Defector

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Hackett, Steve
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1980
Voto: 4/5

Steve Hackett, uno dei chitarristi più apprezzati dell’età d’oro del progressive rock, anche dopo il magnifico capolavoro “Spectral Mornings” (1979) ha continuato a coltivare con grande fertilità le sue visioni musicali, anche se non è mai più riuscito a ripetere gli standard irraggiungibili dei suoi primi tre album, che fanno parte dei classici del prog sinfonico. Questo grande innovatore della chitarra, l’unico musicista ad aver ricevuto elogi sia da John Lennon sia da Yehudi Menuhin (e per lui sono i due riconoscimenti personali più grandi di tutta la carriera), non si è fermato un attimo e ha sfornato un altro album eccellente, che però ancora oggi troppo spesso resta nell’ombra dei suoi primi tre capolavori.

“Defector” è comunque un altro disco di altissimo livello, che per anni ha rappresentato l’ultimo album di Steve di stampo classico, sinfonico e prog rock, il terreno in cui è sempre stato più forte. Come sul predecessore, anche stavolta siamo davanti a una straordinaria ricchezza di colori sonori e a un’atmosfera più o meno trascendentale, che emerge soprattutto dal suo approccio unico e riconoscibile da lontano alla chitarra, fatto di una serie di tecniche che negli anni di sperimentazione è riuscito a portare alle stelle, per tutti quelli che mettono la sottigliezza davanti alla velocità. Steve ha tenuto l’ottima formazione del disco precedente, in cui oltre al fratello John c’erano l’eccellente tastierista Nick Magnus, il batterista John Shearer, il bassista Dik Cadbury e il cantante Pete Hicks. Purtroppo è l’ultima volta che Steve usa questa line-up, perché in futuro resteranno con lui solo John e Nick Magnus. Su “Defector” ci si può godere soprattutto una serie di magnifici strumentali sinfonici, creati nella sua migliore tradizione, e un po’ meno i pezzi che già risentono di influenze AOR, a cui purtroppo darà fin troppo spazio nelle sue prossime fatiche, quando comincerà il suo declino artistico temporaneo.

Il disco si apre con l’atmosferico strumentale “The Steppes”, che per atmosfera e struttura è secondo me il pezzo migliore dell’album e uno dei migliori di Steve in assoluto. Nell’intro è il flauto a costruire una ricca atmosfera orientaleggiante, poi irrompono batteria massiccia, una linea di basso eccellente e tastiere sottili, tra i motivi fondamentali dell’efficacia di questo capolavoro di prima categoria. Ma nulla sarebbe possibile senza la chitarra di Steve, che suona fantastica e fluidissima (come al solito), soprattutto quando sforna una serie di assoli sottilissimi che si intrecciano di continuo con il flauto splendido e i suoni divini del mellotron. Il triste fatto è che questo è uno degli ultimi momenti in cui questo strumento indimenticabile è stato usato in un album prog rock degli anni ’80, perché poi è arrivato il periodo in cui è finito nell’oscurità più totale a favore dei nuovi sintetizzatori, che secondo me sono sempre stati inferiori al “re delle tastiere”. “Time To Get Out” è già un po’ più nello stile dell’AOR rock, dove Steve verrà trascinato soprattutto nell’album successivo, ma grazie alla voce di Hicks resta comunque meglio di tutti i suoi successivi tentativi simili di commercializzare il suono. Dopo un solido intro di chitarra che ricorda il classico dei Genesis “The Lamb Lies Down On Broadway”, sfocia in una sezione vocale melodica che ricorda un po’ “Every Day” del disco precedente, anche se è un pezzo decisamente meno interessante. Contiene comunque qualche buona armonia vocale, in cui chitarra e tastiere si intrecciano con gusto, e nel finale Steve sfodera anche un po’ di passaggi di chitarra spiritosi.

A questo solido tentativo AOR segue l’ottima “Slogans”, un piacere sinfonico-progressivo al cento per cento, che farà impazzire soprattutto tutti i fan dei Van Der Graaf Generator con il suo continuo alternarsi di sezioni cupe e dissonanti. Dopo un’introduzione selvaggia e carica alle tastiere, il pezzo prosegue tra mille svolte in un’atmosfera buia, quasi inquietante, con tanti passaggi di chitarra eccellenti. È un brano in cui si sente chiaramente il contributo di ogni singolo strumentista e in cui non mancano effetti spiritosi alle tastiere. Il pezzo tocca il culmine nella sezione centrale, dove il maestro Hackett mostra la sua padronanza impeccabile della tecnica del tapping, cosa quasi scontata per uno che oggi è riconosciuto come l’inventore di questa tecnica. Vale la pena citare anche il finale, un ottimo attacco di sintetizzatori inquietanti e chitarra che fa precipitare il pezzo direttamente nella molto più delicata “Leaving”. Quest’ultima ha un’atmosfera mistica eccezionale, con ottime armonie nell’interazione tra chitarra, flauto e tastiere sottili. Il breve strumentale acustico “Two Vamps As Guests” con il suo motivo di base continua da dove “Leaving” si era fermata. Lo dimostrano soprattutto il riff centrale di chitarra e l’elegante chitarra acustica, con cui Steve mostra ancora una volta perché è uno dei migliori chitarristi acustici del mondo del rock. L’eccellente strumentale “Jacuzzi” è un altro dei vertici del disco e della carriera di Steve in generale, soprattutto grazie all’interazione sbalorditiva tra il flauto fantasioso, le tastiere spaziali e riff di chitarra azzeccatissimi. Il mellotron e i cambi di tempo speziati creano un vero nirvana progressivo, mentre il pezzo cambia da una sezione all’altra. L’incredibile convivenza tra chitarra, tastiere e flauto nella parte centrale è uno dei momenti migliori dell’album. Il finale riprende il motivo iniziale, dove rientra una melodia complessa fino al climax conclusivo, in cui assistiamo di nuovo alle svariate arti chitarristiche di Steve.

“Hammer In The Sand” è un buon strumentale con un tocco di new age, soprattutto per il bellissimo pianoforte e i sintetizzatori atmosferici. Se questi ultimi fossero stati sostituiti dal mellotron, questo pezzo solido avrebbe potuto essere addirittura uno dei capolavori. “The Toast” è un altro pezzo molto bello, carico di misticismo, con armonie vocali di qualità e un motivo di chitarra elaborato. Contiene anche una bellissima sezione strumentale, dove l’interazione tra flauto e tastiere richiama una delle opere più note della musica classica. “The Show” è secondo me un tentativo piuttosto debole di creare un singolo da hit, poggiato su sintetizzatori abbastanza dozzinali e su un ritmo disco che accompagna la melodia centrale. Nel Regno Unito è stato persino un piccolo successo, ma questo non basta nemmeno lontanamente a salvarlo dal suo status di momento più debole dell’album. Nei suoi primi lavori Steve di solito ci infilava sempre almeno un pezzo burlesco, e stavolta è la conclusiva “Sentimental Institution”, che ricorda il pop che ascoltavano i nostri nonni negli anni ’40. Steve ha rafforzato ancora di più questa sensazione di “autenticità” dei tempi andati con degli effetti di produzione particolari. Anche se questo brano scherzoso ha un suo fascino speciale, dopo tanti ascolti stufa in fretta.

Le bonus track della ristampa faranno sicuramente felice la maggior parte dei fan di Hackett, anche se non portano niente di particolarmente nuovo. “Hercules Unchained” è comunque un esperimento interessantissimo, perché sarebbe difficilissimo immaginare qualcosa di meno tipico nell’esecuzione di Steve. Qui infatti suona un punk quasi perfetto, che nel finale, soprattutto grazie alle acrobazie vocali acutissime dell’ottimo Pete Hicks, strizza l’occhio anche al primo heavy metal. Il maestro voleva evidentemente prendersi gioco di un genere e di un movimento che all’epoca era già in declino, ma che a suo tempo si divertiva ad attaccare qualsiasi tipo di musica fantasiosa uscita dalle mani di artisti del calibro di Steve. Gli altri bonus sono registrazioni dal vivo del tour di “Defector” (per lo più dal concerto al Reading festival), tra cui entusiasma di più l’ottima esecuzione del capolavoro “The Steppes”.

Nonostante un finale abbastanza nella media, il risultato è un album quanto mai variegato, fluido e condito di sinfonismo, che andrà a nozze con tutti i veri fan dei lavori solisti di Hackett e con la maggior parte di chi apprezza un buon prog sinfonico anni ’70. Per me “Defector” è l’ultimo dei classici album di Steve di impronta sinfonica e prog rock, anche se per alcuni esperimenti meno evidenti non raggiunge lo status di capolavoro come è riuscito all’indimenticabile “Spectral Mornings”, ed è proprio per questo che resta un po’ trascurato. Eppure meriterebbe senz’altro un po’ più di rispetto, perché secondo me è uno degli ultimi album prog rock “della vecchia scuola”, che dopo il lungo letargo degli anni ’80 sono tornati in vita solo a metà degli anni ’90. Da questo disco in poi gli album di Steve diventano molto meno progressivi e il maestro si cimenta anche in altri generi musicali. Con l’album successivo è arrivato già un grande passo indietro tra commercializzazione e sintetizzazione del suono, con un risultato finale che ha prodotto alcuni dei suoi lavori più deboli.

Formazione

Steve Hackett – chitarra, voce di accompagnamento, Optigan, Roland GR 500
John Hackett – flauto
Nick Magnus – tastiere
Pete Hicks – voce
Dik Cadbury – basso, voce di accompagnamento
John Shearer – batteria & percussioni

Produzione

John Acock & Steve Hackett

Tracklist

1. The Steppes (6:04)
2. Time to get Out (4:11)
3. Slogans (3:42)
4. Leaving (3:18)
5. Two Vamps As guests (1:58)
6. Jacuzzi (4:35)
7. Hammer in The Sand (3:09)
8. The Toast (3:41)
9. The Show (3:40)
10. Sentimental Institution (2:32)

Durata dell’album: 36:50

Bonus track della ristampa (2005):

Hercules Unchained (B-side of “The Show”)
Sentimental Institution (Live)
The Steppes (Live)
Slogans (Live)
Clocks (Live)

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