Deep Purple: Infinite
Etichetta: Ear Music Records
Data di uscita: 2017
Produzione: Bob Ezrin
Durata dell’album: 45.47 min
Genere: Heavy Rock/Hard Rock
Voto: 8.0/10
Dopo quattro anni di pausa dallo studio, i Deep Purple tornano con «Infinite», il loro ventesimo album in studio, che per i problemi di salute dell’unico membro originale rimasto, il batterista Ian Paice, potrebbe essere il loro ultimo atto in studio prima del ritiro. Non è un mistero che l’addio di uno qualsiasi dei membri dell’attuale formazione dei Deep Purple significherebbe anche la fine del gruppo leggendario. Per ora è tutto ancora aperto, anche se il tour in arrivo ha un titolo più che eloquente: ‘The Long Goodbye Tour’. Comunque sia, oggi i Deep Purple sono una delle poche band toste dell’età d’oro del rock che sono ancora in giro con tour regolari e che, nel frattempo, continuano a sfornare senza fatica album in studio di qualità, anche se non così spesso come una volta. Dei ‘tre grandi’ pionieri dell’hard rock hanno resistito più di tutti: sono sopravvissuti sia ai Led Zeppelin sia ai Black Sabbath, ritirati da poco, anche se pure loro ormai fanno i conti con qualche acciacco dell’età.
Soprattutto perché l’attuale versione della band è un collettivo solidissimo fin dal 2002, non c’è alcun timore che i ‘vecchi gatti’ con «Infinite» abbiano sbagliato mira: il nuovo album è per qualità del tutto paragonabile al magnifico predecessore «Now What?!» (2013), cioè mantiene la loro caratteristica eredità sonora, ma contiene anche qualche piccola sorpresa a livello di scrittura. I nonni dell’hard rock sanno ancora picchiare duro, come dimostrano già con il catalizzatore di energia d’apertura «Time for Bedlam», che porta avanti la tradizione dei Deep Purple di grandi pezzi d’apertura. Ci sono le frizzanti pennellate di chitarra di Morse, il suono ricco dell’organo Hammond di Airey, le succose linee di basso di Glover, i temperamentali passaggi di batteria di Paice e le tipiche sparate vocali di Gillan. I testi restano ‘standard’, con una carica introspettiva, soprattutto a colpi di donne fatali e di vita da rocker in un lungo tour, e in misura minore contengono anche un po’ di critica sociale.
La maggior parte dei brani dell’album è abbastanza eclettica e contiene abbastanza assoli succosi da soddisfare anche i fan di vecchia data più viziati, quelli convinti che i loro beniamini, anche dopo quasi cinque decenni di carriera, possano ancora offrire qualcosa di nuovo. Anche stavolta, un paio di volte, sorprendono piacevolmente e dimostrano che anche dopo tanti decenni si può ancora creare qualcosa di fresco, mentre la maggior parte dei loro coetanei ancora in attività preferisce riciclare i vecchi successi. Ancora più tipica dei Deep Purple dell’iniziale «Time for Bedlam», grazie al riff iconoclasta di Morse, risulta «Hip Boots», giocata su un ritmo un po’ più lento, mentre «All I Got Is You», dopo un avvio trattenuto, con l’aiuto di un fantastico assolo d’organo di Airey si trasforma in una vera delizia di fusion hard rock/prog rock. «One Night in Vegas» si muove con successo da qualche parte tra blues e funk, mentre per un po’ di fascino nostalgico ci pensano soprattutto le pennellate di pianoforte di Airey. Brani come «Get Me Outta Here» sono una bella prova del fatto che il carisma vocale di Gillan, dopo tutti questi decenni, non è calato nemmeno un po’, anche se i suoi urli lancinanti sono ormai roba del passato.
Il premio per il pezzo più interessante e fresco di «Infinite» va senza dubbio alla sorprendente delizia prog metal «The Surprising», con la sua atmosfera cupa che ricorda un po’ il capolavoro «Vincent Price» di «What Now?!». Le armonie drammatiche tra chitarra e organo nella parte centrale rimandano leggermente a quanto fatto da Morse con i prog rocker Flying Colors. Gli amanti della magia Purple più tradizionale, quella hard rock, avranno pane per i loro denti con «Johnny’s Band», dal taglio funk, mentre «On Top of the World» è sotto la forte influenza delle combinazioni chitarristiche di Morse e, nello stile, ricorda parecchio certi risultati della seconda metà degli anni novanta. Il recitato criptico di Gillan a metà brano suona come l’ennesimo omaggio al celebre attore britannico Vincent Price. L’incisivo «Birds of Prey» contiene un passaggio breve ma interessante in una sezione eterea, dove regnano armonie malinconiche, mentre Gillan sfodera la sua prova vocale più sentita dell’intero album. L’unico passo falso di «Infinite» è la cover piuttosto superflua di «Roadhouse Blues» dei The Doors, che sarebbe stato meglio far uscire come bonus track su un singolo. I Deep Purple nella loro carriera hanno fatto qualche cover molto azzeccata, ma, con l’eccezione di «Hush» e «Kentucky Woman», non le hanno mai considerate abbastanza da metterle spesso sugli album in studio. In contrasto con la tradizione di lunga data, su «Infinite» manca un pezzo di chiusura forte, ed è in fondo anche l’unica cosa che si può davvero mettere in conto come difetto dell’album.
I campioni dell’hard rock nel 2018 festeggeranno i cinquant’anni dalla fondazione, che di sicuro segneranno in modo speciale. Se «Infinite» dovesse essere il loro ultimo album in studio, si congederebbero comunque in grande stile, perché hanno confezionato un lavoro di altissimo livello, sotto ogni aspetto degno della loro fama leggendaria e una bella prova del fatto che anche i veterani del rock con tanti chilometri sulle spalle possono ancora tirare fuori idee di scrittura divertentissime e piene di spirito d’avventura.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Tracklist:
1. Time for Bedlam (4:35)
2. Hip Boots (3:23)
3. All I Got Is You (4:42)
4. One Night in Vegas (3:23)
5. Get Me Outta Here (3:58)
6. The Surprising (5:57)
7. Johnny’s Band (3:51)
8. On Top of the World (4:01)
9. Birds of Prey (5:47)
10. Roadhouse Blues (6:00) (cover dei The Doors)
Formazione:
Ian Gillan – voce, armonica
Steve Morse – chitarra, cori
Roger Glover – basso
Don Airey – tastiere
Ian Paice – batteria
MUSICISTI OSPITI:
Bob Ezrin – tastiere aggiuntive, cori e percussioni
Tommy Denander – chitarra aggiuntiva (8)
