Digital Ghosts

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Artista: Shadow Gallery
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2009
Durata: 55:26
Voto: 4.5/5

Ha visto la luce il sesto album in studio dei veterani del progressive metal, se mi passate il termine: per anagrafe gli Shadow Gallery appartengono alla generazione di band americane che negli anni Novanta ha fatto salire la popolarità del genere insieme ai Dream Theater. Con molto meno clamore, gli Shadow Gallery hanno portato avanti la propria strada rispetto alla fama dei coetanei Dream Theater, ma superandoli con una dose in più di classe e raffinatezza negli arrangiamenti, cosa che oggi i Dream Theater possono per lo più solo sognarsi. Gli album degli Shadow Gallery li abbiamo sempre aspettati a lungo e con fatica, visto che uscivano a distanza di 3-4 anni l’uno dall’altro, e anche stavolta è andata così. Con “Digital Ghosts” si è tolto un grosso macigno dal cuore sia ai membri della band sia a tutti gli appassionati degli Shadow Gallery, come spiega meglio il paragrafo che segue. 

In più, i ragazzi hanno attraversato una piccola crisi, perché li ha lasciati all’improvviso, per via di una morte improvvisa, lo storico cantante Mike Baker: il nuovo album è quindi ancora più importante, perché con esso gli Shadow Gallery fanno sapere che scalciano ancora, che esistono. Il carattere inconfondibile della voce del compianto Baker non è affatto facile da sostituire. Soprattutto per le specificità stesse che definiscono la musica degli Shadow Gallery. Con la “partenza” di Baker è finita sotto tiro l’atmosfera che per gli Shadow Gallery è un marchio di fabbrica. Riusciranno i ragazzi, anche senza Baker, a portare sul nuovo album tutti i loro tratti distintivi di comunicazione musicale? A prendere il posto di Baker è il cantante Brian Ashland. La sua voce ha una grande flessibilità, come quella che offriva anche Baker. Non tanto la flessibilità dei muscoli del collo, della gola e delle corde vocali, quanto la capacità di adattarsi alle sfumature cromatiche dell’approccio vocale. Rimarrete sorpresi dal fatto più evidente: già al primo ascolto Ashland ricorda l’approccio di Geoff Tate (Queensryche). Sia nei passaggi più incisivi, dove deve mostrare potenza in modo continuo e portare la melodia a un altro livello con linee vocali bombastiche, sia in quelli più calmi, dove si apprezza il suo lato sottile e sensibile nell’esprimere malinconia, nostalgia,… Insomma, l’uomo giusto al posto giusto. E la somiglianza con i Queensryche si può far finta di non sentirla piuttosto in fretta, perché su questo album ci sono un sacco di elementi che spostano l’attenzione altrove. Il merito va soprattutto al fatto che gli Shadow Gallery anche sul nuovo album usano le loro tipiche melodie solenni a più voci armonizzate, che in certi punti prendono il posto della voce solista e le cui linee si fondono spesso (di nuovo) con gusto in melodie combinate e compatibili.

“Digital Ghosts” è un album più morbido, meno arrabbiato e meno diretto di “Room V” (2005) e molto più accessibile dell’a tratti fin troppo sperimentale “Legacy” (2001). L’energia che vi è catturata è diversa da quella di tutti i dischi precedenti, eppure con “Digital Ghosts” è chiaro fin dall’inizio che abbiamo davanti un vero disco degli Shadow Gallery. Proprio grazie alla svolta verso un equilibrio maggiore tra le parti di tastiera e il taglio delle chitarre, e grazie ai momenti di calma messi più in evidenza, rinforzati da collage sonori dal suono organico con l’uso del piano, non è difficile evocare qualche parallelo atmosferico con il magnum opus di questa band: il disco “Tyranny” (1998).

Gli Shadow Gallery vi ricorderanno anche stavolta di essere cresciuti e di essersi temprati ascoltando le leggendarie icone del progressive rock come Kansas, Yes e, fino a un certo punto, perfino Pink Floyd e Queen (quelli dei Settanta). È una band per cui la parola sofisticatezza non ha segreti. Dato per assodato che nel caso degli Shadow Gallery parliamo di prog metal, la loro musica comunica molto di più, ben oltre ciò che arriva a captare o a raggiungere con le frequenze un orecchio qualunque.

Nel caso degli Shadow Gallery si tratta soprattutto, ancora una volta, della conferma di un dialogo eccezionale tra tastiere e chitarra, che lavorano in perfetta intesa e sintonia, e al tempo stesso in modo di nuovo possente, unico e riconoscibile. Anche su “Digital Ghosts” questi due elementi non sono per forza messi uno contro l’altro a servire un fuoco incrociato di assoli vertiginosi (Buongiorno Dream Theater!): puntano piuttosto a intrecciare atmosfere di un momento “teatrale” leggero e raffinato, con un senso di spontaneità, un pizzico di imprevedibilità, attraverso gli stessi motivi chiaramente definiti delle parti strumentali dei brani (soprattutto nelle introduzioni e nei finali, dove la “storia” va potenziata a livello atmosferico fino al massimo drammatico). Questa conversazione di motivi dai mille colori, con le sue svolte atmosferiche, assicura per tutto il tempo sfumature cromatiche di gran gusto, mantiene il filo rosso, la facile digeribilità per l’ascoltatore e (in questo caso fondamentale) la compattezza dei brani.

Questi “giochi” bravurosi entusiasmano soprattutto tutti gli ascoltatori dal palato “gourmet” e più esigenti. Soprattutto se ci aggiungiamo l’attributo di spezzature ritmiche tecnicamente rifinitissime e capitalizzate al meglio, che sottolineano le sfumature contrastanti dei tanti motivi in queste parti strumentali.

Nonostante questo, abbiamo detto che gli Shadow Gallery restano comunque una band compatta. Anche se i brani sono solo sette, grazie al ricco ricorso a tanti motivi non si ha mai la sensazione di ascoltare per 55 minuti un unico pezzo, come succede sempre più spesso con i Dream Theater di oggi. Prendi Strong: ha un ritmo di base su cui poggia un riff di chitarra che non è difficile collocare tra certi power metaller europei, o tra i “matti” tipo Manowar, mentre alla voce di Ashland si contrappone un duetto con l’ospite, il cantante dei Primal Fear Ralf Scheepers. Quest’ultimo ovviamente chiude il suo contributo con uno “scream” da spaccare il cielo, in pieno stile “Fear”, che non si può non sentire nemmeno da sordi.

Se l’apertura dell’album, con il brano With Honour, convince in un attimo nel suo intento di fondo che i veri Shadow Gallery sono ancora con noi, Venom, “alla Symphony-X”, è il pezzo più tagliente e diretto (con l’ospite Clay Barton dei Suspyre in duetto con il bassista Cadden-James), che nel proseguire offre con un riff aspro e spinto in avanti il paradiso agognato dagli amanti dell’assalto metal, dove lo scalpitare degli assoli di Wehrkamp è messo in risalto in modo più concreto, così come gli altri tipici elementi progmetal (il finale!). Pain è una scelta eccellente, che scarica l’alta tensione generata sull’album dalla “furia divina” di Venom. Il ritornello di questo pezzo è il più rifinito a livello melodico di tutto l’album e il brano ha (con tagli di edit e adattamenti fatti come si deve) il potenziale per diventare un singolo da hit. E ancora una volta gli Shaodow Gallery mantengono con maestria la compattezza. Anche qui hanno tenuto per la chiusura del brano gli assoli bravurosi e il fluire pittoresco dei motivi. Gold Dust sfiora With Honour, e l’approccio di Ashland, soprattutto qui, richiama alle sfumature parallele dell’approccio vocale di Geoff Tate.

Proprio la title track può vantare il maggior numero di parallelismi con “Tyranny” (1998). È un brano un po’ più sofisticato, in cui su questo album emerge al meglio la perfezione della convivenza dei mattoni che costruiscono la musica degli Shadow Gallery. In questo pezzo è riuscita particolarmente bene la sfumatura della linea di scarto tra le parti del tutto calme e quelle accelerate, che quasi non si percepiscono, a meno che non ti concentri empiricamente su questo elemento della band. In questa composizione eccellente gli Shadow Gallery devono molto al pionierismo dei Kansas (tastiere) e ai vecchi (anni Settanta) Queen (melodie vocali armoniche). Dal sesto minuto fino alla fine del brano, poi, non è difficile non sentire le influenze degli Yes (perfino nella costruzione del finale dei cori).

Restiamo pure sugli Yes. Haunted è una chiusura d’album entusiasmante e sorprendente, perché gli Shadow Gallery non offrono una specie di rally intergalattico a velocità folle, di quelli che ci si aspetterebbe per finire, ma sottolineano ancora più a fondo (rispetto alla title track) il senso per la sofisticata successione di collage sonori che costruiscono la loro musica. Dopo quasi quattro minuti di intrecci sognanti, l’album si lancia in una danza finale da tornado, attraverso un dramma completo di svolte d’atmosfera, che però mantiene un’alta ascoltabilità e una distribuzione equilibrata dei mattoni. L’assolo è quindi del tutto controllato e non “sperpera” la compattezza dei motivi, definita con tanta cura. L’album porta con sé l’atmosfera malinconica di una chiusura di totale quiete.

“Digital Ghost” è un ottimo album degli Shadow Gallery, che per qualità si porta del tutto al fianco dell’unica “Tyranny” (1998). Un disco stratificato, ma al tempo stesso ben definito. Rifinito sul piano melodico, con la band che mantiene la sensazione di camminare su una via di mezzo, tra la bravura dell’intreccio strumentale delle fughe soliste (compresa la pienezza del dialogo tra tastiere e chitarra) e frasi motiviche salde e chiaramente definite. Questa combinazione entusiasma dall’inizio alla fine per spirito, grande ispirazione, riconoscibilità unica, atmosfere speciali, come sanno farle solo gli Shadow Gallery. Un osso da rosicchiare a lungo e che, a quanto pare, supererà senza troppi intoppi anche la prova del tempo. Sarà il tempo a mostrare che, quando tra, che so, 30 anni toglierete la polvere dalla vostra copia di questo CD, “Digital Ghosts” vi risuonerà ancora nelle orecchie fresco, ispirato, esplorativo, giocoso, battagliero,… Insomma, nel messaggio rifinito a livelli altissimi, difficile da paragonare a qualsiasi cosa e, nella definizione dell’espressione musicale degli Shadow Gallery, del tutto unico.

Voi fan della band, cercate sugli scaffali dei negozi l’edizione speciale, in quantità limitata, di “Digital Ghosts” con un CD extra, a cui sono aggiunti quattro brani. Due di questi sono stati registrati ancora con il compianto Mike Baker alla voce.

Formazione

Brian Ashland – voce
Gary Wehrkamp – chitarra, tastiere, cori
Brendt Allman – chitarra, cori
Carl Cadden-James – basso, flauto, voce, cori
Joe Nevolo – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Ralf Scheepers – voce (brano n. 5)
Clay Barton – voce (brano n. 2)
Srdjan Brankovic – chitarra (brano n. 5)
Vivian Lalu – tastiere (brano n. 4)

Produzione

Gary Wehrkamp

Tracklist

1. With Honor (9:59)
2. Venom (6:21)
3. Pain (6:22)
4. Gold Dust (6:45)
5. Strong (6:50)
6. Digital Ghost (9:37)
7. Haunted (9:36)

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