Desolation Rose
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Flower Kings, The
Etichetta: Import
Uscita: 28.10.2013
Durata: 59:37
Voto: 4/5
Ancora una volta l’anno ha fatto il giro ed è arrivato il momento del nuovo album in studio dei The Flower Kings, stavolta con un titolo insolitamente femminile: »Desolation Rose«. ‘Ma come, di nuovo?’, direte, visto che a qualcuno è rimasto ancora ben impresso il lavoro precedente, »Banks Of Eden« del 2012. Dopo una pausa piuttosto lunga tra il 2007 e il 2012, in cui non è uscito nessun nuovo album in studio, i Flower Kings guidati dal loro patriarca stakanovista, chitarrista e cantante Roine Stolt (alcuni lo conoscono anche come membro della superband prog internazionale Transatlantic e ex membro della leggendaria band svedese Kaipa) hanno evidentemente ripreso a sfornare dischi con la vecchia foga ‘iperproduttiva’, quando i nuovi lavori in studio arrivavano un anno dopo l’altro.
»Desolation Rose«, il dodicesimo album in studio dei The Flower Kings, prosegue per suono, stile e messaggio da dove si era fermato »Banks Of Eden«: i simpatici svedesi continuano cioè a diffondere la ‘floreale’ filosofia di Roine, per giunta con la stessa formazione del disco precedente, a partire dallo stesso batterista, Felix Lehrmann, il che per una band che in meno di vent’anni di carriera ha già cambiato quattro batteristi è davvero una bella notizia, di quelle che danno coraggio. La struttura dei singoli brani, quindi, come ci si aspetta più o meno sempre dai The Flower Kings, resta astutamente complessa ma allo stesso tempo marcatamente melodica, suonata a livelli virtuosistici eccezionali, con una valanga di stacchi strumentali improvvisati e sfumature ambient in stile anni Settanta, soprattutto con le tastiere di Tomas Bodin. Nessuno si stupirà se già in apertura i ‘fiorai’ ti sparano un epico, complessissimo pezzo di più di 13 minuti, »Tower One«, dove un orecchio ben allenato sentirà tantissimi elementi retro ‘presi in prestito’ dai classici del prog come King Crimson, Yes e Genesis: una mossa certo ambiziosa, ma ormai quasi scontata, che non fa venire chissà quali brividi.
Forse è un po’ ironico, ma stavolta i The Flower Kings suonano un filo più interessanti sui brani più brevi, come »Sleeping Bones« condito di mellotron, dove le influenze dei Genesis sono più che evidenti, e nei momenti più duri anche quelle dei primi King Crimson, quando in primo piano si fanno strada frasi di chitarra crude e allo stesso tempo matematiche. In »Desolation Road« il secondo chitarrista Hasse Fröberg, con la sua prova vocale piena di emozione, dimostra che i Flower Kings, pur essendo da sempre considerati dei professori virtuosi del prog quasi troppo analitici, sanno essere maestri anche della sottigliezza, e proprio al momento giusto.
Ogni tanto su alcuni brani di »Desolation Rose« si trovano anche testi di critica sociale, come »White Tuxedos«, che nell’intro suona come un pezzo perduto di Leonard Cohen, finché non si trasforma in un divertente fusion sinfonico/hard rock, dove tra un arrangiamento e l’altro si sente pure una leggera influenza dei Deep Purple: un esperimento davvero spiritoso, di quelli che sul disco potevano essere di più. Il brutale »Dark Fascist Skies«, a tratti già prog metal, dove il testimone vocale passa di nuovo a Fröberg, è invece il seguito di »Bavarian Skies« dall’album »Paradox Hotel« (2006). Qui Roine esprime la sua preoccupazione per il fatto, ben noto, che l’estrema destra, ovvero i neonazisti, in un’UE malata e stremata, in mezzo a una crisi economica pilotata ad arte, diffondono le loro brutte idee con sempre più sicurezza.
In »The Resurrected Judas« i Flower Kings suonano di nuovo come degli idealisti incorreggibili che, mentre leggevano la poesia di Jon Anderson (ex-Yes), si sono dimenticati che i tempi hippie sono finiti da un pezzo, e però continuano a credere che ‘l’amore vinca ogni ostacolo’. Qui arriva anche il primo interessante stacco strumentale jazz fusion, che dura più o meno fino al momento in cui entrano le tastiere stratificate, e per un po’ i ‘fiorai’ suonano come i Genesis dell’era »A Trick Of the Tail«. Il super melodico »The Silent Mases« a tratti ricorda la musica per qualche festeggiamento di Capodanno, mentre le escursioni soliste di chitarra e il testo sarcastico sullo sfruttamento degli operai di fabbrica suscitano sensazioni completamente diverse dallo spirito delle feste.
»Last Carnivore« è il pezzo più duro del disco, a tratti quasi brutale per gli standard dei The Flower Kings, con spinte stilistiche prog metal e un’influenza dei King Crimson più che evidente, tanto che stavolta per un attimo regna anche un’atmosfera un po’ più cupa del solito. Roine e soci, con i loro allegri lampi vocali e ambientali, si assicurano subito che la cupezza non duri troppo. La title track è un pezzo da risveglio delle coscienze nello stile del vecchio classico »Stardust We Are«, che brilla di energia ambient positivista e di quel linguaggio ‘verde’ che semplicemente non può mancare in nessun disco dei Flower Kings. Il tutto si chiude con la pomposa »Silent Graveyards«, dove ritorna quel motivo allegro e da risveglio che avevamo già sentito prima in »Desolation Rose« e »The Silent Masses«, mentre il finale lascia la chiara sensazione che il ‘lavoro’ di illuminare le masse degli ascoltatori ‘sia ben lontano dall’essere finito’, per quanto sarcastica possa suonare la cosa.
»Desolation Rose« è un classico album dei The Flower Kings, fatto esattamente come lo vogliono e se lo aspettano la maggior parte dei fan di lunga data. Cioè con la solida formula collaudata negli anni, quella che gli ha regalato la fama di una delle formazioni prog più interessanti e importanti degli anni Novanta, con una novità positiva: stavolta il disco nel suo insieme suona più compatto di quanto sia stato di solito negli ultimi anni. Si nota anche un altro cambiamento: stavolta suonano un pizzico più aggressivi e meno sbbarazzini del solito, eppure nel XXI secolo troverete pochi positivisti prog così incorreggibili come il signor Stolt e la sua combriccola ‘floreale’. Ai Flower Kings, in futuro, non farebbe male pensare di rischiare di nuovo un po’ nel prossimo progetto in studio e provare qualche cambiamento sonoro più radicale, magari con l’arrivo di un nuovo cantante aggiuntivo, come in passato (con scarso successo, a dire il vero) hanno già provato con Daniel Gildenlöw (Pain of Salvation), perché hanno un bisogno urgente di un’infusione rinfrescante, visto che le loro idee compositive, sempre suonate a livelli altissimi, stanno diventando fin troppo prevedibili.
Formazione
Roine Stolt – voce e chitarra
Hasse Fröberg – voce e chitarra
Jonas Reingold – basso
Tomas Bodin – tastiere
Felix Lehrmann – batteria e percussioni
Produzione
Roine Stolt
Tracklist
1. Tower One (13:39)
2. Sleeping Bones (4:16)
3. Desolation Road (4:00)
4. White Tuxedos (6:30)
5. The Resurrected Judas (8:24)
6. Silent Masses (6:17)
7. Last Carnivore (4:22)
8. Dark Fascist Skies (6:05)
9. Blood Of Eden (3:12)
10. Silent Graveyards (2:52)