Do Not Disturb
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Van Der Graaf Generator
Etichetta: Esoteric Antenna
Uscita: 2016
Durata: 56:19
Voto: 4.5/5
Dopo l’album di improvvisazioni »ALT« (2012), che come progetto in studio era pure abbastanza interessante ma era ben lontano dall’entusiasmare davvero nel suo insieme (era una specie di gemello della seconda metà del disco »Present« (2005)), un bel po’ di fan della musica sperimentale ha iniziato a chiedersi quanta energia creativa fosse rimasta, per nuove imprese in studio, alle leggende del prog inglese Van Der Graaf Generator. Il trio dei VDGG, unto con ogni grasso sperimentale possibile e composto dai tempi di »Trisector« (2008) dal geniale cantante/chitarrista Peter Hammill, dall’organista Hugh Banton e dal batterista Guy Evans, tra poco festeggerà infatti i cinquant’anni da quando, nel 1967, è nata una delle band progressive rock più emozionanti e importanti di tutti i tempi.
Che gli anni passino e che solo la loro musica sia eterna, questi tre signori lo sanno benissimo, a differenza della maggior parte dei loro coetanei del rock. Hammill ha infatti già annunciato che »Do Not Disturb«, l’ultima fatica uscita dall’infernale officina dei VDGG, è con ogni probabilità il loro ultimo album in studio. E in linea con questo, anche l’atmosfera da ‘addio’ domina buona parte dei pezzi. I VDGG hanno sempre avuto un’atmosfera cupa, malinconica e distopica, ma su »Do Not Disturb« il senso di commiato ormai vicino è onnipresente, sia nei testi di Hammill sia nella musica, che mantiene la maggior parte dei loro tratti strumentali caratteristici, anche se in qualche momento ricorda pure certi lavori solisti di Peter. Parlare del classico sound dei VDGG, da quando sono senza sax e flauto, non è più possibile ormai da undici anni, ma anche quello che hanno creato su questo sperimentale e incredibilmente eclettico »Do Not Disturb« (e sui due album precedenti) è all’altezza della loro leggendaria eredità.
Il volto musicale di »Do Not Disturb« è per molti versi parecchio diverso da quello dei due album precedenti, cioè »Trisector« e »A Grounding in Numbers« (2011). Qui il trio indistruttibile ‘complica’ molto di più le cose, con improvvisazioni più brevi e sbalzi ritmici sparsi, e allo stesso tempo è davvero avaro di sezioni melodiche: »Do Not Disturb« richiede così un sacco di ascolti prima di svelare il suo vero valore e le tante qualità all’inizio nascoste. Nel disco ci sono anche alcune sorprese stilistico-sperimentali del tutto inaspettate, ed è per questo che »Do Not Disturb« si distingue tanto da entrambi i predecessori. Su quasi tutti i pezzi Banton è un po’ meno attivo del solito, ma il suono inconfondibile del suo organo resta comunque un generatore importante della natura sinistra della parte del leone delle composizioni.
Metà del lavoro nel costruire l’atmosfera post-apocalittica lo fa comunque ancora la voce unica di Hammill che, nonostante la gamma ridotta per via dell’età rispettabile, suona ancora fantastica. La chitarra elettrica, dopo tutti questi anni, non ha ancora imparato a suonarla ‘come si deve’, cioè come ci si aspetta da un chitarrista di una prog rock band, ma l’ha sempre sfruttato a suo vantaggio, tirandone fuori un mucchio di improvvisazioni insolite e di assurdi esperimenti sonori, che per lo più si incastrano alla grande dentro i singoli brani. Lo stile batteristico jazzato e inconfondibile di Evans è dinamico come sempre, anche se stavolta non ha servito chissà quali cataclismi ritmici furiosi né lunghi stacchi improvvisativi.
»Aloft« è un lamento cupo con un’intro da natura morta e uno sviluppo lento del ritmo. Nella parte successiva, un po’ più agitata, entra attivamente nel collage sonoro anche l’organo. Nel complesso ha tutti i pregi riconoscibili dei VDGG (fiati a parte) e, a livello di stile, tra tutti i pezzi di »Do Not Distrub« è quello che starebbe meglio sull’album precedente, cioè »A Grounding in Numbers«. La nostalgica »Alfa Berlina«, il cui testo racconta di come i membri della band, all’inizio degli anni Settanta, si spostavano da un concerto all’altro in una Alfa Romeo Berlina, è una delle poche composizioni di »Do Not Disturb« con un ritornello melodico, anche se l’apertura è piuttosto caotica e dissonante. Dopo l’irruzione di sottili passaggi d’organo, l’atmosfera del pezzo, all’inizio fredda e cupa, cambia di colpo parecchio e a poco a poco assume sfumature molto più calde, mentre Hammill dà il meglio di sé soprattutto nel ritornello solenne. L’approccio vocale di Hammill e la natura nostalgico-luttuosa del brano ricordano a tratti un po’ David Bowie nella sua fase creativa conclusiva.
»Room 1210« punta su arrangiamenti di piano estremamente intensi e armonie vocali drammatiche, mentre la tensione è costruita da ritmi spezzati, da uno speciale suono d’organo che in certi punti ricorda un po’ una fisarmonica e da improvvisi cambi di tempo che sfociano in sezioni strumentali agitate. »Forever Falling«, un po’ più veloce, con il suo riff di chitarra portante e il ritmo accelerato farà venire in mente a molti il pezzo »The Hurlyburly« dall’album »Trisector«. È una di quelle composizioni energiche che dimostrano bene come i VDGG non abbiano ancora perso quell’atteggiamento ribelle ogni tanto.
»Shikata Ga Nai«, strumentale agghiacciante e cupissimo, il cui titolo in giapponese significa ‘non c’è niente da fare’ ovvero ‘su questo non si può fare nulla’, sembra la colonna sonora di un horror ambientato in una vecchia casa apparentemente abbandonata. »(Oh No I Must Have Said) Yes« è forse addirittura l’esperimento più strano dell’intero »Do Not Disturb«: con i suoi riff hard rock un po’ più oscuri e i ritmi rotolanti ricorda più i Black Sabbath che i VDGG. Se non ci fosse la voce inconfondibile di Hammill, che ancora una volta entusiasma col suo camaleontismo, e nel mezzo uno stacco jazz fusion del tutto inaspettato con tante improvvisazioni caotiche, a molti si potrebbe far credere che sia una creazione dimenticata dei Black Sabbath.
»Brought to Book«, a tempo lento, contiene numerosi cambi ambientali, mentre il ruolo centrale tra i cambi di tempo intensi lo recita ancora una volta la voce entusiasmante e variabile di Hammill, con un mucchio di momenti rabbiosi. Chi si aspetta il ‘dottor Jekyll’ al culmine della sua furia tonante resterà probabilmente un po’ deluso da »Do Not Disturb«, perché Hammill si ‘strappa’ davvero solo poche volte mentre canta, e anche quelle sono ‘nella norma’ rispetto al passato. Uno di quei rari momenti in cui il maestro è completamente scatenato è proprio »Brought to Book«. »Almost the Words« si apre come una ballata malinconica e un po’ più oscura, con arrangiamenti di piano funebri e l’esibizione vocale inconsolabile di Hammill, per poi assumere nella parte finale dimensioni molto più vivaci. Il brano conclusivo, »Go«, dal sapore quasi trascendentale, con un testo da commiato e sipari sonori meditativi, è un saluto quanto mai adatto da parte dei signori Hammill, Banton ed Evans.
Prima o poi tutto finisce. Se »Do Not Disturb« sarà davvero l’ultimo album dei VDGG, come ha lasciato intendere Hammill, lo si potrà considerare una chiusura praticamente perfetta per la carriera magnifica di questi titani del progressive rock, dati per spacciati un’infinità di volte. L’album è per molti aspetti più complesso e perfino più interessante di »Trisector« e »A Grounding in Numbers«, perché ogni tanto si avventura in territori sperimentali parecchio rinfrescanti, paragonabili per complessità alle imprese del loro periodo classico. Allo stesso tempo è bello sentire che la voce di Hammill è ancora lontanissima dal poter dire che gli anni l’abbiano ‘raggiunto’: il suo approccio vocale inconfondibile resta il fattore chiave e la fonte principale della navigazione della ‘barca’ VDGG da qualche parte tra ‘inferno e paradiso’. In generale tutto il trio dei VDGG si merita un sacco di complimenti per »Do Not Disturb«, che senza giri di parole si può proclamare uno dei migliori traguardi prog rock del 2016.
Quando i VDGG si sono rimessi insieme nel 2005, probabilmente nessuno si aspettava davvero che la loro ultima avventura musicale sarebbe durata più di dieci anni, soprattutto dopo la rapida uscita di scena del fiatista David Jackson, che ha lasciato un buco enorme nel loro suono. Quel buco, in seguito, sono riusciti a mimetizzarlo un po’, ma mai del tutto, e l’assenza di Jackson si fa sentire ancora: è impossibile togliersi la sensazione che gli ultimi tre album sarebbero stati addirittura migliori con il contributo del fiatista di culto. Comunque sia, il cinquantesimo anniversario ormai alle porte è senza dubbio un vero miracolo per una band che si era sciolta già nel 1969 (ancora prima dell’uscita del debutto »The Aerosol Grey Machine«, 1969) e poi di nuovo nel 1972 e nel 1978. Chissà che il lungo viaggio, in fondo, non sia ancora finito.
Van Der Graaf Generator – Brought To Book:
Formazione
Peter Hammill – voce, chitarra, piano
Hugh Banton – organo, basso
Guy Evans – batteria, percussioni
Produzione
Van Der Graaf Generator
Tracklist
1. Aloft (7:20)
2. Alfa Berlina 6:40)
3. Room 1210 (6:48)
4. Forever Falling (5:40)
5. Shikata Ga Nai (2:29)
6. (Oh No, I Must Have Said) Yes (7:44)
7. Brought to Book (7:57)
8. Almost the Words (7:54)
9. Go (4:35)