Deep Purple: Deep Purple

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Etichetta: Harvest Records
Data di uscita: 21. 6. 1969
Produzione: Derek Lawrence
Durata dell’album: 44.34 min
Genere: Hard Rock / Heavy Rock
Voto: 8.0/10


»Deep Purple« è stato il terzo lavoro in studio, intitolato in modo non proprio felicissimo, dei giganti dell’hard rock britannico Deep Purple, nonché l’ultimo album della loro formazione originale, quella che i fan della leggendaria band chiamano anche Mark I. Nel primo anno di vita i Deep Purple, grazie ai primi due album in studio e ai singoli di successo »Hush« e »Kentucky Woman«, si erano costruiti un nome scintillante in terra americana, mentre sul suolo britannico erano ancora dei reietti quasi totalmente sconosciuti, tanto che il leggendario tastierista Jon Lord, in un’intervista, arrivò a dichiarare che erano l’unica band britannica schizofrenica, perché negli USA erano incomparabilmente più amati che in patria, dove a ogni concerto suonavano per ‘quattro spiccioli’ e ci rimettevano un sacco di soldi rispetto alle serate davanti al pubblico americano. Il pubblico di casa, esigente e anche viziato, semplicemente non era rimasto impressionato dai due singoli di successo (entrambi cover di altri artisti) e, nel pieno dell’esplosione del rock progressive, pretendeva qualcosa di molto più eccitante, avventuroso e fresco.

Decisi a cambiare radicalmente qualcosa nel loro approccio alla composizione e agli arrangiamenti, i Deep Purple scelsero di puntare sul terzo album verso un sound più duro, spinta sostenuta soprattutto dal chitarrista Ritchie Blackmore, furbo come una volpe, con il convinto appoggio di Lord e del batterista Ian Paice. Dall’altra parte c’erano il cantante Rod Evans, dotato di una voce vellutata, e il bassista Nick Simper, a cui la nuova direzione non andava a genio e che, anzi, non erano nemmeno pronti ad affrontarla, cosa che in »Deep Purple« si avverte nella maggior parte dei brani, e così i loro giorni nella band erano contati.

Nonostante il sound più duro, l’atmosfera generale molto più cupa e il fatto che Blackmore si fosse scatenato alla grande con la chitarra elettrica, »Deep Purple« nel complesso, a seconda dei singoli brani, suonava ancora più rock progressive che hard rock, soprattutto per merito dei lunghi pezzi da maestro di Lord all’organo Hammond e dei suoi ricchi arrangiamenti di impronta classica. Paice era come al solito stupefacente dietro la batteria, mentre Simper in un solo anno è migliorato in modo evidente come bassista. Le cover di altri artisti, con l’eccezione dell’adattamento dello standard psichedelico folk rock di Donovan »Lalena«, sono praticamente sparite, mentre i singoli arrangiamenti sono diventati ancora più complessi grazie a un’ispirazione compositiva molto più profonda rispetto ai due lavori in studio precedenti.

Del sound più tagliente e cupo ci parla già la traccia d’apertura »Chasing Shadows«, che fissa lo standard per le future opener dei Deep Purple a tinte sperimentali. In questo pezzo sperimentale si sente il tappeto di batteria di Paice dal sapore sciamanico, mentre Evans con il suo approccio vocale vellutato garantisce una bella dose di melodia. Stavolta si sente bene anche la linea di basso bella groovy di Simper, mentre Blackmore, dopo un inizio trattenuto, si lascia andare a un assolo di chitarra sensuale. Alla fine, sugli Hammond, si scatena in modo succoso anche Lord.

»Blind« è un altro brano a tinte sperimentali che, con le sue fasce d’organo dal sapore sacrale e le frasi di chitarra ruvide, suona più cupo di qualunque cosa avessero fatto nei due album precedenti, mentre la voce di Evans, nel pieno di un’interpretazione convincente di un testo su un amore sfortunato, è carica di una malinconia inconsolabile. Stavolta Ritchie nell’assolo usa anche il wah-wah, mentre alle sue spalle lo sostengono linee di basso dal suono torvo. Il finale strumentale ricorda un po’ la colonna sonora di un horror in bianco e nero. »Lalena«, che nell’originale di Donovan è una ballata psichedelica folk rock, si distingue per l’atmosfera malinconica e per una magnifica prova vocale di Evans, una delle migliori della sua breve ma interessante carriera da cantante. All’interpretazione che stringe il cuore fanno compagnia arrangiamenti d’organo inconsolabili e accordi nostalgici di chitarra acustica, e il mix crea un’atmosfera davvero magica.

La suite »Fault Line/The Painter« nella versione CD ristampata è stata divisa in due parti, cosa che per fortuna non intacca l’intensità della sua atmosfera possente e turbolenta. »Fault Line« è la parte introduttiva strumentale in chiave rock progressive, si potrebbe dire anche un intro, dove Blackmore prende fiato con un breve assolo di chitarra, mentre »The Painter« è un pezzo eccellente, con capo e coda, in cui a fare più colpo sono il riffing diabolico di Ritchie e un altro assolo da leccarsi i baffi, di quelli per cui ancora oggi si leccheranno le dita tutti i buongustai della chitarra. In tutto l’album si percepisce che l’uomo in nero ha iniziato a prendersi un collage sonoro molto più ampio rispetto ai due lavori in studio precedenti, dove lasciava spesso l’iniziativa strumentale principale agli Hammond di Lord. Ovviamente anche il leggendario tastierista si concede una sostanziosa escursione solista all’organo, che approfondisce ancora di più la natura sperimentale di questo splendido lavoro.

»Why Didn’t Rosemary?« è il primo dei due standard dei »Deep Purple« a essersi guadagnato lo status di classico, soprattutto perché il tutto tira già verso il loro classico stile hard rock. La struttura melodica centrale poggia su un riff di chitarra di Blackmore temperamentale e condito di blues, mentre Evans sfoggia una prova vocale arrogante e Lord stende con passione fruscianti trame d’organo. L’uomo in nero convince di nuovo con un assolo di chitarra blues in cui ‘si aprono cielo e terra’, mentre Paice entusiasma con selvaggi rullate di batteria. Il testo, dall’umorismo nero e ispirato alla visione del film Rosemary’s Baby, racconta di una gravidanza indesiderata dovuta al rifiuto di prendere la pillola anticoncezionale.

L’ottimo ibrido psichedelico-hard rock »Bird Has Flown«, in cui alla voce solista si potrebbe già immaginare il successore di Evans, Ian Gillan, è un altro sempreverde dei Purple, dove spiccano un riff di chitarra crudo, una linea di basso groovy e un condimento d’organo a piena panna. Il tutto è sostenuto da passaggi di batteria ramificati e massicci. L’interpretazione vocale di Evans stavolta è la più cupa e cruda che la sua voce morbida e vellutata gli permettesse. Proprio questo limite vocale portò poi al suo addio.

La suite rock progressive conclusiva, superkomplessa e lunga 12 minuti, »April«, dove grazie ad ampi arrangiamenti orchestrali regna il maestro Lord, è il lavoro in studio più lungo e forse addirittura più ambizioso in tutta la (finora) storia dei Deep Purple. Le prime due sezioni sono strumentali, mentre la terza è un pezzo hard rock nello spirito della maggior parte dei brani precedenti dell’album. Ritchie qui si ritrova nel regno di accordi di chitarra acustica dal sapore pastorale, mentre alla chitarra elettrica intreccia un assolo monumentale. L’orgia d’organo di Lord è puro nirvana in terra, mentre gli arrangiamenti orchestrali ramificati offrono la visione del suo futuro progetto di impronta classica, »Concerto for Group and Orchestra« (1969). La parte vocale finale sbiadisce un po’ dopo l’orgia orchestrale che la precede, anche se le acrobazie soliste di Lord e Blackmore, sulle indomabili rullate di batteria e con l’aiuto di possenti armonie vocali, garantiscono un finale trionfale ed epico.

Nella ristampa di »Deep Purple« si trova il singolo americano »Emmaretta«, che stilisticamente non ha quasi niente a che fare con il materiale presente sull’album, perché è un pezzo smaccatamente commerciale con un battito beatlesiano, che non è riuscito a conquistare i cuori americani. Questo loro ultimo tentativo di conquistare la scena americana, che con i cambi stilistici verso l’hard rock nel sound dei Deep Purple aveva cominciato a perdere in fretta interesse per una band che fino ad allora associava a hit leggeri e festaioli, merita una menzione d’onore soprattutto per il bel ritornello, la linea di basso groovy in chiave funk  e il riff di chitarra innovativo.

»Deep Purple« è stato senza ombra di dubbio il capolavoro della formazione Mark I dei Deep Purple, il momento in cui questa versione della leggendaria band ha toccato il suo apice artistico e ha già messo un piede nella grande svolta stilistica arrivata subito dopo l’addio di Evans e Simper. Questi due, infatti, non condividevano la visione hard rock del futuro in cui Blackmore, Lord e Paice, nei mesi successivi all’arrivo del nuovo cantante Ian Gillan e del bassista Roger Glover (entrambi ex membri della band psichedelica Episode Six), avrebbero investito tutte le energie. »Deep Purple«, che per qualità sta sopra il predecessore »The Book of Taliesyn« almeno quanto questo stava sopra »Shades of Deep Purple«, con una promozione disastrosa da parte della casa discografica di allora è andato completamente a fondo commercialmente anche in terra americana, dove gli americani, proverbialmente zucconi e (apparentemente) timorati di Dio, si sono spaventati persino per la copertina piuttosto gracile con l’opera di Hieronymus Bosch Il giardino delle delizie, bollata con veemenza come scandalosa.

Autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Chasing Shadows (5:34)
2. Blind (5:26)
3. Lalena (5:05)
4. Fault Line (1:46)
5. The Painter (3:51)
6. Why Didn’t Rosemary? (5:04)
7. The Bird Has Flown (5:36)
8. April (12:10)

Formazione:
Rod Evans- voce
Ritchie Blackmore – chitarra
Jon Lord – organo, tastiere, voce di accompagnamento
Nick Simper – basso, voce di accompagnamento
Ian Paice – batteria


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