Queensryche : Dedicated To Chaos
Etichetta: Roadrunner Records
Data di uscita: 21.06.2011
Produzione: Kelly Gray
Durata dell’album: 70.51
Genere: Art Metal
Cosa si può ancora dire di una band che in carriera ha venduto più di 20 milioni di dischi in studio, è entrata nella top ten delle classifiche e ha calcato i palchi di mezzo mondo al fianco di gente come Metallica, AC/DC, Def Leppard, Bon Jovi, Guns N’ Roses, Kiss, Iron Maiden, Dream Theater? In pratica, già questi numeri da soli dicono che i Queensryche da un bel pezzo non hanno più bisogno di dimostrare un bel niente a nessuno.
I Queensryche sono sempre stati considerati dei innovatori, sempre pronti a infilare nel mix una sperimentazione fresca. Il coraggio, in questo senso, alla band non è mai mancato. Il guaio è arrivato solo quando tutti hanno cominciato a pretendere una reinterpretazione di “Operation Mindcrime” e “Empire”. Per la band, battesimo o maledizione che sia, il punto sta soprattutto nel fatto (forse un fenomeno storico unico nel rock) che i Queensryche vengono dai primordi dello speed metal americano (gemelli di quegli anni, per dire, i Fates Warning) e hanno tenuto ben integrata la definizione di frase chitarristica “in chiave metal” persino su “Promised Land”, anche se già da un pezzo, ma proprio da un pezzo, non suonavano più metal “puro” (dal 1986 in poi, mai più). Il che significa che negli anni Ottanta si sono guadagnati il sostegno della maggioranza del fedele pubblico metal. Ma quando una volta tradisci quella fedeltà, finisci davvero in disgrazia. Tutti quegli amanti del metal che mettono in cima al menù della discografia dei Queensryche proprio “Operation Mindcrime” (con un netto scarto dal metal verso l’art rock, il che di per sé è già abbastanza controverso), ancora oggi non sono disposti a sacrificare un briciolo di elasticità mentale per capire che la portata espressiva dei Queensryche ha superato da tempo il recinto del metal. I Queensryche sono una band che può mettere le mani su qualsiasi genere, e anche oltre. Su una fusione di forme stilistiche diverse dell’universo musicale . In pratica non conoscono limiti e nemmeno vogliono conoscerli. Già. Magari state già sospettando, ed è proprio così. Ci troviamo davanti a un album sperimentale e vario, che nell’era post “Hear In The Now Frontier” è di gran lunga il meglio messo insieme. Provocazione, insomma, è il secondo nome dei Queensryche.
Questo è un disco che ha bisogno di tempo per depositarsi. Per cui servono parecchi giri nel lettore. Ovviamente va ascoltato in cuffia, perché ha una produzione da urlo, fatta di un intreccio di collage sonori di cui potrete scostare i veli ancora per un bel pezzo, mentre vi godete il contenuto dell’album. Chi non è disposto a dedicargli un po’ del suo tempo, meglio che lasci perdere. È infatti un disco molto profondo e, in quanto tale, più impegnativo. Ma quando con la sua profondità tocca anche gli angoli più remoti dell’anima di chi ascolta, la perseveranza viene ripagata a pieno.
Se date una scorsa veloce alla tracklist della versione di “Dedicated To Chaos” con le bonus track, vi accorgerete che il minutaggio del CD è riempito quasi fino all’ultimo secondo. E stavolta è incredibile che non ci sia un solo pezzo che si possa liquidare come “filler”, ladro di minutaggio o, per dirla con più garbo, “mal di testa”. Ogni tocco di arrangiamento su questo disco ha un suo senso, perché si riesce subito a estrarre la presenza costante del carattere musicale unico dell’eclettismo dei Queensryche, infuso anche nei giochi di sperimentazione più audaci e provocatori, così che ogni mossa sperimentale regge e conserva tutta la sua credibilità. C’è anche un momento di coraggio e curiosità che, con le soluzioni più scontate di un approccio sperimentale, avrebbe quasi ottenuto l’effetto opposto. Parlo di Wot We Do, un pezzo che con piccole correzioni di un musicista qualsiasi finirebbe dritto nei territori dub/hip-hop, eppure la band, con tocchi di sperimentazione da maestri, ha ribaltato la situazione a proprio favore e si è portata a casa un’altra piccola vittoria. E alla fine diventa chiaro perché la band abbia inserito nell’album quattro bonus track. Diventa chiaro anche perché abbia scelto di piazzarle a metà scaletta. I ragazzi, semplicemente, erano consapevoli della loro qualità, che non ha niente da invidiare ai pezzi regolari del nuovo album. Anche qui la band sorprende con una freschezza straordinaria nell’uso di nuove idee musicali, perciò questi brani non hanno nemmeno bisogno dell’etichetta “bonus”.
Può suonare provocatorio anche questo: sul nuovo album i Queensryche hanno portato il carisma dei dischi del passato, anche quelli dell’età d’oro, che definiscono il suono e lo stile dei due più riusciti, dentro un mosaico di brani colorato ed espressivo come dalla band non l’avevamo mai sentito. Già. Il trampolino di lancio è l’ottimo predecessore “American Soldier”, ma con una differenza di fondo: stavolta i Queensryche si sono liberati da ogni catena, anche sul piano della concettualizzazione del messaggio, e questo ha permesso alla band di spaziare a briglia sciolta dal punto di vista creativo e di lanciarsi verso nuovi orizzonti musicali. C’è tutto. La differenza è che oggi si manifesta in modo diverso rispetto a una volta. Tutti gli elementi Queensryche. Compresa la perfezione nel cantare i versi di Geoff Tate, che nel suo standard consolidato di interpretazione teatrale intrisa di sottigliezza mantiene il primato di principale volto dell’artismo dei Queensryche. Il nuovo album non ha più quell’impressione volutamente “sfocata” delle origini di Seattle; i collage sono legati tra loro con più controllo sonoro, ma conservano tutta la dinamica e la profondità spettrale.
I Queensryche sono sempre stati famosi per la ferocia delle loro strutture ritmiche compatte. In ogni produzione, in ogni tappa della loro maturazione artistica. E questo elemento sul nuovo album è particolarmente accentuato. Una parte integrante dell’arrangiamento dei brani, che sostiene in modo decisivo la poliedricità vocale di Geoff nel mettere in fila gli stati d’animo, stavolta ricade in gran parte sull’asse ritmico Eddie Jackson – Scott Rockenfield. Il brano conclusivo, sognante e carico d’atmosfera, Big Noize, è l’indicatore diretto più bello di questo principio dell’album. Ha una ricca dimensione sonora fatta del contrasto tra l’interpretazione unica di Tate e una linea ritmica movimentata e dal suono caldo, con un uso della vocalità di altissimo livello melodico. In questa materia sono incastonate le chitarre, come ulteriore riempitivo melodico che fissa con successo l’atmosfera drammatico-teatrale, quasi psichedelica, dell’ultimo brano. Un impasto musicale unico e pieno di eclettismo, frutto di una straordinaria maturità artistica, di una percezione stratificata della musica e, insieme, dell’identità art rock chiaramente profilata e inconfondibile della band, con un’anima progressiva che spicca sul nuovo lavoro.
Questo momento di intensificazione del lavoro della sezione ritmica affiora lungo tutto il minutaggio dell’album in dosi diverse, e se ne sente il pulsare pieno, che in produzione emerge in ogni istante. Get Started, con le sue gambe di basso ingrossate e voluminose, è un momento rock diretto dell’album, che disegna subito il quadro dell’art rock dei Queensryche della nuova era. Hot Spot Junkie dopo due minuti e mezzo si riversa in una parte strumentale con chitarre che non è difficile collegare ai trucchi di “Operation Mindcrime”. Michael Wilton al lavoro, insomma. Got It Bad ha una struttura addirittura sfacciatamente ballabile, con una ritmica dall’impostazione tipicamente funky. Un flirt riuscitissimo con il pop, insomma. Se avete digerito Gonna Get Close To You, Got It Bad vi andrà giù ancora più facile. Around The World è candidata a hit. Un pezzo dalla presa ritmica solida e dalla melodia rifinita, qualcosa che i Queensryche si portano dietro nel mignolo, solo che nel corso della carriera questa forza si è espressa in forme musicali diverse. Brano ottimo, dalle vibrazioni rigorosamente positive. Segue il primo momento dell’album a più alto tasso di sperimentazione. Entra il sassofono, perfino un Hammond, e ogni tanto un riff di chitarra squarcia tutto a strati! Higher. Un pezzo in cui si fondono texture ritmiche impegnative, con uno sviluppo del tutto imprevedibile e una parte strumentale centrale che sfiora elementi jazz. Il pezzo decolla con una carica letteralmente progressiva, nel senso vero dell’aggettivo. Higher è interessante anche per il finale. La chiusura si sviluppa in modo caotico e del tutto in sintonia con il trucco finale del caotico intrecciarsi di grida usato tanto tempo fa in Eyes Of A Stranger, con la detonazione conclusiva: “Revolutiuon”! Ed ecco di nuovo, più ruvida e intensa, Retail Therapy, che alleggerisce l’impegno del pezzo precedente, e subito dopo il nuovo picco dell’album nella cupissima At The Edge, che porta una combinazione eccezionale di un telaio ritmico originale su cui poggia un ottimo sipario di campionamenti, tavolozze di accordi di chitarra liberi di fluttuare e l’affascinante integrazione di un assolo di sassofono che stempera lo stato di cataclisma. Broken, con il suo pre-ritornello “bonus”, riprende il vecchio colpo dell’interpretazione di Geoff, “Hush, hush”, anche se questa ballata dalla coltre cupa è a miglia di luce da Silent Lucidity. Subito dopo arriva l’ottima bonus track e un’altra ballata, Hard Times, basata interamente su collage organici e con un’atmosfera totalmente diversa rispetto alla tetra Broken. Drive non è una cover del successo dei Cars, ma rialza di nuovo il livello di adrenalina della fretta rock sul disco. Questo brano ha un pizzico di battute del post punk degli anni Ottanta, anche se, attraverso l’eclettismo degli approcci dei Queensryche, è appena percettibile; lo adorna uno straordinario dualismo tra l’atmosfera cupa della strofa e il raggio di luce del ritornello. Uso vivace di percussioni e batteria e impiego scaltro del campionamento sonoro vengono in primo piano nella bonus track I Believe. Sarebbe stato un peccato se anche la quarta bonus track, LuvinU, non fosse entrata nel materiale del nuovo album. Per quanto possa dare fastidio all’orecchio l’uso degli effetti attraverso cui passa la voce di Geoff, questo pezzo viene comunque portato a un livello di alta qualità da una sezione ritmica magistralmente movimentata e solidissima nella melodicità. Alla frase di chitarra, ridotta al minimo, resta solo lo spazio per farsi notare in un assolo di arabeschi piccanti, il che più che basta. Metallari! Qui c’è qualcosa per voi, perché il riff metal finalmente passa in primo piano nella ondeggiante I Take You. Un riff che deve qualcosina a Kashmir dei Led Zeppelin, mentre The Lie incarna la frase di chitarra della sua strofa. Ancora una volta è un pezzo in cui il primato espressivo spetta all’eccezionale lavoro di Rockenfield alla batteria.
La varietà tra i brani, come quella interna ai brani stessi, è anche frutto del fatto che il nucleo dei Queensryche ha tenuto conto delle idee di musicisti e produttori che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito con le loro proposte in fase di registrazione.
Per “tirare le somme”. Un album eccezionale! Senza difetti. Con questo disco i Queensryche sono riusciti davvero a incoronare il periodo della nuova era iniettata dall’uscita di “Hear In The Now Frontier” (1997)! “Dedicated To Chaos” è un album dall’atmosfera cupissima, quasi apocalittica, in linea con il titolo. Il carattere art rock della band su questo disco ha raggiunto un livello di maturità che regge qualsiasi significato del termine progressivo (nel senso base della parola). Con questa uscita i Queensryche hanno mostrato di evolversi senza pesi e di allargare il loro raggio d’azione verso territori di dimensioni musicali inesplorate e ancora da raggiungere. La sperimentazione è uno strumento che i Queensryche padroneggiano con abilità, e ne dominano l’energia come le proprie tasche. Migliora l’eccellenza del predecessore “American Soldier”, perché ha ancora più provocazione fresca, che a ogni secondo porta senza fatica oltre gli assiomi consolidati dell’eclettismo di base dei Queensryche. Il disco più sperimentale della carriera dei Queensryche, in cui alla band è riuscito, senza una sbavatura, di unire più generi musicali apparentemente inconciliabili con le componenti dell’artismo Queensryche.
Con tutta questa eccellenza, però, una cosa è certa. L’album resterà per lo più ignorato. Ingiustamente. Perché non ha niente da invidiare alla magnifica era degli anni Ottanta, se non nel modo di presentare le idee, che però mantengono tutta la credibilità, se proprio vogliamo confrontare le due ere. Anzi. La migliorano. Il cambiamento continuo, per i Queensryche, non si è dunque fermato. Possiamo solo dire che si è chiuso un cerchio, in cui i Queensryche hanno detto tutto quello che, più o meno efficacemente, hanno cercato di cercare e di dare al mondo sugli album tra il 1997 e il 2009. “Dedicated To Chaos” è un punto che in realtà non conosce difetti, e con questo disco alla band è riuscito di allungare le mani su campi di nuove dimensioni, di portare il proprio linguaggio unico a un nuovo livello e di guadagnarsi anche per il futuro tutta la libertà artistica, grazie alla quale possiamo pronosticare un nuovo, entusiasmante successore di “Dedicated To Chaos”. Dove andranno i Queensryche a quel punto è un fatto che per un po’ farà ribollire gli animi. L’album porta un’atmosfera cupissima, grazie soprattutto all’uso della voce e delle armonie vocali. Proprio l’integrazione delle voci aggiunge quel senso di alternativo, accanto al quale il volto progressivo dei Queensryche resta immacolato.
autore: Aleš Podbrežnik
voto: 8.5 / 10
Tracklist:
1. Get Started (3:33)
2. Hot Spot Junkie (3:57)
3. Got It Bad (3:45)
4. Around the World (5:10)
5. Higher (4:00)
6. Retail Therapy (4:13)
7. At the Edge (6:03)
8. Broken (bonus track)(3:51)
9. Hard Times (bonus track) (5:32)
10. Drive (4:53)
11. I Believe (bonus track) (3:29)
12. LuvnU (bonus track) (3:53)
13. Wot We Do (3:45)
14. I Take You (3:50)
15. The Lie (4:18)
16. Big Noize (6:35)
Formazione:
Geoff Tate – voce, sassofono
Michael Wilton – chitarra
Eddie Jackson – basso
Scott Rockenfield – batteria, percussioni, tastiere
Kelly Gray – chitarra
Parker Lundgren – chitarra
Randy Gane – tastiere
Miranda Tate – cori
Jeson Ames – cori