Dirty Three, catarsi sulfurea!
Luogo: Orto Klub, Lubiana
Data del concerto: 28.05.2007
Presenti: 150
Prezzo del biglietto: 13 euro
“Di tutte le città in cui suoniamo, questa è quella in cui torniamo più volentieri”: con queste parole Warren Ellis ha accompagnato il pezzo d’apertura del tanto atteso ritorno dei Dirty Three. Tutti e tre sul palco, oltre a Warren al violino, il percussionista Jim White e il chitarrista Mick Turner, erano di ottimo umore. Ma è stato proprio Warren ad avere più da dire. Tra un pezzo e l’altro si prendeva il tempo di fare due chiacchiere su un po’ di tutto: la Grecia, i guai in viaggio, gli aneddoti dalle sessioni di registrazione e, ovviamente, i ricordi dell’ultima volta all’Orto, tanto da chiedere di spegnere il ventilatore che girava proprio sul soffitto sopra il palco, “vedo già che sanguinerò prima che ‘sta maledetta serata finisca!” Il ricordo dell’ultimo concerto all’Orto, quando il destino ha voluto che l’instancabile violinista chiudesse la serata con qualche punto di sutura sulla mano, è ancora decisamente vivo. Stavolta, per fortuna, niente tributo di sangue, ma l’energia scorreva a fiumi lo stesso.
Visto che i Dirty Three hanno pubblicato sette album e che stanno tutti da qualche parte tra il davvero buono e l’eccellente, non c’è da stupirsi che ogni pezzo che suonano sia una piccola vera e propria inno, accolto uno dopo l’altro con evidente entusiasmo dal pubblico. Che si tratti di brani dell’esordio Sad And Dangerous o dell’ultima fatica in studio, Cinder, che Warren descrive così: “con questo volevamo fare un po’ di musica pop, di quella che passa in radio. Tipo i Placebo o gli U2 e quell’altra merda!” e continua ridendo “ovviamente abbiamo sbagliato di grosso!”, ogni canzone è intrisa di una specie di energia ossessiva che dice da sola, e con precisione, quello che vuole dire. Senza parole, naturalmente: sono pezzi esclusivamente strumentali, rinforzati solo ogni tanto dalle urla e dalle esclamazioni di Warren.
Oltre a essere la loro città “preferita”, Lubiana viene presto ribattezzata anche “Lubiana, la città della verità”, in risposta a uno spettatore scontento, Slavec, che aveva espresso il desiderio di sentire un “geetarman solo”. “Vuoi sentire un assolo di chitarra? Va bene, Mick, suona un assolo per quest’uomo!”, cosa che ha fatto scoppiare a ridere Mick, mentre Warren prosegue “Avete scoperto il punto debole della band. Dopo quindici anni di concerti avete scoperto che il nostro chitarrista non sa proprio suonare!” Il pubblico ride, e Warren, con una faccia un po’ più seria, borbotta tra sé e sé “avrò problemi quando me ne vado stasera?”, riferendosi a Slavec, con cui c’era stato un piccolo e palese cortocircuito comunicativo.
All’altro estremo, invece, ha trovato, come ha detto lui, un vero amico tra il pubblico, un certo Tomaž, che per l’occasione si era ribattezzato Too Much. “Dove sei adesso, Too Much?” ha chiesto Ellis alla fine di un pezzo, “aiutami, dimmi cosa dobbiamo suonare adesso?” e dal pubblico arriva la risposta “non so, io sono modesto. Suonate quello che volete!” “È la miglior risposta che abbia mai ricevuto!” replica Warren, e tutto sorridente ripete “io sono modesto.” “Too Much, you’re just too much!”
Anche se Mick non va pazzo per gli assoli, non è assolutamente vero che non sappia suonare, anzi: in un mondo dove suonare la chitarra è diventato un vero atto di masturbazione che si rifà al “non è mai troppo”, Mick è il perfetto negativo di questa assurdità. Per lui vale di sicuro la regola del “meno è meglio”, e quanto ha ragione, perché in questa follia eclettica creata da Warren e Jim, un ulteriore eccesso chitarristico degenererebbe al massimo in puro rumore, cosa che con i suoi schemi melodici pacati e semplicissimi non succede mai.
Dall’altra parte c’è poi, ovviamente, Jim White, di cui si può dire a cuor leggero che nel mondo dei batteristi non ha molti eguali. Un percussionista così rilassato e fantasioso è davvero impossibile non notarlo. Uno spettacolo a sé. Oltre a usare un’intera serie di bacchette diverse, sulle pelli dei suoi tamburi e sui piatti si è ritrovata un’intera serie di oggetti che di solito lì non si vedono. Qualche piccolo tamburello intercettava di continuo i colpi destinati alle pelli, e in più c’erano una specie di ornamenti di plastica dalle forme curiose, a cui farei fatica ad attribuire una funzione propria. Jim si occupava anche delle sorprese nello svolgimento stesso della musica, visto che questa prendeva ogni direzione possibile, tranne quella prevedibile. Nonostante l’eccezionale perfezione tecnica, il suo modo di suonare sembra più un gioco spensierato e leggero, come se tutto quello che fa fosse semplicissimo. Ma solo in apparenza, perché una comprensione e una conoscenza così profonde di qualsiasi strumento non arrivano da sole, e nemmeno solo con l’esercizio. Nel modo di suonare di White c’è infatti un equilibrio perfetto tra precisione tecnica e un senso straordinario della musica, nel senso più puro del termine. Dà lo stesso peso al suono e al silenzio, e così crea davvero qualcosa di assolutamente unico. In fondo è quello che fanno tutti e tre questi alchimisti della musica.
L’attrazione principale resta comunque Warren, che sul palco non ha affatto l’aria di uno che suona il violino. Tutto piegato, di schiena al pubblico, “abusa” di quel fragile e delicato strumento, possibilmente con un effetto fortemente distorto (tra l’altro, per il suo violino usa ben cinque effetti, mentre Mick per la sua chitarra ne ha solo due), e ne tira fuori una musica molto più imparentata con la “riffomania” di Tommy Iommi dei Black Sabbath che con Vivaldi o roba simile. Suona esattamente come a scuola di musica ti insegnano e pretendono che non si faccia! Si abbandona al suo strumento in modo davvero catartico, e viceversa, e non c’è di sicuro un pelo sul suo corpo che non dia il suo contributo alla musica. E quando, preso dalla passione, lo solleva in aria a braccia aperte, con un “feedback” rombante e indomito, sembra che voglia esporlo a qualcosa di più potente di lui, che probabilmente può essere solo un fulmine. Forse. E, incredibilmente, lo strumento non si spacca nemmeno!
Jim e Warren sono quindi la prima linea di battaglia di una dissolutezza musicale a cui Mick, pur essendo un po’ più riservato, con il suo suonare davvero ipnotico non fa che aumentare il grado di perversione musicale che creano senza vergogna e che costituisce l’essenza stessa del sound dei Dirty Three. Senza dubbio i Dirty Three sarebbero il miglior esempio del perché il Rock & Roll è stato vietato! Soprattutto dopo il consiglio d’oro “i concerti rock sono la migliore occasione per incontrare una persona con cui te la spasserai per almeno le 24 ore successive. Basta che non sia la stessa con cui sei venuto al concerto… sette persone su dieci se ne vanno con qualcuno diverso da quello con cui sono arrivate!”
Nel loro concerto di quasi due ore e mezza, pieno di eccessi e compreso l’immancabile bis, il trio ha rivoltato a dovere il proprio tesoro musicale, tanto che si poteva sentire almeno un pezzo da ogni album. Tra i più notevoli ci sono stati “Amy” da Cinder, “I Remember A Time When Once You Used To Love Me” (Horse Stories), “Sea Above, Sky Below” (Ocean Songs), “Lullaby For Christie” da Whatever You Love, You Are e altri, sempre che sia davvero il caso di metterne in risalto qualcuno.
Era già passata l’una di notte quando i Dirty Three hanno deciso di chiudere come si deve. Con un’altra canzone e le parole “remember… remember… remember…” e mentre il pubblico cominciava a spazientirsi, Warren ha finalmente finito la frase: “remember to forget! E se oggi qui con noi c’è qualcuno già morto o moribondo… fattene una ragione, non sei l’unico!” Ancora qualche urlo solitario nella notte e i Dirty Three scompaiono tra la folla, così come erano arrivati. Con stile!
Scaletta
I Dirty Three sono:
Warren Ellis: Violino
Mick Turner: Chitarra
Jim White: Percussioni
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