecchi album. Non convince nemmeno il suono delle chitarre, che stavolta risulta anonimo, quasi troppo prodotto. Un po’ di sonnolenza a metà disco viene spezzata da Blood Eagle, col tempo più veloce di tutto l’album e probabilmente il testo più crudele, visto che descrive la sanguinosa tortura che i nordici usavano sui loro nemici.

Gli Amon Amarth hanno invitato in studio anche l’ex cantante dei Candlemass, Messiah Marcolin, che nel brano intitolato Hel completa bene il ruggito di Hegg con la sua voce pulita nei ritornelli. Il pezzo spicca davvero nel disco, e non solo per il duetto nel ritornello, ma anche per i cori femminili e una leggera melodia orientaleggiante che finora non avevo mai sentito in questa band. A dirla tutta, Hel mi ricorda più i Therion che gli Amon Amarth. L’album si chiude con l’epica Warriors of the North, il pezzo che personalmente ho aspettato per tutto il disco: una miscela perfetta di chitarre melodiche, ritmo duro da marcia e armonie che, insieme al growl, ti guidano in battaglia senza paura e senza esitazioni.

Ed è proprio qui che sta il problema di questo disco. Dopo tre quarti d’ora di ascolto arriviamo solo al primo, ma purtroppo anche ultimo brano che ha tutte le caratteristiche e le qualità che hanno reso gli Amon Amarth così amati. Purtroppo, gli ultimi due dischi soffrono proprio di questa mancanza di inni vichinghi epici. A dirla tutta, i ragazzi hanno abbastanza chilometri alle spalle da non poter più sfornare in futuro un disco davvero pessimo, visto che suonano una formula collaudata di death metal melodico con testi vichinghi, a cui per giunta si aggiunge un’ottima atmosfera dal vivo. Se siete dei palati fini della musica, vi consiglio di evitare questo disco, ma se vi piacciono lupi, nordici e i loro dèi, portatevelo a casa senza pensarci.

Formazione

Johan Hegg – voce
Johan Söderberg – chitarra
Olavi Mikkonen – chitarra
Ted Lundström – basso
Fredrik Andersson – batteria

Produzione

Andy Sneap

Tracklist

1. Deceiver of the Gods
2. As Loke Falls
3. Father of the Wolf
4. Shape Shifter
5. Under Siege
6. Blood Eagle
7. We Shall Destroy
8. Hel
9. Coming of the Tide
10. Warriors of the North

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