Dedicated To Chaos
Artista: Queensrÿche
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 2011
Durata: 70:51
Voto: 4.5/5
Cosa c’è ancora da dire su una band che in carriera ha venduto oltre 20 milioni di album in studio, è entrata nella top ten, ha calcato i palchi di mezzo mondo in compagnia di gente come Metallica, AC/DC, Def Leppard, Bon Jovi, Guns N’ Roses, Kiss, Iron Maiden, Dream Theater? Questi fatti, di per sé, dicono che i Queensryche da un pezzo non hanno più bisogno di dimostrare niente a nessuno davanti al grande pubblico musicale.
I Queensryche sono sempre stati considerati degli innovatori, inclini a integrare sperimentazioni fresche. Il coraggio, da questo punto di vista, alla band non è mai mancato. Il problema è nato solo quando tutti hanno preteso una reinterpretazione di “Operation Mindcrime” e “Empire”. Per la band, battesimo benedetto o maledizione che sia, sta soprattutto nel fatto (forse un fenomeno storico unico nel rock) che i Queensryche sono usciti dagli albori dello speed metal americano (i loro primi fratelli gemelli in questo senso erano per esempio i Fates Warning) e hanno mantenuto la definizione di frase di chitarra “a uso metal” ben integrata anche in “Promised Land”, pur non suonando più metal “puro” da un sacco di tempo (dal 1986 in poi, mai più). Questo significa che negli anni Ottanta si sono guadagnati il sostegno della maggior parte del fedele pubblico metal. Ma quando una volta tradisci questa fedeltà, finisci davvero in disgrazia. Tutti gli amanti del metal che mettono in cima al menu della discografia dei Queensryche proprio “Operation Mindcrime”, con un netto allontanamento dal metal verso l’art rock (già di per sé abbastanza controverso), ancora oggi non sono disposti a sacrificare un briciolo di elasticità intellettuale delle proprie circonvoluzioni cerebrali per capire che la portata espressiva dei Queensryche ha superato da tempo i confini del metal. I Queensryche sono una band che può mettere le mani su qualsiasi genere, e anche di più. Su una fusione di diverse forme di genere nell’universo della musica stessa. In pratica non conoscono limiti e nemmeno vogliono conoscerli. Sì. Forse lo state già intuendo ed è proprio così. Abbiamo davanti un album sperimentale e vario, che nel periodo post “Hear In The Now Frontier” è di gran lunga il più riuscito nell’insieme. La provocazione, insomma, è il secondo nome dei Queensryche.
È un album che chiede tempo per sedimentare. Per questo servono più giri nel lettore. Ovviamente va ascoltato in cuffia, perché ha una produzione di altissimo livello, con un intreccio di collage sonori di cui continuerete a sollevare i veli ancora a lungo, mentre vi godete il contenuto del disco. Chi non è disposto a dedicargli un pezzetto del proprio tempo farebbe meglio a lasciarlo stare. È infatti estremamente profondo e, come tale, più impegnativo. Ma quando una volta arriva a toccare con la sua profondità anche i recessi più remoti dell’anima di chi ascolta, la perseveranza viene ripagata a caro prezzo, in senso buono.
Se date una rapida occhiata alla tracklist della versione di “Dedicated To Chaos” con le bonus track aggiunte, scoprirete che la durata del disco riempie quasi per intero il CD. E stavolta è davvero incredibile che non ci sia un solo pezzo sul disco che potresti bollare come “filler”, ladro di minutaggio o, per dirla meglio, “mal di testa” . Ogni tocco di arrangiamento su questo album ha il suo senso, perché si coglie subito la presenza costante dell’inconfondibile carattere musicale dell’eclettismo dei Queensryche, infuso anche nel più audace e provocatorio flirt con la sperimentazione, tanto che ogni mossa sperimentale regge con piena credibilità. C’è anche un momento di coraggio e curiosità che, con soluzioni scontate di sperimentazione, avrebbe quasi ottenuto l’effetto opposto. Parlo di Wot We Do, che bastano piccole correzioni di un musicista qualsiasi per portare in territori dub/hip-hop, eppure la band, con tocchi di sperimentazione, ha rivoltato magistralmente tutta la situazione a proprio favore e si è presa una nuova piccola vittoria. E alla fine diventa chiaro perché la band abbia messo nell’album quattro bonus track. Diventa chiaro anche perché abbia scelto di piazzarle in mezzo alla scaletta. Semplicemente i ragazzi sono stati consapevoli della loro qualità, che non sfigura in nulla davanti ai pezzi regolari del nuovo album. Anche in questi brani la band sorprende con una freschezza straordinaria nell’uso di nuove idee musicali, quindi non hanno nemmeno bisogno dell’etichetta “bonus”.
Può suonare provocatorio anche il fatto che i Queensryche, sul nuovo album, abbiano portato il carisma dei dischi passati, compresi quelli della loro età dell’oro, che definiscono il suono e lo stile dei due di maggior successo, dentro un mosaico di brani espressivamente vivido, come dalla band non l’avevamo mai sentito. Sì. Il trampolino di lancio è l’ottimo predecessore “American Soldier”, ma con la differenza fondamentale che stavolta i Queensryche si sono liberati da tutte le catene, anche sul piano della concettualizzazione del messaggio, e questo ha permesso alla band di spaziare appieno creativamente e di lanciarsi verso nuovi orizzonti della creazione musicale. C’è tutto. La differenza è solo che oggi si manifesta in modo diverso rispetto a una volta. Tutti gli elementi dei Queensryche. Compresa la perfezione nel porgere i versi di Geoff Tate, che nel suo solito standard di interpretazione teatrale intrisa di sottigliezza mantiene il primato di principale volto dell’artigianato dei Queensryche. Il nuovo album non ha più quella sensazione volutamente “sfocata” delle origini di Seattle; i collage sono legati fra loro con più controllo sonoro, ma allo stesso tempo mantengono tutta la dinamica e la profondità spettrale.
I Queensryche sono sempre stati famosi per la grinta delle loro strutture ritmiche compatte. In ogni produzione, in ogni tappa della loro maturazione artistica. E questo elemento è particolarmente accentuato proprio sul nuovo album. Parte integrante della struttura degli arrangiamenti dei brani, che offre un sostegno notevole alla multiforme vocalità di Geoff nel susseguirsi di stati d’animo, stavolta ricade in larga parte sul tandem ritmico Eddie Jackson – Scott Rockenfield. Il pezzo di chiusura, sognante e carico d’atmosfera, Big Noize è il miglior indicatore diretto di questo principio dell’album. Ha una ricca dimensione sonora fatta del contrasto fra l’interpretazione unica di Tate e una linea ritmica movimentata e dal suono caldo, con uno sfruttamento melodico di altissimo livello dell’articolazione vocale. Dentro questa materia sono incastonate le chitarre, come ulteriore riempitivo melodico, che fissano con successo l’umore drammatico-teatrale, quasi psichedelico, dell’ultimo brano. Un impasto musicale irripetibile, pieno di eclettismo, frutto di una maturità artistica eccezionale, di una comprensione stratificata della musica e, insieme, della postura art rock chiaramente unica della band, con un’anima progressiva che spicca sul nuovo lavoro.
Questo momento di intensificazione del lavoro della sezione ritmica affiora lungo tutto il minutaggio del disco in dosi diverse, ma se ne sente il battito pieno, che in produzione risalta in ogni istante. Get Started, con un basso voluminoso e ispessito, è un momento rock diretto, puntato dritto sull’album, che ti disegna subito il quadro dell’art rock dei Queensryche della nuova era. Hot Spot Junki dopo due minuti e mezzo si riversa in una parte strumentale con le chitarre, che non è difficile collegare ai trucchi dell’album “Operation Mindcrime”. Michael Wilton al lavoro, insomma. Got It Bad è già spudoratamente ballabile, con un ritmo di impostazione tipicamente funk. Un flirt riuscitissimo con l’elemento pop, quindi. Se avete digerito Gonna Get Close To You, digerirete Got It Bad ancora più facilmente. Around The World è candidata a hit. Un brano dalla presa ritmica solida e dalla cantabilità rifinita, roba che i Queensryche si portano nel mignolo, solo che nel corso della carriera questa forza si è espressa in forme musicali diverse. Ottimo pezzo, dalle vibrazioni rigorosamente positive. Segue il primo momento dell’album a più alto contenuto sperimentale. Entra il sassofono, perfino un Hammond, ogni tanto un riff di chitarra taglia a strati! Higher. Un brano che fa scorrere insieme trame ritmiche impegnative, con uno sviluppo del tutto imprevedibile, e una parte strumentale centrale che sfiora elementi di jazz. Il pezzo decolla con una carica letteralmente progressiva, nel vero senso di questo aggettivo. Higher è interessante anche per il finale. La chiusa si sviluppa in modo caotico e del tutto compatibile con il trucco d’uscita del caotico scorrere di esclamazioni usato tanto tempo fa in Eyes Of A Stranger, con la detonazione finale: “Revolutiuon”! Ecco di nuovo la più ruvida e graffiante Retail Therapy, che alleggerisce l’impegno del brano precedente, e subito dopo il nuovo apice dell’album nella cupissima At The Edge, che porta una combinazione eccezionale di un carrello ritmico tutto suo, su cui poggia un’ottima cortina di campionamenti, tavolozze di accordi di chitarra che fluttuano liberi e una fascinosa integrazione di un assolo di sassofono che stempera lo stato di cataclisma. Broken, con il prefisso “bonus”, contiene il vecchio trucco dell’interpretazione di Geoff con “Hush, hush”, anche se questa ballata dal velo oscuro è a miglia di luce da Silent Lucidity. Subito dopo arriva l’ottima bonus track e un’altra ballata, Hard Times, che si basa interamente su collage organici e con un’atmosfera completamente diversa rispetto alla tetra Broken. Drive non è una cover della hit dei Cars, ma rialza di nuovo il livello di adrenalina della fretta rock sull’album. Questo brano possiede un pizzico di battute del post punk degli anni Ottanta, anche se, filtrato dall’eclettismo dei Queensryche, si percepisce a malapena; lo impreziosisce uno straordinario dualismo fra l’atmosfera cupa della strofa e il raggio di luce del ritornello. Un uso movimentato di percussioni e batteria e un impiego brillante del campionamento sonoro vanno in primo piano nella bonus track I Believe. Sarebbe stato un peccato anche se la quarta bonus track, LuvinU, non fosse entrata nel materiale del nuovo album. Per quanto l’uso degli effetti attraverso cui passa la voce di Geoff possa dare nell’orecchio, questo pezzo viene comunque portato di nuovo a un livello di alta qualità, nella melodicità, da una sezione ritmica magistralmente movimentata e solidissima. Alla frase di chitarra minimizzata resta giusto lo spazio per farsi notare in un assolo di arabeschi salati, e più che basta. Metallari! Qui c’è qualcosa per voi, perché il riff metal finalmente passa in primo piano nella ondeggiante I Take You. Un riff che deve qualcosina a Kashmir dei Led Zeppelin, mentre The Lie è la personificazione nella frase di chitarra della sua strofa. È di nuovo un brano in cui il primato espressivo lo prende l’eccezionale lavoro di Rockenfield alla batteria.
La varietà fra i brani, così come la varietà dentro i brani, è anche frutto dell’ascolto delle idee di musicisti e produttori che, in un modo o nell’altro, hanno dato il loro contributo in fase di registrazione dell’album e che il nucleo della band Queensryche ha tenuto in considerazione.
Per “chiudere”. Un album eccezionale! Senza difetti. Con questo disco i Queensryche sono riusciti davvero a incoronare il periodo della nuova era, iniettata dall’uscita dell’album “Hear In The Now Frontier” (1997)! “Dedicated To Chaos” è un album dall’atmosfera cupissima, quasi apocalittica, in linea con il suo titolo. Il carattere art rock della band su questo disco ha raggiunto un livello di maturità che regge a qualsiasi significato del termine progressivo (nel senso base della parola). Con questa uscita i Queensryche hanno mostrato di evolversi senza pesi e di allargare la loro portata su campi di dimensioni musicali inesplorate e ancora irraggiunte. La sperimentazione è lo strumento che i Queensryche padroneggiano con maestria, e ne controllano l’energia come fosse roba di casa. Migliora l’eccellenza del predecessore “American Soldier”, perché ha ancora più sfida fresca, che in ogni secondo trasporta senza difficoltà gli assiomi consolidati delle basi dell’eclettismo dei Queensryche. L’album più sperimentale della carriera dei Queensryche, su cui alla band è riuscito senza difetti l’incontro di più generi musicali apparentemente inconciliabili con le componenti dell’artigianato dei Queensryche.
Con tutta questa eccellenza, però, una cosa è certa. L’album resterà per lo più ignorato. Ingiustamente. Perché non è inferiore in nulla alla straordinaria era degli anni Ottanta, solo nel modo di porgere le idee, che però mantengono tutta la credibilità, se proprio vogliamo confrontare le due ere. Anzi. La superano. Il cambiamento continuo, insomma, per i Queensryche non si è fermato. Possiamo solo dire che si è chiuso un cerchio, nel quale i Queensryche hanno detto tutto ciò che avevano cercato, più o meno efficacemente, di cercare e di dare al mondo negli album fra il 1997 e il 2009. “Dedicated To Chaos” è un punto che in realtà non conosce difetti, e alla band è servito per spingersi su campi di nuove dimensioni, portare il proprio linguaggio unico a un nuovo livello e conquistarsi anche in futuro tutta la libertà artistica, attraverso la quale possiamo pronosticare un nuovo, entusiasmante successore di “Dedicated To Chaos”. Dove andranno a parare i Queensryche a quel punto è un fatto che dovrà far ribollire gli animi per un po’. L’album ha un’atmosfera cupissima, grazie soprattutto all’uso della voce e delle armonie vocali. Proprio l’integrazione delle voci aggiunge un senso di alternativo, accanto al quale il volto progressivo dei Queensryche resta immacolato.
Formazione
Geoff Tate – voce, sassofono
Michael Wilton – chitarra
Eddie Jackson – basso
Scott Rockenfield – batteria, percussioni, tastiere
Kelly Gray – chitarra
Parker Lundgren – chitarra
Randy Gane – tastiere
Miranda Tate – cori
Jeson Ames – cori
Produzione
Kelly Gray
Tracklist
1. Get Started (3:33)
2. Hot Spot Junkie (3:57)
3. Got It Bad (3:45)
4. Around the World (5:10)
5. Higher (4:00)
6. Retail Therapy (4:13)
7. At the Edge (6:03)
8. Broken (bonus track)(3:51)
9. Hard Times (bonus track) (5:32)
10. Drive (4:53)
11. I Believe (bonus track) (3:29)
12. LuvnU (bonus track) (3:53)
13. Wot We Do (3:45)
14. I Take You (3:50)
15. The Lie (4:18)
16. Big Noize (6:35)