L’ebbrezza infernale dei meno noti (2013)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Klub Grmki, Metelkova, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 12.09.2013
Numero di spettatori: 30 – 40
Prezzo del biglietto: ingresso gratuito
Ci sono concerti per cui non so trovare l’attacco giusto senza risultare sfacciato, pretenzioso o semplicemente insulso, quindi stavolta parto con un’ammissione sincera: il giorno prima del tredici settembre, per giunta di venerdì, non avevo nemmeno idea di cosa mi aspettasse quando ho occupato l’anticamera del club Gromki. Mezza Slovenia era a casa a tremare per le nostre grandi speranze all’EuroBasket, mentre noi blasfemi dello sport, poco dopo le dieci di sera, ci siamo ammassati piano piano nello spazio minuscolo davanti al palco di uno dei posti per concerti meno celebrati di Metelkova. Il motivo per cui ero lì era soprattutto la curiosità di sentire dal vivo come suona lo stoner primordiale sloveno dei Voodoo Mule, tutto il resto era contorno alla serata, e le aspettative erano tutto tranne che altissime. L’aria pesante, sempre più carica di tensione, l’abbiamo sciacquata con qualche sorso di birra, mentre dagli speaker usciva una selezione squisita di doom metallizzato più moderno, ibridi di stoner e soprattutto death e thrash più underground, finché il ritmo sonnolento della serata non è finalmente salito di marcia.
Sul palco sono saliti per primi tre ragazzi, bardati con uniformi di pelle d’altri tempi e con quegli orpelli che negli anni Ottanta si trovavano in abbondanza su ogni esponente del metal ortodosso. Il trio lubianese Hellsword giura sul principio rustico dello speed e del doom ortodossi, ma anche di un black metal blasfemo e incupito; in un’epoca in cui i portabandiera del metal perdono identità per via dei miscugli ibridi con sottogeneri molto più da classifica, o sono troppo presi dalla propria posa, dal proprio immaginario e roba simile, a rimetterci sono contenuto, essenza e qualità della musica servita, e tutto ha cominciato a suonare, nonostante una produzione molto più curata, uguale e noiosamente monotono. Dietro le pelli si siede Mark Massakre, a cui dà un paio di dritte anche il bassista e cantante Mike Manslaughter, mentre sul lato destro del palco Ironfist, visibilmente carico, accorda per l’ultima volta la sua Stratocaster, e la stampede può partire. Dopo quattro anni passati a levigare e concentrare la tintura distillata dei vecchi Venom, Bathory, Hellhammer e Celtic Frost, i ragazzi, armati del demo EP Blasphemy Unchained, hanno scolpito un linguaggio tutto loro, che più che all’ossessione demoniaca del black metal è vicino agli esordi speed metal dei primi anni Ottanta, o a una versione più brutalizzata dei Mötörhead; il trio funziona benissimo dal punto di vista sonoro, mentre la recitazione sul palco e le pose, grazie a un caso fortunato, non gli riescono granché. Io però ero venuto ad ascoltare musica, non a giudicare una performance teatrale. Nel prevedibile Unholy Reich Mike e Ironfist si dimostrano i due portatori della melodia, Mark serve in modo rudimentale e per nulla complicato una solida metrica di batteria, e gli Hellsword in modo bizzarro rievocano anche l’immagine dei primi Metallica attorno all’album Kill ‘Em All, dei primi Exodus e perfino dei primissimi Slayer. Probabilmente per via della patina di suono non ancora levigata, che si basa soprattutto sul suono vintage ruvido e depilato dei Marshall e sulla serie di riff accuratamente consumati di Ironfist, proprio questi ultimi in serata coprono di brutto la voce di Mike e i suoi versi sul grande signore dell’inferno. Una dose di pezzi più recenti e l’annuncio del nuovo lavoro in studio, l’EP Sounding Of The Seventh Bell, arrivano con le canzoni Rip Through The Night e con la solida zombieggiata di Graves Of The Damned, in cui la ricetta non cambia: oltre alla padronanza ritmica serve anche il talento solistico di un Ironfist ben preparato, ma visibilmente teso. Il collage ben eseguito di ritmi e suoni d’altri tempi a tratti zoppica per via dell’impianto non proprio all’altezza, e a sostenere il trio sul palco, nelle prime file, ci pensa il quarto membro della serata – un pubblico all’inizio un po’ assonnato, ma di buon umore. La sinistra caccia ai record di velocità prosegue alla maniera di Lemmy Killmister con la canzone Marching Towards The Heaven (Satan, Death & Fear), mentre a me cattura l’attenzione soprattutto Burn The Chapel, che ha più struttura e un assolo davvero bello tosto. Il resto del dosaggio e del condimento della serata, fatto di dosi ingenue di un occultismo già vissuto, ma di sicuro divertente e un po’ scaduto, era un filo troppo poco per far esplodere tutte le passioni e per lanciarsi a testa bassa nella lotta di sopravvivenza sotto il palco, e il pubblico, piuttosto statico, abbassava la temperatura nei Gromki, per il resto impregnati di sudore e feromoni. Neanche le due cover conclusive della serata, con il collo dolorante, cambiano le carte in tavola. Per prima rimbomba dagli speaker una cover ben calibrata degli svizzeri Hellhammer e del loro Messiah, su cui, come il cacio sui maccheroni, cade un po’ di polvere dell’età dell’oro della prima ondata dell’heavy metal britannico – Witching Hour dei famigerati satanisti Venom. Siamo i benvenuti all’Inferno? Assolutamente! Gli Hellsword chiudono il loro pacchetto di intrattenimento in grande stile, ma senza picchi tali da far appuntare subito medaglie al valore a un trio musicale talentuoso e ortodosso già al primo ascolto. La passione è senz’altro un fattore su cui si può costruire qualcosa di bello e di buono, e ai ragazzi non ne manca di sicuro, solo che sul palco non sanno ancora mostrarla del tutto e trasmetterla al pubblico, penso, mentre parte il cambio palco al volo.
Che restiamo fedeli al numero tre lo dimostra, dopo una breve pausa, anche il proseguimento della serata. Una promessa dal suono più stoner e più fatale ce la offrono i lubianesi difensori del garage fumoso, i Voodoo Mule. Il concerto parte spontaneo e senza grandi pompe. Sul palco salgono tre ragazzi, si mettono addosso la maschera del rilassamento totale e cominciano il loro trattato di primordialità in sintonia con la propria natura animale. Dietro la batteria, con piatti posizionati in modo bizzarro e tamburi sistemati altrettanto bizzarramente, si dà da fare Fabijan ‘Hippo’ Purg, a cui risponde con un basso zeppo di distorsione, a ritmo, e senza il peso di regole e struttura, Iguana, mentre il tutto è centrato attorno agli intermezzi melodici e alla bacchetta del chitarrista e cantante Jagnje. Un vero zoo, pensate, ma a livello sonoro il servizio di questo trifoglio erbaceo segue alla lettera il principio dello sfrenato desiderio primordiale di ritmo e melodia. Un lungo fischio di feedback distorto si trasforma nell’intro sporco e sludge di Honeyland. Jagnje suona brutale e sporchissimo, Iguana col basso si incolla bene alla base di cemento della batteria di Hippo, un po’ sgangherata e che parte per conto suo. Il ripetuto oratorio tuonante degli Electric Wizard un po’ ammorbiditi stavolta non vira verso le acque fumate di qualche Monster Magnet, ma già solo per presenza scenica e per il miscuglio medicato di stoner semplificato e sludge i Voodoo Mule sono più vicini ai Grrizli Madams della Posavje che a un Jimi Hendrix qualsiasi. Si allunga e si tira per le lunghe un sacco di sensazioni, cosa che sulla base stoner ci sta a pennello. Jagnje canta con la giusta raucedine sulla ripetizione ritmica mostruosamente muscolosa di batteria e basso. Che si senta in pieno perfino un po’ di Primus lo dimostra il pezzo Tophat Black, con cui nel set si insinua addirittura un po’ di blues non rifinito, che sotto tonnellate di frasi di chitarra stridenti si fa strada fino ai cuori e alle anime di un pubblico sempre più fitto, a cui le stecche nel ritmo e i bei suoni consumati non danno minimamente fastidio. Tutto è sensazione, e i Voodoo Mule non sono portatori di bellezza estetica, ma di una vera calibratura sulle frequenze dell’annegare sfrenato nell’ispirazione del momento, istantanea. I pezzi suonano più come jam session, esperimenti sonori, e la chimica del trio lubianese ha, nonostante il casino totale, qualcosa di miracoloso e di bello, quasi sonoramente erotico. Dimenticatevi la linea d’avanguardia delle linee ben studiate. I Voodoo Mule sono dadaisti, e la loro esoterica erbale la dosano a grandi dosi, con ampie ripetizioni di ciò che si è sentito su scala epica. Ogni pezzo supera il traguardo dei cinque minuti, e questa spensieratezza quasi progressivamente dilagante verso la forma riempie le volte dei Gromki di sporcizia, rumore e di una semplicità che dà dipendenza. La razionalità si spegne, e Voodoo Zoo diventa il diktat sonico, accettato, di una botta per nulla sentimentale e morbida. C’è spazio soltanto per irritare i puristi del suono, e i pezzi sono qui solo una scusa per dominare col rumore i pensieri ordinati con un grasso substrato di garage di categoria pesante. Come ascoltare gli Horn Of The Rhyno, solo che stavolta, al posto degli spagnoli, a portare il piacere sono sciamani indigeni di melodie rudimentali alla Black Sabbath, in un trip molto scuro e brutale. Sexy! Nonostante l’album uscito da poco, il trio non si culla nel sogno che non ci sia più niente da aggiungere a breve, e così il grande atto conclusivo della serata è stato la resa dei conti sulla lunga distanza con il serpente di chiesa; con le orecchie rintronate e i sorrisi felici, dopo il grande finale sbilanciato, ce ne siamo potuti andare incontro a nuove sfide.
Qui ci sta anche un grazie alla squadra degli organizzatori del club Gromki, che ha dato occasione e spazio per temprare sul palco due giovani band di talento, che però hanno ancora bisogno di fare esperienza. La riconcettualizzazione del significato del tre sul palco ha trovato, con la presentazione di due sguardi diversi su cosa dovrebbe rappresentare la musica ortodossa, un magnifico completamento, che di giudizi di valore concreti e definitivi non ha neanche bisogno. Entrambe le band si dedicano con devozione a far ribollire il sangue e credono nei propri postulati di esistenza e creazione, e la primordialità è il filo conduttore con cui entrambe possono tranquillamente firmare. La qualità degli uni e degli altri sta nel fatto che non cedono a mode e dettami, e sta al gusto di ognuno decidere a quale dose di felicità attingere per prima. A me, personalmente, vanno più a genio e toccano i tasti mentali giusti i variopinti Voodoo Mule, e questo perché io sono cresciuto sui suoni del grunge sbrindellato, e al delirio psichedelico di Kyuss, Fu Manchu e Queens Of The Stone Age e di simili zii non ero pronto a rinunciare. Che vuoi che ti dica, dei gusti non vale la pena litigare, ma metto la mano sul fuoco che realizzeranno il loro potenziale non ancora levigato sia i Voodoo Mule sia gli Hellsword, intrisi del blasfemo infernale »No!« alle norme e ai precetti della chiesa. L’opposizione ai miseri canoni c’è dunque anche in Slovenia, e io spero che il garage ortodosso non si piegherà mai alle mode. Quest’ultimo è infatti l’ultimo baluardo del vero rock’n’roll contro la commercializzazione e lo svuotamento totale in nome del capitale, del successo e delle maggiori tirature di dischi, cosa che col vero concetto di alternativa, metal, stoner o qualsiasi altra etichetta vi venga in mente non c’entra niente. Nonostante tutto, ragazzi come Hellsword e Voodoo Mule hanno bisogno di più occasioni per seminare il loro organon di rumore e ribellione tra le masse, dal vivo, in concerto, senza intermediari, perché esperienza sul palco, gli uni come gli altri, ne hanno senza dubbio bisogno. Si sa: la pratica fa il maestro, e sulla gloria passata e sugli allori non si può dormire, e non si deve!
Scaletta
HELLSWORD:
1. Unholy Reich
2. Rip Through The Night
3. Graves Of The Damned
4.Satan, Death & Fear
5. Burn The Chapel
6. Curse Of The Seed
7. From The Crypts
8. Evil’s Rebirth
9. Messiah (Hellhammer cover)
10 Witching Hour (Venom cover)
VOODOO MULE:
1. Honeyland
2. Tophat Black
3. Rip Off
4. I Am The Midnight Moler
5. Youth Of America
6. Church Snake Pt. II
Galleria fotografica



























