Deep Purple: = 1

earMUSIC 2024
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Etichetta: earMUSIC
Data di uscita: 19. 7. 2024
Produzione: Bob Ezrin
Durata dell’album: 52.19 min
Genere: Hard Rock
Voto: 8.5/10


I Deep Purple, leggende indistruttibili dell’hard rock che, a differenza dei loro altrettanto celebri e influenti coetanei Black Sabbath e Led Zeppelin, anche a più di cinquantacinque anni dalla nascita della band non ne vogliono proprio sapere di smettere, con l’album «=1» aprono un nuovo capitolo della loro lunga e turbolenta carriera. Nel 2022, infatti, il leggendario virtuoso della chitarra Steve Morse ha lasciato la band a causa della malattia della moglie, e con lui si è chiusa la formazione più longeva nella storia dei Deep Purple: i membri di quell’incarnazione sono rimasti insieme per ben vent’anni. In origine si pensava a un suo ritorno, ma le condizioni di salute della moglie sono purtroppo peggiorate e l’addio ai compagni di una vita è diventato inevitabile.

A prendere il posto di Morse è stato il maestro della chitarra (e all’occorrenza cantante) nordirlandese Simon McBride, che ha cominciato la sua carriera professionale già a sedici anni come membro dei relativamente oscuri metallari Sweeet Savage, prima di farsi un nome come apprezzato turnista. L’esperienza nella band solista di Don Airey, da una vita tastierista dei Deep Purple, ha dato i suoi frutti: oggi McBride è membro a tutti gli effetti della leggendaria band e il quarto chitarrista della sua storia dopo Ritchie Blackmore, Tommy Bolin e Morse (Joe Satriani, dopo una breve collaborazione dal vivo, non è mai diventato un membro ufficiale).

McBride è ormai di gran lunga il più giovane di una band dura a morire, guidata da quattro «vecchi gatti» che da tempo sono tutti icone dell’hard rock. «=1» è un titolo insolito persino per il solito, sarcastico umorismo dei Deep Pruple (e la copertina non è da meno). È una metafora di quella situazione in cui le cose si fanno così complicate che alla fine si torna allo stato originario, il più semplice, e tutto diventa uguale a uno. Comunque sia, la maggior parte dei testi dell’album è sarcastica fino al midollo, con un pizzico di humour nero, e, secondo una tradizione ormai lunga, ruota attorno ai guai con donne «fatali», a varie forme di ingiustizia sociale e alle solite disavventure quotidiane di quattro tizi in piena maturità avanzata.

L’album, nato ancora una volta sotto la guida di Bob Ezrin, leggenda della produzione e collaboratore di lunga data dei Deep Purple, contiene ben 13 brani, e non è stata la mossa più ponderata: più o meno dopo la prima metà «=1» comincia a mostrare i primi segni di «stanchezza», mentre alcuni motivi e arrangiamenti iniziano a ripetersi leggermente. McBride è un chitarrista splendido e un vero virtuoso, degno dell’eredità dei suoi celebri predecessori, ma come autore dovrà ancora maturare un po’ prima di raggiungere il livello creativo di Morse, anche se la natura un po’ ripetitiva e un filo «sonnolenta» della seconda parte del disco non è solo colpa sua: sugli album dei Deep Purple, da sempre, tutti i membri della band contribuiscono alla scrittura.

Dopo l’ottimo «Whoosh!» (2020, recensione su RockLine) era in qualche modo irrealistico aspettarsi un altro lavoro a quel livello. Ciò nonostante «=1» è un bel disco, anzi un ottimo disco, con cui i «globoviolacei» vecchi volponi hanno dimostrato ancora una volta che, quanto a nuova musica, la maggior parte dei loro colleghi può solo invidiarli. Gillan, per la sua età, è ancora in splendida forma vocale, anche se da tempo evita le tonalità più acute e ogni tanto lancia giusto un breve urlo, più per scherzo che sul serio, mentre gli strati frusciati e succosi dell’organo Hammond di Airey, da sempre marchio di fabbrica sonoro di questa leggendaria band, hanno ormai raggiunto da un pezzo il livello del compianto capo-organista Jon Lord. Anche stavolta Airey ha aggiunto qua e là qualche arrangiamento orchestrale, grazie al quale i Deep Purple oggi si guadagnano il rispetto di più di un buongustaio del prog. L’intesa ritmica tra le massicce linee di basso di Glover e i tipici giri di batteria di Paice, poi, è dal 1970 sinonimo di coerenza e un modello per tanti duetti ritmici hard rock più giovani.

L’album si apre con «Show Me» nel suo stile caratteristico: un Gillan beffardo, massicci strati di Hammond, frasi di chitarra «al posto giusto» e i riconoscibili passaggi di batteria. Il pezzo di per sé non è niente di speciale, ma è nel più puro spirito Purple, e per la maggior parte dei fan basterà. Gillan, rimasto vedovo nel 2022, su «A Bit On the Side» non si fa troppi problemi per la perdita della moglie Bron (a proposito, la figlia Grace segue le orme vocali del padre), visto che in testa gli gira in continuazione una certa Charlene. Qua e là lascia perfino scappare qualche tipico «oh-ah», che negli anni più giovani aveva segnato il suo modo di cantare. Anche «Sharp Shooter», con cui i nonnetti dell’hard rock dimostrano, in fatto di rumore musicale, di non essere affatto da buttare, risulta divertentissima, mentre Airey e McBride, già che ci sono, sfoggiano pure le loro invidiabili doti soliste.

«Portable Door» è il primo e anche il migliore dei singoli dell’album: Gillan canta sciogliendosi di mordacità, mentre gli «scontri» tra i passaggi di organo e chitarra tornano a essere superbi. «Old-Fangled Thing» contiene un riff di chitarra quasi iconoclasta per gli standard Deep Purple. Va detto a merito di McBride che porta un suo approccio personale alla chitarra e non cerca di imitare Morse o Blackmore, mentre il testo scherzoso contiene un riferimento al vecchio classico «Living Wreck». «If I Were You», impostata su un ritmo lento, si apre come una ballata ma «muta» in fretta in un altro tipico hard rock Purple. In un certo senso peccato, perché è proprio un po’ più di sottigliezza e raffinatezza, se non di misticismo, ciò che per ora più manca all’approccio chitarristico di McBride rispetto al predecessore americano, il «Robin Hood della chitarra vestito di nero».

«Pictures of You», secondo singolo dell’album, è un altro brano caratteristico, per nulla sbagliato, ma a cui manca un po’ più di profondità negli arrangiamenti, di succo ritmico e un ritornello migliore per entrare tra gli «eterni» classici Purple. Proprio qui l’album, dopo un’introduzione impressionante, si affatica un po’, e lo si sente in pezzi nella media per i canoni Purple come «I’m Saying Nothin’», in cui l’elemento più divertente è l’abbaiare vocale finale di Gillan, e «Lazy Sod», terzo singolo dell’album, che dalla genericità viene salvato dalle burle d’organo di Airey. Ascoltando «Now You Are Talkin’», ritmicamente carica e affilata alla chitarra, i fan di vecchia data si divertiranno soprattutto per un altro (peraltro breve) momento di urla di Gillan.

Di «No Money to Burn» resterà in mente soprattutto l’appassionato assolo d’organo di Airey, mentre «I’ll Catch You» è l’unica vera ballata del disco, durante la quale McBride, con un assolo malinconico, mostra finalmente il suo lato più sottile, un po’ più etereo e raffinato, a cui Morse e soprattutto Blackmore si abbandonavano volentieri. Speriamo che in futuro McBride abbia più occasioni per momenti di questo tipo.

Il brano più complesso del disco, se non il migliore, che sfiora addirittura il rock progressivo, è, curiosamente, la conclusiva «Bleeding Obvious», dove non mancano momenti acustici e sinfonici spiritosi, mentre alcuni intervalli strumentali, quando si scontrano tra loro brillanti passaggi di Hammond e frasi di chitarra incendiarie, ricordano i «bei vecchi tempi», quando i Deep Purple erano innovatori in tanti campi della allora giovane scena rock.

«=1» rappresenta un inizio quanto mai promettente di una nuova era per gli indistruttibili patriarchi dell’hard rock, che anche dopo il cambio di chitarrista sono decisi a non adagiarsi sugli allori. Giudicarne la vera qualità rispetto alla discografia passata è in realtà difficile, soprattutto considerando che i Deep Purple hanno ottenuto i loro migliori risultati in studio già nella prima metà degli anni Settanta. Allo stesso tempo «=1» non è allo stesso livello dei tre migliori album dell’era Morse, cioè «Purpendicular» (1996), «Now What?!» (2013) e «Whoosh!». Ciò nonostante, più o meno si colloca sicuramente al livello degli altri lavori di quel periodo (alcuni li supera pure un po’), il che è un ottimo auspicio per il futuro. Il suo problema principale, che gli impedisce di entrare tra i capolavori indimenticabili in studio dei Deep Purple, è, come già detto, l’eccesso di brani, per cui nella seconda metà gli «manca un po’ il fiato», nonostante l’ottimo brano conclusivo. Alla luce del fatto che la maggior parte dei loro coetanei pionieri dell’hard rock ha già smesso di suonare o in età avanzata non è più in grado di raggiungere l’antica grandezza di autori e arrangiatori, si tratta comunque di un risultato in studio di alto livello, che renderà senza dubbio felici la maggior parte dei fan di lunga data.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Tracklist:
1. Show Me (4:00)
2. A Bit on the Side (4:11)
3. Sharp Shooter (3:45)
4. Portable Door (3:49)
5. Old-Fangled Thing (4:09)
6. If I Were You (4:43)
7. Pictures of You (3:52)
8. I’m Saying Nothin’ (3:29)
9. Lazy Sod (3:41)
10. Now You’re Talkin’ (4:06)
11. No Money to Burn (3:22)
12. I’ll Catch You (3:21)
13. Bleeding Obvious (5:51)

Formazione:
Ian Gillan – voce
Roger Glover – basso
Ian Paice – batteria
Don Airey – tastiere
Simon McBride – chitarra


Deep Purple – “=1” (earMUSIC, 2024)
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