Deep Purple

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Deep Purple
Etichetta: Harvest Records
Uscita: 1969
Durata: 44:34
Voto: 4/5

»Deep Purple« è stato il terzo lavoro in studio, intitolato non proprio felicemente, dei giganti dell’hard rock britannico Deep Purple, nonché l’ultimo album della loro formazione originale, quella che i fan della leggendaria band chiamano anche Mark I. Nel primo anno di vita, grazie ai primi due album in studio e ai singoli di successo »Hush« e »Kentucky Woman«, i Deep Purple si erano costruiti un nome scintillante sul suolo americano, mentre in patria, in Gran Bretagna, restavano ancora dei paria praticamente sconosciuti, tanto che il leggendario tastierista Jon Lord in un’intervista arrivò a dire che erano l’unica band britannica schizofrenica: negli USA erano incomparabilmente più amati che a casa, dove a ogni concerto suonavano per ‘quattro spiccioli’ e ci rimettevano un sacco di soldi rispetto alle date davanti al pubblico americano. Il pubblico di casa, esigente e  anche viziato, semplicemente non era rimasto impressionato dai due singoli di successo (entrambi erano cover di altri artisti) e, in mezzo all’esplosione del rock progressivo, pretendeva qualcosa di molto più emozionante, avventuroso e fresco.

Decisi a cambiare radicalmente qualcosa nel loro approccio a composizione e arrangiamenti, i Deep Purple scelsero di puntare sul terzo album verso un sound più duro, linea sostenuta soprattutto dal chitarrista Ritchie Blackmore, volpe vecchia che le sapeva tutte, con il convinto appoggio di Lord e del batterista Ian Paice. Sul fronte opposto c’erano il cantante dalla voce vellutata Rod Evans e il bassista Nick Simper, ai quali la nuova direzione non andava a genio e per la quale, di fatto, non erano nemmeno pronti, cosa che su »Deep Purple« si avverte nella maggior parte dei brani: i loro giorni nella band erano ormai contati.

Nonostante il sound più duro, un’atmosfera generale decisamente più cupa e il fatto che Blackmore si fosse scatenato a pieno regime sulla chitarra elettrica, »Deep Purple« nel complesso, brano per brano, suonava ancora più prog rock che hard rock, soprattutto per via delle lunghe opere di Lord all’organo Hammond e dei ricchi arrangiamenti di impronta classica. Paice era come al solito impressionante dietro la batteria, mentre Simper in un anno come bassista era migliorato sensibilmente. Le cover di altri artisti, con l’eccezione dell’adattamento dello standard psichedelico folk rock di Donovan »Lalena«, sono praticamente sparite, mentre i singoli arrangiamenti sono diventati ancora più complessi grazie a un’ispirazione compositiva molto più profonda rispetto ai due lavori in studio precedenti.

Il sound più tagliente e cupo si sente già nell’opener »Chasing Shadows«, che fissa lo standard per le future aperture dei Deep Purple a tinte sperimentali. In questo pezzo sperimentale si sente il tappeto di batteria di Paice, dal sapore sciamanico, mentre Evans con il suo approccio vocale vellutato garantisce una dose abbondante di melodia. Stavolta si sente bene anche la linea di basso bella groovosa di Simper, mentre Blackmore, dopo una partenza trattenuta, si scioglie in un assolo di chitarra voluttuoso. Alla fine si scatena in modo succoso anche Lord sugli Hammond.

»Blind« è un altro pezzo a tinte sperimentali che, grazie a passaggi d’organo sacrali e frasi di chitarra ruvide, suona più cupo di qualunque cosa avessero fatto nei due album precedenti, mentre la voce di Evans, nel mezzo di un’interpretazione convincente di un testo sull’amore infelice, è piena di malinconia inconsolabile. Stavolta Ritchie durante l’assolo usa anche il wah-wah, sostenuto sullo sfondo da linee di basso dal suono torvo. Il finale strumentale ricorda un po’ la colonna sonora di un horror in bianco e nero. »Lalena«, che nell’originale di Donovan è una ballata psichedelica folk rock, si distingue per l’atmosfera malinconica e per una magnifica prova vocale di Evans, una delle migliori della sua breve ma interessante carriera da cantante. All’interpretazione vocale da spezzare il cuore fanno compagnia arrangiamenti d’organo inconsolabili e accordi nostalgici di chitarra acustica, che insieme creano un’atmosfera davvero magica.

La suite »Fault Line/The Painter« nella riedizione in CD è stata divisa in due parti, il che per fortuna non intacca l’intensità della sua atmosfera possente e agitata. »Fault Line« è la parte introduttiva strumentale prog rock, si potrebbe dire anche un intro, in cui Blackmore si sfoga con un breve assolo, mentre »The Painter« è un ottimo brano fatto e finito, in cui entusiasma soprattutto il riffing diabolico di Ritchie e un altro assolo gastronomico che ancora oggi farà leccare le dita a tutti i buongustai della chitarra. Lungo tutto l’album si capisce che l’uomo in nero aveva cominciato a prendersi un collage sonoro molto più ampio rispetto ai due lavori precedenti, dove lasciava spesso l’iniziativa strumentale principale agli Hammond di Lord. Ovviamente anche il leggendario tastierista si concede una corposa escursione solistica all’organo, che approfondisce ancora la natura sperimentale di questo splendido lavoro.

»Why Didn’t Rosemary?« è il primo dei due standard di »Deep Purple« diventati dei classici, soprattutto perché il tutto tende già al loro classico stile hard rock. La struttura melodica centrale poggia su un riff di chitarra di Blackmore temperamentoso e speziato di blues, mentre Evans sfodera una prova vocale arrogante e Lord stende con trasporto tessiture d’organo scintillanti. L’uomo in nero entusiasma di nuovo con un assolo di chitarra blues in cui ‘si aprono il cielo e la terra’, mentre Paice entusiasma con selvaggi giri di batteria. Il testo dall’umorismo nero, ispirato dalla visione del film Rosemary’s Baby, racconta di una gravidanza indesiderata dovuta al rifiuto della pillola anticoncezionale.

L’ottimo ibrido psichedelico-hard rock »Bird Has Flown«, dove alla voce solista si potrebbe già immaginare il successore di Evans, Ian Gillan, è il prossimo evergreen dei Purple, che entusiasma con un riff di chitarra crudo, una linea di basso groovosa e una ricca guarnizione d’organo. Il tutto è sostenuto da passaggi di batteria articolati e massicci. L’interpretazione vocale di Evans stavolta è la più cupa e grezza che la sua voce morbida e vellutata gli permettesse. Proprio questo limite vocale portò alla sua uscita.

La conclusiva suite prog rock di 12 minuti, super-complessa, »April«, su cui con generosi arrangiamenti orchestrali regna il maestro Lord, è il lavoro in studio più lungo e forse più ambizioso dell’intera (finora) storia dei Deep Purple. Le prime due sezioni sono strumentali, mentre la terza è un pezzo hard rock nello spirito della maggior parte dei brani precedenti dell’album. Ritchie qui si ritrova in un regno di accordi pastorali di chitarra acustica, mentre alla chitarra elettrica tesse un assolo monumentale. L’orgia d’organo di Lord è puro nirvana in terra, e gli arrangiamenti orchestrali articolati anticipano la visione del suo futuro progetto di taglio classico, »Concerto for Group and Orchestra« (1969). La parte vocale finale sbiadisce un po’ dopo la precedente orgia orchestrale, anche se le acrobazie soliste di Lord e Blackmore sopra i passaggi di batteria indomabili, con l’aiuto di possenti armonie vocali, garantiscono un finale trionfale ed epico.

Nella riedizione di »Deep Purple« si trova il singolo americano »Emmaretta«, che stilisticamente non ha quasi nulla a che fare con il materiale dell’album, trattandosi di un pezzo smaccatamente commerciale dal pulsare beatlesiano, che non riuscì a conquistare i cuori americani. Questo loro ultimo tentativo di conquistare la scena americana, che con i cambi stilistici hard rock nel sound dei Deep Purple aveva cominciato a perdere in fretta interesse verso una band che fino ad allora associava a hit leggere e da intrattenimento, merita una menzione d’onore soprattutto per il bel ritornello, la linea di basso groovosa di sapore funk  e l’innovativo riff di chitarra.

»Deep Purple« è stato senza ombra di dubbio il miglior lavoro della formazione Mark I dei Deep Purple, quando questa versione della leggendaria band raggiunse il suo apice artistico e mise già un piede nella grande svolta stilistica arrivata subito dopo l’addio di Evans e Simper. I due, infatti, non condividevano la visione hard rock del futuro in cui Blackmore, Lord e Paice nei mesi successivi all’arrivo del nuovo cantante Ian Gillan e del bassista Roger Glover (entrambi ex membri della band psichedelica Episode Six) misero tutte le loro forze. »Deep Purple«, che per qualità sta sopra il predecessore »The Book of Taliesyn« almeno quanto questo stava sopra »Shades of Deep Purple«, con una promozione catastroficamente scadente da parte dell’etichetta di allora è colato a picco commercialmente anche sul suolo americano, dove i proverbialmente ottusi e (in apparenza) timorati di Dio americani furono spaventati perfino dalla copertina piuttosto goffa con l’opera di Hieronymus Bosch Il giardino delle delizie, che bollarono con veemenza come scandalosa.

Formazione

Rod Evans- voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Jon Lord – organo, tastiere, cori
Nick Simper – basso, cori
Ian Paice – batteria

Produzione

Derek Lawrence

Tracklist

1. Chasing Shadows (5:34)
2. Blind (5:26)
3. Lalena (5:05)
4. Fault Line (1:46)
5. The Painter (3:51)
6. Why Didn’t Rosemary? (5:04)
7. The Bird Has Flown (5:36)
8. April (12:10)

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