Dream Theater : Black Clouds & Silver Linings
Etichetta: Roadrunner Records
Data di uscita: 23.06.2009
Produzione: Mike Portnoy & John Petrucci
Durata dell’album: 75.22 min
Genere: Progressive Metal
Quando nel nuovo millennio infili per la prima volta un nuovo disco dei Dream Theater nel lettore CD, ti assalgono solo due domande. La prima suona così: “Troverò qualcosa di ascoltabile?” e la seconda: “Dopo “Six Degrees Of Inner Turbulence” può esserci ancora qualcosa di diverso?”
Purtroppo entrambe le domande sono figlie dello scetticismo, che oggi accompagna come un’ombra ogni nuova uscita dei Dream Theater. Chiariamo subito che i Dram Theater restano comunque e da sempre un’attrazione dal vivo di primissima fascia, e ogni euro speso nei loro DVD e CD che documentano i concerti è un investimento che sarebbe un peccato non fare. Ma la band si gioca davvero la reputazione solo con i lavori in studio. Dal vivo è concesso tutto, in studio no. Devi tirare fuori l’essenza di te stesso, mettere in mostra la tua unicità creativa. E non è sempre un compito facile.
“Scenes From A Memory: Metropolis pt II” (1999) è stato e resta il canto del cigno della band. “Octavarium” (2005) mostrava qualche segno di piacevole sorpresa. “Systematic Chaos” di nuovo un crollo creativo, e “Black Clouds And Silver Linings”? Grosso modo un’altra minestra tiepida, a miglia di distanza dai giorni dell’ispirazione, che conferma l’esaurimento creativo del gruppo. Che oggi si preoccupa solo di cosa può suonare, quanto in fretta e in quanti modi. Dai dischi di Iron Maiden e Metallica fino a Pink Floyd e Genesis. Una conferma incorreggibile e senz’anima delle nozioni imparate a scuola, alimentata da ripetizioni soliste a velocità dopata di steroidi, con cui cercano di nascondere un grosso problema.
I Dream Theater, infatti, non sono mai stati famosi per la compattezza del gruppo. Non nel senso della stabilità della formazione. Sono sempre stati famosi come singoli. Da questo punto di vista non è difficile farsi l’idea che siano in realtà una band messa insieme a tavolino, il che ovviamente non è vero. Cinque ego trip con poca attenzione l’uno per l’altro. Per questo i pezzi sono lunghi, ramificati. Spesso troppo lunghi, con troppi motivi e soprattutto con decisamente troppi assoli. Alla fine tutti questi brani risultano uguali tra loro, pur essendo diversi. Forse a causa di questi legami poco coesivi tra i membri, i Dream Theater non riescono a tirar fuori maggiore compattezza, compiutezza melodica e chiarezza creativa.
Lunga quasi 15 minuti, A Nightmare to Remember nella prima parte è un brano promettente e ricco di atmosfera, che ti infonde davvero una bella dose di speranza, viste le aspettative sempre altissime e le pretese dell’ascoltatore verso un nuovo disco dei Dream Theater. L’atmosfera che la band crea con uno splendido muro sonoro di riff e tastiere, sorretto dal solito doppio pedale della locomotiva Portnoy, è quasi provocatoriamente black metal. Poi entra LaBrie con la voce. Il pezzo è tipico dei Dream Theater. Frammentato nei motivi, ma fino ai 7 minuti e mezzo è tutto intrecciato in modo audace e piacevole. Un navigare dinamico tra tante atmosfere. Tutto ok. Poi arriva il sfortunato secondo 36 dell’ottavo minuto e Petrucci e Rudess, nel loro vertiginoso autocompiacimento solistico, mandano all’aria tutto quello che i ragazzi avevano costruito fin lì. Ma non l’abbiamo già sentito più che a sufficienza? Assoli letteralmente odiosi, che ti macinano il cervello come un macinacaffè, incompatibili, senza un briciolo di vissuto. Due minuti di tortura lasciano finalmente spazio a una nuova uscita melodica e, dopo di essa, a un riff compatto e perfino a un growl brutale, che nel finale è più gradevole di qualsiasi assolo. Quindi il primo pezzo poteva essere più corto di due minuti, e lo “spaccare il capello in quattro” dei Dream Theater avrebbe così mantenuto il suo senso.
A Rite To Passage è qualcosa che i Dream Theater ci propongono da “Train of Thought” (2003). Un riff grezzo con una svolta orientaleggiante e un ritornello melodicamente ben scolpito. Ovviamente la seconda metà è di nuovo crivellata di “solismi” e la sensazione a fine brano resta la stessa dell’ascolto del pezzo d’apertura. Whiter è il brano più corto, pronto per uscire come singolo, ma anche questo l’abbiamo già sentito tutto con Forsaken o Through Her Eyes, per non parlare della superlativa Surrounded. The Shattered Fortress è il tentativo di creare un pezzo simile al classico Metropolis, con un’intro e un finale zuccherosi e da cliché, in cui puoi cantarti la melodia in anticipo. Di nuovo ci siamo: la band prova a riciclare i suoi vecchi lavori. Troppo evidente. The Best Of Times porta di nuovo qualcosa di più interessante. Brano avvolgente, motivo fluido, Petrucci riesce a piazzare un’intro interessante di impostazione orientale-maideniana, che si incastra bene con l’energia da “Train of Thought” del pezzo. Il brano più duro dell’album, in cui i Dream Theater sono pericolosi metallari (thrash!). Se ignoriamo il kitsch di Rudess alle tastiere nel ritornello, è un pezzo con del potenziale. Quando poco prima del settimo minuto Rudess scappa negli assoli, ti viene in mente una sola cosa: “Rudess, lascia subito i Dream Theater!” L’assolo di Petrucci nella parte finale basta e avanza, è perfino ascoltabile! Soprattutto la band tira fuori il pezzo con abilità nel finale, perché la dinamica cresce grazie ai ritmi progressivamente spezzati della locomotiva Portnoy, che qui trascina il brano fuori dalle secche.
The Count Of Tuscany, di poco meno di 20 minuti, continua a conquistare i fanatici del prog metal con la sua durata. Interessante è il dodicesimo minuto del pezzo, perché è difficile non notare la somiglianza dell’approccio di Petrucci con il trucco della “steel pedal” di Steve Howe usato nel lontano 1974 su “Relayer” degli Yes, nel brano Gates Of Delirium prima della parte chiamata Soon. Eh, siamo di nuovo alle citazioni. L’ultimo brano è di per sé un bel pezzo, senza difetti. Perfino ascoltabile. E anche di più. La compattezza addirittura domina sulla frammentazione, nonostante i buoni 19 minuti di durata. Posso concludere che proprio questo pezzo salva l’album dalla mediocrità, lo solleva sopra il caos che regnava su un disco dal titolo così eloquente come “Systematic Chaos” (2007). E, cosa più importante: i Dream Theater non hanno rovinato questo brano con gli assoli. Si potrebbe dire, fino a un certo punto, che sia addirittura una Change Of Seasons per il 2009.
“Black Clouds And Silver Linings” è, nei contenuti, “Systematic Chaos” con un po’ più di compattezza e compiutezza e il solito sferragliare metal alla “Train of Thought” a cui ormai ci siamo abituati. Il nuovo album non ha niente di speciale. Non è nemmeno appariscente e, da questo punto di vista, è più un passo indietro per la band che avanti. È Dream Theater dalla testa ai piedi, ma con troppo autoriciclaggio che i ragazzi non riescono a mascherare, perché nella band è da un pezzo che non soffia nessun venticello concreto capace di portare ispirazione creativa. Soprattutto spiccano ancora parecchio certi assoli forzati, in particolare l’odioso suono acuto e stridulo, quasi da flipper o da SuperNintendo, del tastierista Jordan Rudess, che ci dà un nuovo alibi per rimpiangere ancora di più sia Derek Sherinian sia, ancor più, Kevin Moore. Il che significa anche che l’album avrebbe potuto durare almeno 20 minuti in meno e risultare molto più gradevole. Quindi. Buon album. Senza picchi. I fan della band ce l’hanno. Noi altri restiamo del tutto appagati dalla produzione del gruppo fino al 1999.
autore: Aleš Podbrežnik
voto: 7.0 / 10
Tracklist:
1. A Nightmare to Remember (16:10)
2. A Rite of Passage (8:35)
3. Wither (5:25)
4. The Shattered Fortress (12:49)
5. The Best of Times (13:07)
6. The Count of Tuscany (19:16)
Formazione:
James LaBrie – voce
John Petrucci – chitarra
Jordan Rudess – tastiere
John Myung – basso
Mike Portnoy – batteria
MUSICISTA OSPITE:
Jerry Goodman – violino (brano n. 5)