Saga
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Saga
Etichetta: SPV Records
Uscita: 1978
Voto: 4.5/5
Ti immagini di aprire il giornale la mattina e trovare, sotto titoloni a caratteri cubitali, la notizia sconvolgente che le cavallette migratrici cibernetiche hanno iniziato il loro spietato raid predatorio, si sono impossessate della maggior parte dell’arsenale nucleare e sono volate con quello su una luna sconosciuta, dove l’hanno distrutto per sempre, con gran gusto? A guidare l’attacco una cavalletta che, dentro lo scheletro cibernetico, custodiva il cervello del buon vecchio Albert Einstein, lavando così via il senso di colpa che prima di morire gli aveva causato il pensiero di un possibile uso militare delle sue idee. Ovviamente si tratta solo del nucleo di una storia di fantascienza niente male, nata da una notizia sui cervelli di Einstein rubati. Quest’ultima l’hanno usata con grande abilità nei loro testi (più precisamente nei brani con il sottotitolo “capitolo”) i leggendari rocker canadesi Saga. Questi capitoli, che non sono “usciti” secondo un ordine logico, ma che alla fine hanno comunque formato un insieme compiuto con tanto di mistero svelato, compaiono fin dal debutto nella maggior parte dei loro album migliori. E tra questi rientra senza dubbio anche il debutto con cui hanno tracciato un bel po’ di direzioni nuove per lo sviluppo del progressive rock negli anni ’80.
Oggi i Saga vengono spesso etichettati come una specie di padri fondatori del neo progressive rock, il che è la conseguenza più logica della loro capacità di infilare con efficacia alcuni elementi della musica pop (soprattutto la new wave, che all’epoca dei loro esordi era di grande attualità) nel mondo del prog rock sinfonico. La loro musica si è nutrita fin dagli inizi di riff di chitarra incisivi e brillanti, linee melodiche, basi ritmiche non troppo complesse, una marea di texture di sintetizzatore accattivanti e arrangiamenti orchestrali. Spesso nella loro musica si sentono influenze del prog sinfonico di fine anni ’70 (soprattutto Camel e Genesis) e, in misura minore, anche dell’AOR, anche se questi influssi plasmano i singoli pezzi solo in modo indiretto, perché i Saga coltivano un linguaggio musicale tutto loro, riconoscibile da lontano un miglio. E anche se buona parte della loro espressione musicale poggia sull’uso ampio delle capacità tastieristiche, i Saga non sono affatto solo sinfonici: sanno scatenare anche un sacco di intermezzi hard rock tosti. Il chitarrista Ian Crichton, infatti, si distingue per un uso unico di riff affilati, armonie stratificate e assoli brillanti, che si incastrano alla perfezione con le linee melodiche delle tastiere. Il suo riffing fulmineo e raffinato scorre fluido in mezzo alla vasta gamma di texture di tastiera curate da Peter Rochon. Già ai primi passi i Saga sapevano come mettere a frutto le possibilità musicali illimitate offerte dalla nascita di nuovi tipi di sintetizzatori, usati insieme a certe tastiere tradizionali come il piano elettrico e il mini moog (hammond e mellotron, invece, li hanno lasciati da parte). Il risultato è un suono ricco e, per l’epoca, molto avanzato, che ancora oggi suona fresco. Allo stesso tempo hanno saputo creare un’atmosfera del tutto unica, tanto che chi ascolta capisce da lontano quale band ha davanti. Gran parte del merito va anche al cantante Michael Sadler, che con la sua voce eccellente e stratificata, al tempo stesso potente, drammatica, spiritosa e molto melodica, è ancora oggi uno dei cantanti più particolari del rock.
L’album si apre con la birbante (termine che userò parecchie volte parlando della loro musica) “How Long”, dove ti spiazzano con un effetto elettronico di sintetizzatore in apertura che ricorda un po’ l’intro del classico degli The Who “Baba O’Riley”. Ogni somiglianza sparisce in un attimo con l’ingresso intelligente del riff di chitarra tagliente di Ian, che affonda a piena potenza nell’onda elettronica e in un ritmo funky, ondeggiante. La ciliegina sulla torta è la voce di Sadler, sfacciatamente drammatica. Nonostante la semplicità ritmica di fondo, il batterista Steve Negus non risparmia le forze e piazza un paio di bei passaggi. Già nel pezzo d’apertura i Saga mostrano quindi tutti gli ingredienti che in futuro plasmeranno il loro linguaggio musicale. Anche dentro l’ottima “Humble Stance”, con le sue tante venature di rhythm and blues, giocano di continuo con riff di chitarra spiritosi e passaggi melodici basati sull’interazione tra chitarra e tastiere. Nella parte centrale si concedono anche un interessante inserto strumentale, chiuso da un assolo di chitarra affilato. Sadler con la sua voce tiene sempre in equilibrio la composizione, che è anche una bella vetrina del loro lato commercialmente più accessibile. “Climbing The Ladder” è un esempio classico del loro classico, costruito su arrangiamenti intelligenti e suoni accattivanti e immediati. Sullo stesso passo prosegue l’ultramelodico hard rocker “Will It Be You? (Chapter Four)”, che mostra la band come maestra incorreggibile delle atmosfere romantiche. I passaggi di chitarra taglienti di Ian stridono spesso con gli strati altamente sinfonici delle tastiere melodiche, creando climax interessantissimi. Segue “Perfectionist”, condita da passaggi di tastiera classici (mini moog) e transizioni ritmiche ben oliate, che dal punto di vista dei testi è un ritratto barocco di un’ossessione sadica. “Give ‘Em the Money”, con il suo ritornello rabbiosissimo, rilancia la svolta funky del pezzo d’apertura, ma con un approccio ancora più duro e altre trovate vocali e strumentali, tra cui spicca l’ottimo assolo di synth di Rochon. Eppure sono i brani più lunghi quelli che mostrano nel modo più oggettivo tutto il loro potenziale di band progressive. Un bell’esempio è “Ice Nice”, che si apre come una ballata malinconica, poi il basso rimbombante del fratello di Ian, Jim, la dirotta piano piano verso la sezione strumentale, dove Ian sfodera il suo miglior assolo dell’album, che si riversa attraverso il profondo strato di synth di Rochon. La conclusiva “Tired World (Chapter Six)”, un altro capitolo della loro storia di fantascienza, è a sua volta una dimostrazione di grande impatto di come fondere passaggi sinfonici e soluzioni hard rock. I suoni spaziali dei sintetizzatori e i passaggi di chitarra affilati (tra cui un altro assolo bravuroso) nella parte centrale, e più avanti l’irruzione di armonie vocali davvero buone, sono i mattoni principali dell’atmosfera futuristica che domina gran parte del disco.
Con l’omonimo debutto i Saga hanno posato una base ottima per i loro futuri esperimenti con cui sono diventati una concorrenza piuttosto seria per i connazionali canadesi Rush, anche se, fuori dall’Europa continentale, la popolarità dei loro rivali non l’hanno mai raggiunta. “Saga” è un album pensato per chi si gode la combinazione di belle melodie e passaggi strumentali intelligenti, non è ossessionato dalle forme ritmiche complesse e a cui, allo stesso tempo, va a genio anche lo spirito giocherellone e senza freni della musica. È un debutto che ha annunciato tutte le qualità a cui si terranno stretti nella maggior parte dei loro lavori migliori. Con qualche aggiunta, fino all’inizio degli anni ’80 continueranno a far crescere e migliorare il loro suono e, anche quando si butteranno su acque musicalmente più commerciali, porteranno comunque un volto riconoscibile. Oggi “Saga” è un album molto più importante di quanto sembrasse all’uscita, perché ha gettato il seme di quello che chiamiamo neo progressive rock. Nel frattempo, le cavallette migratrici cibernetiche, guidate dal cervello ben imballato dello zio Albert, avevano già iniziato a progettare il loro secondo raid predatorio contro la tecnologia bellica della Terra.
Formazione
Michael Sadler – voce, basso, tastiere
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso, sintetizzatore, moog synth
Peter Rochon – tastiere, moog synth, cori
Steve Negus – batteria, percussioni
Produzione
Paul Gross
Tracklist
1. How Long (4:01)
2. Humble Stance (5:50)
3. Climbing the Ladder (4:45)
4. Will It Be You? (Chapter Four) (7:13)
5. Perfectionist (5:46)
6. Give ‘Em the Money (4:25)
7. Ice Nice (6:55)
8. Tired World (Chapter Six) (7:06)
Durata dell’album: 44:51